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Salute mentale in carcere, storie fragili e spiragli di luce


“Patologie quali quelle legate alla dipendenza da sostanze stupefacenti, il disagio mentale, le malattie cardiovascolari e infettive sono molto più frequenti nella popolazione detenuta che non nella popolazione generale e la percentuale di suicidi in carcere risulta essere tra le 9 e le 20 volte maggiore coinvolgendo sia le persone detenute che il personale che opera nel carcere”. Scriveva così, a ottobre del 2022, sulle pagine di Forward, supplemento di Recenti Progressi in Medicina, Sandro Libianchi, Presidente del Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane. Un problema, quello della salute in carcere, che invece che essere affrontato e risolto sembra aumentare. Soprattutto per quanto riguarda la salute mentale: in carcere la presenza di un diffuso disagio psichico rimane una delle problematiche più spesso segnalata anche all’Osservatorio Antigone, Associazione che ogni anno redige un rapporto annuale sulle condizioni di detenzione in Italia. Secondo l’ultimo rapporto, uscito a inizio di quest’anno, il 12 per cento delle persone detenute (quasi 6.000 persone) ha una diagnosi psichiatrica grave, rispetto al 10 per cento dello scorso anno.

Salute mentale in carcere, curare dentro o fuori?

“La percezione diffusa tra gli operatori è che le patologie psichiche tra la popolazione detenuta siano in continuo ed esponenziale aumento e che gli strumenti e le risorse a disposizione per trattarla siano sempre più scarse e inadeguate”, si legge nel rapporto. “Se agli operatori il problema appare chiarissimo, la reazione diffusa del decisore politico è quella di vedere la causa principale di questo diffuso disagio nella chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), che hanno smesso di esistere per legge nel 2014 e per davvero nel 2017. Gli Opg erano infatti l’istituzione di scarico a cui inviare le persone detenute con disagio psichico di più difficile gestione”. Con la chiusura degli Opg sono state costituite le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), strutture a gestione sanitaria destinate a ospitare autori di reato giudicati incapaci di intendere e di volere e perciò prosciolti (anche in questo caso, per approfondire, rimandiamo al rapporto Antigone Salute mentale e Rems).

“La percezione diffusa tra gli operatori è che le patologie psichiche tra la popolazione detenuta siano in continuo ed esponenziale aumento”

I problemi non sono certamente legati alla chiusura degli Opg, ma, come sottolineano anche gli autori del libro “Advocacy per la salute mentale”, edito dal Pensiero Scientifico Editore, le Rems non li hanno risolti: “Purtroppo non tutti, compresa parte degli addetti ai lavori, hanno chiaro che le Rems non hanno sostituito gli Opg che, al contrario, sono stati sostituiti da un insieme di interventi messi in atto dai Dipartimenti di salute mentale attraverso la predisposizione di un piano terapeutico riabilitativo che può anche (ma non necessariamente) prevedere il ricovero in Rems. Purtroppo non tutta la magistratura ha chiaro che il malato di mente può certamente essere pericoloso, ma la sua pericolosità dipende da molteplici fattori e anche la sua pericolosità può essere gestita”.

Un’alternativa è che la patologia psichica venga curata e seguita all’interno del carcere. Per farlo nel modo corretto, però, bisognerebbe investire in spazi, professionalità e risorse. Ma non è così. Ad oggi, gli spazi interni per il trattamento delle patologie psichiatriche, soprattutto nella fase più acuta, sono chiamate Articolazioni per la tutela della salute mentale (Atsm). In Italia sono 32, collocate in 17 istituti penitenziari, uno per regione. Hanno posto per meno di 300 detenuti in totale, le più grandi sono a Barcellona Pozzo di Gotto (50 persone) e Reggio Emilia (43 persone). “Le Atsm affrontano solo una piccola parte del problema, ma non fotografano affatto il disagio mentale diffuso nelle altre sezioni detentive, né l’evidente tendenza alla psichiatrizzazione degli spazi detentivi”, chiarisce ancora il rapporto Antigone. “Perché il disagio psichico, evidentemente, non vive nelle sole Atsm, ma in tutte le sezioni detentive. E qui il principale strumento di governo della salute mentale diventa il ricorso massiccio agli psicofarmaci, utilizzate con finalità non solo terapeutiche-sanitarie, ma di sedazione collettiva e pacificazione delle sezioni”.

