×
Photo by William Warby / CC BY

Così la Nike ha fermato la corsa della ragazza più veloce d’America


Le guardi correre, saltare, volteggiare, sembrano volare. E invece sai che la loro leggerezza e dovuta a potenza, forza, salute. O almeno così dovrebbe essere. Atleta dovrebbe essere sinonimo di salute. Ma in molti casi non lo è, sopratutto quando si tratta di atlete donne. Quei corpi che noi vediamo così forti e sani e guardiamo con invidia sono spesso veri campi di battaglia. A riportare l’attenzione su come troppo spesso giovani promesse delle sport vengono sacrificate sull’altare della magrezza ossessiva è Mary Cain. Quando aveva 17 anni, sei anni fa, Mary era la ragazza più veloce d’America.

Quello di Cain non è un nome molto noto al di fuori degli Stati Uniti o dai circuiti della corsa e dell’atletica, eppure avrebbe potuto, negli anni scorsi, raggiungere la fama di Florence Griffith-Joyner o Marion Jones. Quello che ha fermato Mary non è stato un infortunio o un incidente. È stata la Nike, nelle vesti di Alberto Salazar e del Progetto Oregon.

Quando avevo 16 anni, ho ricevuto una chiamata da Alberto Salazar della Nike. Era l’allenatore più famoso al mondo e mi ha detto che ero l’atleta più talentuosa che avesse mai visto”, racconta Mary Cain al New York Times. “Sono entrata a far parte della Nike perché volevo essere l’atleta donna migliore di sempre. Invece ho subito abusi fisici e psicologici da parte di un sistema ideato da Alberto e approvato dalla Nike”.

Il Progetto Oregon è stato chiuso qualche settimana fa a causa di uno scandalo doping in cui è coinvolto proprio Salazar. In seguito alla vicenda, il Ceo di Nike, Mark Parker, ha rassegnato la sua dimissioni e lascerà l’azienda all’inizio del 2020. La storia di Mary non c’entra con il caso di doping, ma entrambe sono rivelatrici della scarsa considerazione di Alberto Salazar e della Nike nei confronti della salute degli atleti che si mettevano nelle sue mani.

Appena arrivata, uno staff Nike composto da soli uomini si è convinto per migliorare dovevo diventare sempre più magra (…) Alberto provava continuamente a farmi perdere peso. Ha creato un numero arbitrario di 52 Kg e aveva preso l’abitudine a pesarmi davanti ai miei compagni di squadra e ad umiliarmi pubblicamente se non avevo il peso giusto”.

La discesa di Mary Cain è stata costante durante gli anni trascorsi nel Progetto Oregon: un crollo mentale e fisico al quale sono corrisposte prestazioni sempre peggiori: dal secondo posto ai campionati nazionali outdoor nel 2012 e nel 2013 all’ottavo posto nel 2015.  La giovane racconta della solitudine che ha sentito, di come si fosse sentita abbandonata da tutto e tutti. Ricorda di come ha cominciato a procurarsi tagli, ad avere pensieri suicidi, di come nessuno abbia detto o fatto niente per lei anche quando ha trovato il coraggio di vocalizzare il suo malessere.

Ero costantemente tormentata dal conflitto di voler essere libera da lui e voler tornare al modo in cui erano le cose, quando ero la sua preferita.

Mary è tornata a casa nel 2016 e ha abbandonato il progetto Oregon nel 2017. Ha portato con sé molte ferite mentali e fisiche: diversi infortuni con cui ha dovuto fare i conti negli anni scorsi. Continua a correre, allenata da John Henwood, e a 23 anni ha sicuramente ancora molte piste di livello internazionale da calcare e molte competizioni da vincere.

In questo tempo, tuttavia, oltre che del suo fisico si è dovuta occupare molto del suo benessere mentale. Soprattutto ha dovuto lavorare per liberarsi psicologicamente dal legame con Alberto Salazar. Ricostruisce con onestà, in un commento successivo all’articolo, il rapporto di dipendenza che aveva con il suo carnefice che l’ha portata fino a pochi mesi fa a continuare a chiedere il suo supporto, il suo consiglio, il suo amore.

Per molti anni, l’unica cosa che volevo al mondo era l’approvazione di Alberto Salazar  (….)La scorsa primavera, ho detto ad Alberto che volevo lavorare di nuovo con lui – solo lui – perché quando lasciamo che le persone ci distruggano emotivamente, desideriamo ardentemente la loro approvazione più di ogni altra cosa”, scrive. “Ero costantemente tormentata dal conflitto di voler essere libera da lui e voler tornare al modo in cui erano le cose, quando ero la sua preferita (…) dopo l’uscita del rapporto sul doping che ha portato alla sua sospensione, ho provato un immediato senso di  liberazione. Questo mi ha aiutato a capire che questo sistema non era a posto. Ecco perché ho deciso di parlare adesso”.

Mary Cain non è stata l’unica a denunciare come il sistema dello sport professionistico sia particolarmente feroce contro il fisico delle giovani atlete, e le spinga spesso in una condizione di disagio mentale di cui i disturbi alimentari sono solo il segno più visibile. Lo hanno raccontato molto bene la pattinatrice Gracie Gold, sempre al New York Times, e la ginnasta Katelyn Ohashi che lo scorso anno ha fatto sognare con le sue routine straordinarie. Nel blog che condivide con la collega Maria Carie, Ohashi ha pubblicato una serie di post – corredati da brani del suo diario di giovane adolescente – chiamata “Athlete body shaming” in cui ricorda le vessazioni subite.

Sono rimasta intrappolata in un sistema, disegnato da uomini per gli uomini, che distrugge il corpo delle ragazze

Certo, anche gli atleti uomini sono costantemente sottoposti a pressioni psicologiche fortissime che minano il loro benessere psicologico e fisico: questa pressione è stata portato all’attenzione di tutti da campioni affermati e amati come Michael Phelps. Pressioni che li possono portare a farsi male con il doping, a ritirarsi, a nuocersi in maniera ancora più grave, a cadere in forti forme di depressione.

È indubbio, tuttavia, che nel mondo dello sport professionistico il fisico delle giovanissime atlete in via di sviluppo viene considerato un corpo da piegare, da far comportare come quello degli uomini, da “correggere”. Forse, conclude Mary Cain, se ci fossero più donne nelle posizioni chiave, la situazione potrebbe cambiare.

Una parte di me si chiede dove sarei oggi se avessi lavorato con più donne come psicologhe, nutrizioniste o anche allenatrici. Sono rimasta intrappolata in un sistema, disegnato da uomini per gli uomini, che distrugge il corpo delle ragazze. Invece di costringere le ragazze a difendersi da sole, noi dobbiamo proteggerle”.