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Umanità in movimento: il prezzo della deumanizzazione nei processi migratori


Sono quasi cinquemila le persone sbarcate sulle coste italiane solo nello scorso mese di aprile. Tunisia e Libia sono stati i principali Paesi di partenza. In dieci anni, dal 2013 al 2023, sono arrivati nel nostro Paese oltre un milione di migranti. Dall’inizio dell’anno a oggi, sono più di 400 i morti e dispersi nel Mediterraneo centrale, ma non siamo in grado di quantificare quanti ancora sono prigionieri e schiavi in Libia e quanti sono seppelliti sotto la sabbia del Sahara.

Ogni storia di fuga è diversa ma è frutto di una fitta trama di violenze: politiche, economiche, climatiche, comunitarie, familiari, religiose. Spesso il trauma nel viaggio può essere maggiore del trauma originario che ha spinto a lasciare il Paese di provenienza. Spesso si presume che i migranti che fuggono da guerre, persecuzioni, abusi, torture e violenze, siano stati gravemente traumatizzati nel loro Paese d’origine. E, proseguendo il ragionamento, questo trauma sarebbe la causa principale della sofferenza post-traumatica che si manifesta nel paese di accoglienza. In molti casi è così. Ma spesso a questo si aggiunge il trauma dell’arrivo: esseri umani che avrebbero bisogno di aiuto e protezione, ma incontrano difficoltà nell’accedere all’assistenza medica e al supporto legale di cui avrebbero bisogno. Per molti di loro restare a galla nel sistema in cui si trovano a vivere è complesso e faticoso. “In atto c’è una generalizzata deumanizzazione, in parte esplicita e razzista, con commenti e azioni sempre più aggressivi verso i migranti, i quali in virtù di questa deumanizzazione (per animalizzazione, biologizzazione, oggettivazione…) diventano meno umani e dunque meno degni della nostra risonanza empatica”, scrive Massimiliano Aragona, medico e filosofo che coordina il Gruppo salute mentale e migrazioni della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), nella Prefazione de L’umanità è scomparsa, libro a cura di Medici per i diritti umani (Medu) edito da Il Pensiero Scientifico Editore. “Questa deumanizzazione, insita nelle politiche europee sull’asilo e sulle migrazioni, le rende patogene”.

“In atto c’è una generalizzata deumanizzazione, in parte esplicita e razzista, con commenti e azioni sempre più aggressivi verso i migranti”

Attraversare confini: il peso del trauma migratorio

Persone che rischiano la vita per sfuggire a fame, conseguenza del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, ma anche a guerre e dittature. Ma qual è il prezzo delle torture e di tutte le crudeli dinamiche che ruotano intorno alle migrazioni forzate e al traffico di esseri umani? Quali sono le conseguenze a lungo termine sul piano della salute mentale e come potenziare i servizi di assistenza ai migranti, ai richiedenti asilo e ai rifugiati? In che modo il tipo di esperienza migratoria cambia le traiettorie di salute? “I migranti forzati soffrono maggiormente di disturbi post-traumatici rispetto agli autoctoni e rispetto ai migranti economici. Le esperienze traumatiche pre migratorie e migratorie – eventuali torture, guerre, violenze intenzionali – favoriscono il rischio di sviluppo di disturbi. Inoltre l’identità, la cultura, i fenomeni di trasfigurazione aumentano il rischio di questo sviluppo”, racconta Giancarlo Santone direttore del Centro SaMiFo (Salute migranti forzati), una struttura sanitaria a valenza regionale per promuovere la tutela dei diritti e della salute di migranti forzati, rifugiati e vittime di tortura e rendere concreta la fruibilità dei servizi. I tassi dei disturbi mentali sono più alti in certi gruppi di migranti; probabilmente lo sono a causa dei numerosi svantaggi sociali sperimentati prima, durante e dopo la migrazione. Il rapporto Mental health of refugees and migrants: risk and protective factors and access to care, il quinto a cura della Global evidence review on health and migration (Gehm) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), illustra i principali fattori che influenzano la salute mentale di rifugiati e migranti e il loro accesso alle cure. I gruppi particolarmente vulnerabili includono i rifugiati e le vittime di tratta che hanno vissuto conflitti, eventi potenzialmente traumatici e gravi perdite. Il rapporto sottolinea come rifugiati e migranti siano particolarmente vulnerabili e che la prevalenza di disturbi mentali comuni come la depressione, l’ansia e il disturbo da stress post-traumatico (Ptsd) tende a essere più alta tra i migranti e i rifugiati rispetto alle popolazioni ospitanti. Le ragazze e le donne in movimento sono maggiormente a rischio di depressione e ansia.

“La prevalenza di disturbi mentali comuni come la depressione, l’ansia e il disturbo da stress post-traumatico (Ptsd), tenda a essere più alta tra i migranti e i rifugiati rispetto alle popolazioni ospitanti”