Altro tema importante è quello dei suicidi in carcere. Il dato relativo al 2024 è particolarmente allarmante: tra inizio gennaio e metà aprile sono stati 30 i suicidi accertati. Uno ogni 3 giorni e mezzo. Nel 2022 – l’anno record – a metà aprile se ne contavano 20. Se il ritmo dovesse continuare in questo modo, a fine anno rischieremmo di arrivare a livelli ancor più drammatici rispetto a quelli dell’ultimo biennio. Insomma, come scrive Grazia Zuffa, psicologa e bioeticista, su ilPunto, “le persone che entrano in carcere hanno maggiori problematiche psicologiche e psichiatriche rispetto alla popolazione generale: rappresentano perciò un gruppo ad alta vulnerabilità psicosociale. E insieme, sono costrette in un ambiente, la prigione, che come scrive il Comitato nazionale di bioetica, produce sofferenza e malattia. Dunque, in nessun altro luogo vale la raccomandazione di considerare l’assistenza psichiatrica come una parte dell’azione più vasta di tutela della salute mentale. Accanto a validi servizi psichiatrici, è necessario predisporre una robusta strategia in chiave preventiva, di intervento sul contesto, che cerchi di contenere la produzione di sofferenza e malattia del carcere”.

Lo Spiraglio va in carcere, con il Premio Luciano De Feo

Anche per tutti questi motivi, Lo Spiraglio Filmfestival ha scelto come grande tema di quest’anno quello della salute mentale nelle carceri. Lo Spiraglio – diretto da Federico Russo per la parte scientifica e da Franco Montini per quella artistica, e organizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di salute mentale della Asl Roma 1 – si è confermato ancora una volta come appuntamento immancabile per capire, pensare e conoscere a fondo il mondo della salute mentale.

In anteprima assoluta la settimana prima dell’inizio del festival – che si è tenuto dall’11 al 14 aprile al MAXXI – sono stati proiettati alcuni film in concorso nel carcere di Regina Coeli. “Quest’anno abbiamo deciso di fare un’anteprima assoluta del Festival al Regina Coeli per diversi motivi: innanzitutto perché il Premio Luciano De Feo è stato assegnato a un documentario girato all’interno di un carcere, quello di Rebibbia a Roma”, ci racconta Federico Russo, direttore scientifico dello Spiraglio. “Poi perché l’istituzione carceraria è l’istituzione totale per eccellenza, un luogo pensato come luogo di pena e non di rieducazione. Quindi un luogo in cui ci si chiude e abbiamo pensato che lo Spiraglio potesse portare luce qui dentro”.

Il Premio Luciano De Feo, di cui parla Federico Russo, è la novità più rilevante del Festival di quest’anno. Luciano De Feo, avvocato romano, è stato un grande appassionato di cinema e in particolare del suo ruolo educativo.

Fiamma Lussana, docente di Storia contemporanea all’Università di Sassari e autrice del libro “Cinema educatore: l’Istituto Luce dal Fascismo alla Liberazione”, racconta la storia di Luciano De Feo

Direttore dell’Istituto Nazionale LUCE e, successivamente, dell’Istituto Internazionale del Cinema Educativo ICE, Luciano De Feo nel 1930 è tra i fondatori della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Come ha raccontato Fiamma Lussana nel corso di una chiacchierata con Luca De Fiore, nipote di De Feo e attuale direttore de Il Pensiero Scientifico Editore, “la Mostra del cinema di Venezia nasce dall’incontro di due diverse sensibilità. La prima ispirata da un personaggio molto noto, il Conte Giuseppe Volpi di Misurata, allora Presidente della Biennale. Questa è un’anima di carattere culturale-affaristica perché aveva intenzione di rilanciare il turismo lagunare dopo la crisi del 1929. C’è un’altra anima, però, che ispira la nascita della Mostra, che possiamo definire liberal-pedagogica, ed è quella dell’avvocato romano Luciano De Feo, il cui scopo era proprio quello di valorizzare il cinema come arte universale nazionale e internazionale”. Secondo Luciano De Feo, dunque, il cinema doveva diventare un linguaggio universale, doveva capire e parlare più lingue e mettere in comunicazione tra loro popoli, storie e contesti nazionali anche molto diversi. E sulla scia di questa concezione di comunicazione aperta Luciano De Feo fonda nel 1946 la casa editrice Il Pensiero Scientifico Editore, nata proprio per contrastare la chiusura alla scienza anglosassone imposta dal regime fascista. Un premio, quindi, che più di ogni altro rispecchia l’anima dello Spiraglio: unire cinema e salute.

