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Sappiamo ancora troppo poco di microplastiche e rischi per la salute


Le microplastiche, minuscole particelle non più grandi di 5 mm che non si dissolvono in acqua, sono sempre più presenti negli oceani, nell’atmosfera, nel suolo, nell’acqua potabile e, non per ultimo, sono state trovate anche nella placenta, nei polmoni, nel fegato e in altri tessuti umani, in quanto possono penetrare nel corpo attraverso l’ingestione, l’inalazione e il contatto diretto con la pelle. Le microplastiche riescono ad arrivare agli impianti di potabilizzazione attraverso la fitta rete di acque interne, che raccolgono e trasportano contaminanti da diverse fonti ambientali. Da qui, le microplastiche possono raggiungere gli oceani e frammentarsi in particelle ancora più piccole (le nanoplastiche, di dimensioni da 1 a 100 nanometri) oppure raggiungere i rubinetti delle nostre case, nonostante l’acqua potabile provenga da falde sotterranee protette e nonostante la fornitura idrica sia sottoposta a rigorosi controlli ed eventualmente a processi di purificazione.

Come si possono eliminare le microplastiche?
Secondo uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters bollire e filtrare l’acqua, usando praticamente gli stessi filtri che si usano per preparare tè o caffè, potrebbe ridurre del 90% le microplastiche presenti nell’acqua potabile. L’ampia diffusione delle microplastiche è collegata da un lato ai tempi di degradazione lunghissimi, dall’altro all’estrema eterogeneità di queste particelle. Per esempio, alcune microplastiche provengono dall’usura degli pneumatici, altre dalle vernici utilizzate per la segnaletica stradale, oppure dall’abrasione di diversi oggetti in plastica nelle zone urbane, come le suole delle scarpe. Altre particelle provengono dalle microbeads, utilizzate fino a poco tempo fa in prodotti cosmetici ad azione esfoliante o detergente, ma vietate in Italia a partire da gennaio 2020. Non sono esenti dalla produzione di scarti di questo tipo neppure gli abiti che indossiamo, almeno quelli in fibre sintetiche, per esempio nylon e fibre acriliche.

Com’era quella storia dei filtri di caffè?
I ricercatori dello studio hanno prelevato campioni di acqua dura di rubinetto da Guangzhou, in Cina, e hanno aggiunto diversi livelli di nano e microplastiche. Successivamente, hanno fatto bollire ciascun campione per cinque minuti. Hanno scoperto che le strutture cristalline di carbonato di calcio – che si formano quando si fa bollire l’acqua dura di rubinetto – incapsulavano le particelle di plastica. Versando il resto dell’acqua in un filtro per caffè, è stato possibile rimuovere le rimanenti particelle incrostate. I metodi usati hanno dimostrato che il processo di incapsulamento era più visibile nell’acqua dura, con una rimozione del 90% delle particelle.

Dei rischi per la salute…
“Sebbene siano stati condotti studi per stabilire l’entità e gli effetti dell’esposizione alle microplastiche, non è stato ancora definito nulla di concreto”, è quanto ha riferito Vincent Young, professore di medicina interna, microbiologia e immunologia all’Università del Michigan. “Ci sono diversi articoli che suggeriscono che il microbioma intestinale cambi in presenza di microplastiche. Detto questo, non è chiaro se questi cambiamenti abbiano un effetto diretto sulla salute umana. Va notato che molte cose possono alterare il microbioma a breve termine, anche in questo caso con effetti poco chiari sulla salute”. Le microplastiche stanno emergendo come possibili fattori di rischio anche per le malattie cardiovascolari, al momento però mancano prove dirette che confermino questo rischio. Uno studio osservazionale italiano, pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, ha evidenziato che minuscole particelle di plastica provenienti dall’ambiente si infiltrano nelle lesioni vascolari delle persone, preannunciando potenzialmente lo sviluppo di malattie cardiovascolari future nei pazienti sottoposti a endarterectomia carotidea, un intervento chirurgico che interessa la carotide atto al ripristino del corretto apporto di sangue al cervello. I risultati dello studio hanno evidenziato che i pazienti con presenza di nano e microplastiche all’interno della placca aterosclerotica – ossia la degenerazione delle pareti arteriose dovuta al deposito di placche – avevano un rischio significativamente maggiore di soffrire di un evento cardiovascolare rispetto a quelli senza particelle estranee.

…Ne sappiamo ancora poco
Questa tesi però è stata messa in discussione dal cardiologo di fama internazionale John Mandrola nell’ultima puntata del suo podcast This Week in Cardiology, prodotto da Medscape. Secondo l’elettrofisiologo del Baptist Health di Lousville, infatti, il numero di eventi cardiaci registrati durante lo studio non sarebbe sufficiente per stabilire un rapporto di causa-effetto, ma solo di correlazione. “È molto probabile che si tratti di casualità piuttosto che di un segnale reale”. Secondo Mandrola, i dati prodotti dall’Università di Napoli costituiscono un primo passo per la comprensione degli effetti delle micro e nano-particelle di plastica sul rischio cardiovascolare, ma non permettono di trarre conclusioni definitive.

Al momento i dati disponibili sulla quantità delle microplastiche a cui la popolazione è esposta sono estremamente scarsi, per questo la comunità scientifica internazionale sta lavorando nell’ambito di numerosi programmi di ricerca per ampliare le conoscenze sull’argomento con un approccio multidisciplinare. I motivi dell’incertezza sono attribuibili al fatto che le variabili associate alla classificazione delle microplastiche non sono standard, come spesso non lo sono le indagini tossicologiche. Di conseguenza, a oggi sono disponibili solo pochi dati relativi alla tossicità delle microplastiche. Le evidenze al momento disponibili ci dicono che esistono due possibili modalità con le quali queste particelle sono in grado di causare danno agli esseri viventi: meccanismi di danno diretto e meccanismi di danno indiretto. I primi riguardano infiammazione e irritazione del sistema gastrointestinale e sono attribuibili all’interazione delle particelle di plastica con gli organi e i tessuti. I secondi sono legati alle caratteristiche intrinseche delle particelle, alla loro capacità di interagire con l’ambiente circostante e alla possibilità di agire come vettori di altri inquinanti, nonché patogeni di varia natura.

Quello che è certo però è che la produzione annuale di plastica, nel mondo, è all’incirca di 400 milioni di tonnellate, in Europa di questa percentuale quasi il 40% proviene da imballaggi. Sebbene un cambio di rotta si possa ottenere principalmente con un impegno attivo della filiera produttiva, attraverso l’uso di materiali alternativi e riciclati, e da parte delle pubbliche amministrazioni con una capillare raccolta dei rifiuti, a livello individuale si possono fare grandi passi. Per esempio, smettere di acquistare acqua nelle bottiglie di plastica è una scelta alla portata di tutti e, secondo alcuni studi, sarebbe in grado da sola di ridurre della metà la produzione di microplastiche. Inoltre, può essere rafforzato l’impegno nel corretto smaltimento dei rifiuti e nell’uso di prodotti non usa e getta, come borse per la spesa o borracce termiche. Sono molti i comportamenti che possono ridurre il consumo di plastica e generare una nuova richiesta sui mercati di prodotti realizzati con materiali e processi produttivi sostenibili.