Il Premio SaMiFo allo Spiraglio Filmfestival

“Queste persone deumanizzate che arrivano si trovano a vivere spesso in totale assenza di quella sponda sociale che abbiamo noi – la famiglia, gli amici, l’ambiente lavorativo – e tutto ciò aumenta il rischio di Ptsd. Gli studi mostrano inoltre che pregiudizi e discriminazioni, così come il razzismo, incidono fortemente sul percorso di integrazione e autonomia”, continua Santone. Il Centro SaMiFo nato nel 2006 con un protocollo d’intesa tra la Asl Roma 1 e il Centro Astalli, ha sede nel poliambulatorio di via Luzzatti, vicino a Piazza Vittorio e alla Stazione Termini, luoghi storicamente molto frequentati dai migranti presenti in città. Si rivolge soprattutto ai migranti forzati, rifugiati e vittime di tortura, e nasce per aiutare queste persone per entrare in contatto coi servizi e i percorsi di salute. “Sono persone che sono in genere le vittime dimenticate, senza riferimenti, che non sanno parlare la lingua, non hanno i documenti. Spesso sono persone veramente in difficoltà nell’accedere a un servizio di salute”, aggiunge Federico Russo, direttore scientifico dello Spiraglio Filmfestival per la salute mentale. Abbiamo incontrato lo psichiatra Giancarlo Santone durante le giornate dello Spiraglio Film Festival 2024 e ci ha raccontato come è nato il premio SaMiFo, istituito a partire dall’edizione 2021 del Festival. “Il premio viene assegnato al film che meglio ha saputo ritrarre il confronto/scontro tra culture e società diverse, la storia di migrazioni umane e di uomini e donne migranti, il trauma dei rifugiati, la violazione dei diritti umani, la discriminazione e il razzismo, l’impatto sulla salute mentale della migrazione e dei cambiamenti sociali, ambientali e identitari”. Quest’anno quattro sono state le opere selezionate per concorrere al premio SaMiFo: il documentario Transcendence: a Journey of Hope & Healing di Jane Wagner e Tina di Feliciantonio, e tre cortometraggi Reem Al Shammary – The Bedouin Boxeur di Mattia Ramberti, My Name is Aseman di Ali Asgari e Gianluca Mangiasciutti, Kvara – Una storia d’amore e pallone di Raffaele Iardino e Mario Leombruno.

Ad aggiudicarsi il premio è stato il documentario Trascendence: A Journey of Hope and Healing che ha saputo ritrarre il trauma di quattro persone vittime di torture, riuscite a scappare dai loro Paesi di origine, per essere finalmente assistite nel centro Bellevue di New York e farsi, dopo anni di trattamento psichiatrico, voci essenziali nella lotta contro la tortura e gli abusi. Sono le storie di Souleymane dal Ciad, ex contabile del governo, che fu imprigionato e torturato dal dittatore Habré; giurò a Dio di consegnarlo alla giustizia se fosse sopravvissuto al carcere. La sua è stata una lotta trentennale iniziata con la raccolta di testimonianze cruciali che hanno permesso di assicurare il dittatore alla giustizia nel primo tribunale africano di questo tipo. La storia di Kalsang, ex monaca buddista, che è stata imprigionata, torturata e violentata in Tibet per aver manifestato contro l’oppressione religiosa del governo cinese. Fuggita attraverso le montagne dell’Himalaya, ora negli Stati Uniti si impegna a praticare la sua fede e ad alzare la voce contro gli abusi dei diritti umani in Cina. Ma anche la storia di Kadijatu, sopravvissuta a terribili esperienze come schiava sessuale durante la guerra civile in Sierra Leone; nonostante le profonde ferite psicologiche – depressione, ansia e pensieri suicidi – trova oggi speranza nel sostegno della sua famiglia a Bellevue e nel desiderio di costruirsi una nuova vita come cittadina statunitense. E la storia di Donrodge che sogna oggi di vivere in un luogo dove poter essere sé stesso: da gay in Giamaica dormiva con un coltello e una Bibbia sotto il cuscino.
È un lavoro che obbliga lo spettatore a sentirsi vicino alle esperienze raccontate e mostra con assoluta chiarezza, non manipola né indottrina, trasmette un messaggio forte con enorme onestà e umanità.

Voci migranti: domande per cercare risposte

Raccontare queste storie di migrazione, la sofferenza e la speranza, per restituire la complessità del fenomeno. Re-umanizzare per seminare dubbi e spingere verso la ricerca di soluzioni. Un passaggio necessario a capire che serve nei confronti dei migranti una prospettiva diversa, più umana. È cruciale considerare i migranti non solo come forza lavoro, ma come cittadini pienamente integrati nella comunità, un membro a pieno titolo della comunità, che merita rispetto e integrazione. È cruciale garantire non solo diritti lavorativi ma anche quelli di cittadinanza. Una prospettiva questa che non può che richiamare la rivoluzione di Basaglia nella salute mentale, l’utopia della Legge 180, una rivoluzione non del tutto compiuta che può essere riattualizzata nel confronto con il contesto migratorio contemporaneo. “Le migrazioni internazionali ci confrontano nuovamente con individui ad alto rischio di esclusione sociale. Nuovamente la questione è quella del riconoscimento di diritti fondamentali, dell’autodeterminazione, della possibilità di accedere a misure appropriate di tutela della propria salute per persone che sono sistematicamente esposte a varie forme di discriminazione. (…) I processi di migrazione contemporanei portano dunque la psichiatria italiana a una nuova sfida: la sua vocazione al lavoro centrato sul contesto di vita dei pazienti e sulle istanze che il territorio la mette a confronto con una città in fase di profondo cambiamento, in ragione di una aumentata complessità ed eterogeneità della sua popolazione e dei bisogni da essa espressi”, scrive Davide Bruno nel suo ancora attuale Alle frontiere della 180.

Riconoscere a pieno il diritto di cittadinanza per collocare gli esclusi dagli scambi sociali all’interno del mondo, della società, di un contesto di vita quotidiana in cui le relazioni siano possibili.