Salvate dai pesci: storie fragili e spiragli di luce

“Mi piacerebbe essere un cagnolino, di quelli piccolini di qualche razza con il pedigree. Non perché li consideri meglio di quelli senza pedigree ma perché il più delle volte vengono viziati tanto. Alcuni hanno addirittura il dog-sitter, fanno la manicure, vanno dal parrucchiere. Una volta ho visto un chihuahua con il collare Louis Vuitton che viaggiava in un trasportino abbinato. Vengono coccolati tantissimo, dev’essere piacevole essere un chihuahua con padroni ricchi. […] Quando sono arrivata a Rebibbia ho pensato «Beh, dai, mi riposo qualche giorno, lontano dallo stress del mondo, poi l’avvocato mi fa uscire». Potrei anche essere io un chihuahua pensavo, mi arrivava la colazione in cella, la mattina, quando ero ancora in isolamento. Passavano a chiedere cosa volevi e potevi scegliere. Prendevo il caffè americano, senza latte. Poi doccia, mi truccavo e tornavo a letto. Dicevo: «Ma che ci torno a fare a casa, qui mi portano la colazione!». Ovvio che volevo tornare a casa, ma era una sensazione diversa, il poter stare per un po’ senza pensieri e accudita…” – Francesca.
“Salvate dai pesci”, il documentario (che è anche un libro) vincitore della prima edizione del Premio Luciano De Feo, racconta il laboratorio realizzato dall’Associazione Ri-Scatti nella sezione femminile della Casa Circondariale di Rebibbia dal 13 ottobre del 2022 al 23 febbraio del 2023. L’associazione, nata nel 2013, sviluppa progetti creativi – fotografici, teatrali, laboratori di scrittura – per promuovere l’integrazione sociale e dare un’opportunità di riscatto a chi soffre o a chi nella vita è rimasto indietro. “Ogni anno viene identificata una categoria fragile e gli vengono forniti gli strumenti per raccontarsi”, ci racconta Stefano Corso, presidente dell’Associazione. “Negli anni abbiamo coinvolto persone che soffrivano di disturbi del comportamento alimentare, senza fissa dimora, migranti, bambini con una patologia oncologica, adolescenti vittime di bullismo… Nel 2021 a Milano avevamo già fatto un laboratorio nelle carceri, dando la possibilità sia ai detenuti sia agli agenti di polizia penitenziaria di raccontarsi attraverso la macchina fotografica. Qualche anno dopo siamo voluti entrare in un carcere di Roma”.
L’obiettivo iniziale era quello di condurre le donne a raccontare la propria storia in modo fiabesco, così che potessero raccontare la loro vita e la loro esperienza ai propri figli per provare a spiegargli il perché della loro assenza e la realtà carceraria. Con il passare del tempo, però, ci si è resi conto di come scrivere storie personali fosse difficile e doloroso. Il laboratorio è diventato così uno spazio aperto in cui parlare di sé, dei propri sogni, delle proprie speranze. Da questa esperienza è nato un libro “Salvate dai pesci. Racconti delle detenute di Rebibbia”, curato da Mario Corso ed edito da Castelvecchi, che raccoglie storie di nomi, di oggetti, di luoghi, di ricordi, desideri e rimpianti. Storie fragili che lasciano però uno spiraglio di luce.

Lo Spiraglio Filmfestival va in carcere con il Premio Luciano De Feo, assegnato a “Salvate dai pesci” con la regia di Stefano Corso