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Photo by Lorie Shaull / CC BY-SA

Tra covid-19 e BLM negli States lo sport riparte, ma non per tutti


Quello dei 50-40-90 è uno strano club di cestisti statunitensi. È un club molto esclusivo, tanto per cominciare. E l’ingresso bisogna guadagnarselo sul campo: si deve avere una percentuale di centri maggiore o uguale al 50 per cento su un totale di minimo 300 tiri; una uguale o maggiore al 40 per cento di triple segnate per almeno 82 tiri da tre punti; una del 90 per cento di centri dalla lunetta su 125 tiri. Il club è stato creato 40 anni fa e da allora solo nove giocatori sono riusciti a farne parte. Otto uomini e una donna: Elena Delle Donne.

Delle Donne, 30 anni per 196 cm, gioca come ala piccola nelle Washington Mystics che lo scorso anno, soprattutto grazie a lei, hanno vinto per la prima volta il campionato della Wnba. La stagione 2019 di Elena è stata straordinaria anche se costellata di infortuni: titolo nazionale, Mvp del campionato e, appunto, l’ingresso nel club 50-40-90. Quest’anno sarebbe potuta essere un’altra grande stagione, anche se magari non un copia incolla del precedente (le Mystics hanno valide avversarie e non è detto che abbiano le carte in regola per un secondo titolo consecutivo). E la giocatrice di origini abbruzzesi sarebbe potuta entrare in un club ancora più esclusivo di cui fanno parte solo leggende come Larry Bird e Steve Nash: quello di chi ha riportato queste percentuali per più di una stagione. Non sarà così. Nel frattempo, infatti, è esplosa la pandemia di Covid-19.

Certo, il campionato di basket femminile è ripartito: sabato 25 luglio presso il l’Img Academy – la cosiddetta “bolla” – in Florida è cominciata la stagione 2020, seppur ridotta a 22 giornate, tutte giocate nel medesimo stadio. Elena Delle Donne tuttavia non vi ha preso parte: non nel quintetto base delle Washington Mystics, che hanno sconfitto le Indiana Fever 101-76 nella partita di apertura, né in panchina. Per lei il rischio di entrare nella bolla e giocare è troppo alto: da 9 anni infatti si trova a convivere con la malattia di Lyme o meglio con la cosiddetta sindrome da malattia di lyme post trattamento (Ptlds – Post-Treatment Lyme Disease Syndrome).

Prendo 64 pillole al giorno e sento che questo mi sta lentamente uccidendo.

La malattia di Lyme è una malattia infettiva trasmessa attraverso la puntura di zecca da quattro diversi batteri (Borrelia burgdorferi, Borrelia mayonii, Borrelia afzelii e Borrelia garinii). I sintomi di solito compaiono circa un mese dopo la puntura e nella maggior parte dei casi scompaiono grazie a un trattamento con antibiotici di 2-4 settimane. Nel 10-20 per cento dei casi, tuttavia, i sintomi di fatica, annebbiamento, forti dolori articolari, problemi neurologici e cardiaci persistono per diversi mesi. In una percentuale estremamente piccola di persone, rimangono per sempre, diventando cronici.

È il caso di Delle Donne (o anche, per trovare un esempio tra le star nostrane, la presentatrice ed ex-giudice di X-Factor Victoria Cabello). Non è chiaro neanche agli esperti come mai alcune persone non si riprendano completamente dopo il primo trattamento antibiotico. Le possibilità sono diverse: alcuni batteri resistono e non vengono distrutti dagli antibiotici – ma non vi sono ancora prove a sostegno di questa tesi; oppure la malattia potrebbe danneggiare il sistema immunitario e provocare una risposta autoimmune, come succede per nel caso della Sindrome di Guillan-Barré o di Reiter.

Gestire questa condizione non è semplice come racconta la stessa giocatrice in una lettera aperta a The Players Tribune: “Prendo 64 pillole al giorno. Sessantaquattro pillole: 25 prima di colazione, altre 20 dopo colazione, altre 10 prima di cena e altre 9 prima di andare a letto. Prendo 64 pillole al giorno e sento che questo mi sta lentamente uccidendo”. “So che assumere così tanti farmaci ogni giorno probabilmente non ha un grande effetto sulla mia salute a lungo termine, ma adoro il basket”, Delle Donne ha detto invece in un’intervista pochi giorni fa a Espn.

Se anche la terapia consente ad Elena di giocare a basket, non la rende abbastanza in salute per farlo durante una pandemia. La sua malattia la rende un soggetto immunocompromesso che rischia, in caso di infezione da Sars-Cov-2, conseguenze più gravi dei soggetti sani.Ci sono stati così tanti casi in cui ho contratto qualcosa che non avrebbe dovuto essere un grosso problema, ma ha fatto esplodere il mio sistema immunitario e si è trasformato in qualcosa di spaventoso. È qualcosa con cui convivo quotidianamente. E così quando ho letto che le persone immunocompromesse hanno un rischio maggiore in caso di Covid, ho preso tutte le precauzioni possibili (il che, tra l’altro, mi rendo conto è un enorme privilegio che la maggior parte delle persone non ha)”.

Tra le precauzioni prese dalla cestista c’è stata anche quella di approfittare dell’offerta della NBA data alle persone con condizioni preesistenti di chiedere di essere esonerate dalla stagione di campionato, pur continuando a percepire lo stipendio. Il panel di medici indipendenti dalla Wnba che esamina i giocatori che fanno questa richiesta tuttavia non ha considerato il caso di Elena Delle Donne sufficientemente grave per definire la giocatrice “ad alto rischio” e la sua domanda è stata respinta creando grande sconcerto nella giocatrice e facendo discutere nel mondo della Wnba e dello sport quanto nell’opinione pubblica.

Diversamente da altri casi in cui il consenso è stato negato e diversamente da quanto paventato dalla stessa giocatrice nella su lettera aperta tuttavia, l’ala delle Washington Mystics non dovrà scegliere tra salute e stipendio, su questo proprietario e allenatore delle Mystic sono stati chiari: “Il management delle Mystics non metterà mai in pericolo la salute e il benessere di Elena – o di qualsiasi altro dei nostri giocatori”, ha dichiarato il coach Mike Thibault. “Come accaduto in passato, sia per quanto riguarda la malattia di Lyme sia per gli infortuni in campo, tutte le decisioni sulla sua capacità di giocare saranno prese insieme a Elena, fa parte della squadra, viene pagata e continua a lavorare per recuperare dopo l’intervento alla schiena che ha subito dopo la fine della scorsa stagione”.

Se ad un certo punto, più avanti nella stagione, ci sentiremo abbastanza a nostro agio sia con i suoi progressi fisici sia con la sicurezza di farla alla squadra in Florida, allora prenderemo degli accordi. Se non ce la sentiremo, lei continuerà a fare i suoi allenamenti a Washington e a prepararsi per la stagione successiva. La sua salute a lungo termine quale componente fondamentale delle Mystics avranno sempre la precedenza”.

Supporto e sostegno alla cestista è stato dimostrato anche dalle sue compagne di squadra e di campionato. Lo stesso che è stato offerto a tutti quelle giocatrici esonerate per motivi di salute come Tina Charles, compagna di squadra di Elena Delle Donne e affetta da asma. Ma anche a tutte quelle che hanno scelto di non partecipare al campionato di quest’anno anche senza essere un soggetto ad alto rischio. Infatti la Wnba offre anche la possibilità di scegliere di non giocare senza penalizzazioni – ma senza stipendio – anche a chi volesse semplicemente evitare rischi per sé stessi o per la loro famiglia.

Ho la responsabilità verso me stessa, la mia comunità e i miei futuri figli di lottare per qualcosa di molto più grande di me e del basket.

Delle Donne è solo una delle giocatrice che sabato e domenica non scese in campo nella bolla. Sono molte le sportive che hanno accettato questa offerta della lega femminile di basket. Come anche sono diversi gli atleti statunitensi  (da Avery Bradley dei Los Angeles Lakers alla neo campionessa mondiale di calcio Megan Rapinoe) che hanno accettato simili condizioni offerte dalle loro leghe.  Lo ha fatto l’Nba, ovviamente, ma anche la Major League Soccer e la  Major League Baseball che ha aperto anch’essa la stagione lo scorso settimana con un lancio dell’uomo forse più importante in questo momento negli Stati Uniti: l’infettivologo Anthony Fauci.

Tuttavia non è solo la Covid-19 a tenere alcuni atleti lontani dai campi di gioco e dagli sport che amano. Molti, soprattutto rappresentanti della comunità afroamericana, hanno deciso di mettere in pausa la propria carriera per impegnarsi nella battaglia per i diritti civili in corso negli Stati Uniti. Per esempio Natasha Cloud, compagna di squadra di Delle Donne, che così ha annunciato su Instagram: “Questa è stata una delle decisioni più difficili della mia carriera. Ma rinuncerò alla stagione Wnba 2020. Ci sono molti fattori che hanno portato a questa decisione, ma il più grande è che sono più di un atleta. Ho la responsabilità verso me stessa, la mia comunità e i miei futuri figli di lottare per qualcosa di molto più grande di me e del basket. Continuerò invece a combattere in prima linea per la riforma sociale, perché fino a quando le vite nere contano, tutte le vite non possono avere importanza”.

Le rivolte e le proteste cominciate dopo l’assassinio di George Floyd continuano infatti in tutti gli Stati e, in questo momento, è per gli Usa una questione di vitale importanza, tanto quanto la gestione della pandemia. Anche per questo, che sia per convizione e presa di coscienza o solo perché dettato dalle circostanze, moltissimi campionati di quest’anno sono dedicati alle vittime afroamericane della violenza delle polizia e alle battaglie del movimento Black Lives Matter (che in realtà, spiega LeBron James, “non è un movimento, è uno stile di vita per una persona di colore in America”). L’Nnba lo farà permettendo ai giocatori di mostrare sulle maglie dei messaggi dedicati alla promozione della social justice. Lo stesso campionato Wnba lo ha fatto dedicando l’intera stagione a Breonna Taylor, ricordata con  26 secondi di silenzio all’inizio della prima partita e con il nome della giovane di Louisville stampato su ogni maglia.