×
Photo by World Economic Forum / CC BY-NC-SA

La salute mentale al tempo di Facebook


Da oltre trent’anni a questa parte, in primavera Austin (Texas) ospita il Sxsw (che sta per “South by Southwest”), un festival con una vocazione molto speciale: aiutare le persone creative, di qualsiasi settore, a raggiungere i propri obiettivi attraverso il networking e  la condivisione di idee e soluzioni. Sul palco del Sxsw 2018, per uno dei tanti discorsi che arricchiscono la kermesse texana, si è presentato senza molto clamore anche Bernard J. Tyson, un signore con gli occhiali, nero, di stazza non trascurabile, avvolto dall’eleganza scialba di uno di quei completi da americano in ghingheri.

Il suo nome alla stragrande maggioranza del pubblico italiano non dirà nulla, ma Tyson non è decisamente uno qualunque. Amministratore delegato di Kaiser Permanente, “il volto buono della sanità americana” – un’organizzazione sanitaria capace di erogare servizi sanitari di grande qualità, nota per la priorità che assegna alle cure primarie e per la capacità di innovazione -, è stato inserito dalla rivista Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo del 2017.

Re-Connecting the Mind to the Body”, ovvero “reintegrare la salute mentale nel corpo dell’assistenza sanitaria”, ma anche riconoscre l’interdipendenza tra mente e corpo. Questo è il tema che Tyson ha scelto di affrontare nel suo discorso, un discorso zeppo di liste numerate e che comincia con tre fatti: 1) la malattia mentale colpisce un adulto su cinque negli Stati Uniti; 2) la depressione è la prima causa di disabilità al mondo; 3) il suicidio è la seconda causa di morte negli Stati Uniti tra 15 e ei 24 anni e la prima per le ragazze tra i 15 e 19 anni.

Il 50 per cento dei suicidi non dà alcun chiaro segnale premonitore

I dati dimostrano, dunque, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quando la mente entra in sofferenza sono guai seri per l’individuo e la società, quanto e più rispetto a quando succede al corpo.

Tyson condivide con la platea quattro richiami alla realtà, “wake up calls”, che lo fanno riflettere.

Il primo è il suicidio di un diciassettenne che era entrato in contatto con le strutture di Kaiser Permanente prima di togliersi la vita. Tyson si interroga su come sia stato possibile, su quale avrebbe dovuto essere il ruolo dell’organizzazione, su cosa si sarebbe potuto fare per impedirlo. È possibile intercettare una persona prima che commetta un suicidio, tenuto conto che il 50 per cento dei suicidi non dà alcun chiaro segnale premonitore?

Il secondo è l’impatto dell’iperconnessione sulla mente umana, l’effetto della miriade di impulsi che riceviamo quotidianamente attraverso i nostri device e che minano verosimilmente la nostra capacità di far fronte alle difficoltà del reale.

La terza è la violenza con le armi da fuoco. Kaiser Permanente si occupa spesso delle vittime e delle famiglie delle vittime delle armi:Tra il 2016 e il 2017 ci siamo occupati di 11.300 vittime”, ricorda. Ma cosa deve fare, cosa può fare l’Organizzazione senza schierarsi con una parte politica?

L’ultima è la quarta rivoluzione industriale, la digitalizzazione, l’enorme sviluppo dei sensori in particolare, perché in un futuro non troppo lontano sarà possibile interagire a distanza con i pazienti, visitarli direttamente dalle loro abitazioni, senza passaggi in ospedale. Una prospettiva in apparenza futuribile su cui Tyson però non sembra avere dubbi.

Il Ceo di Kaiser Permanente conclude ripercorrendo la strada percorsa dell’assistenza sanitaria tra le due sfide (vinte entrambe dall’umanità) di spostare in avanti la durata della vita e di estendere alla maggioranza delle persone l’accesso al cibo. Con l’invecchiamento della popolazione sono aumentati parallelamente i bisogni di cura e di assistenza sanitaria e si è deciso di concentrarli negli ospedali. Quando è arrivato infine il turno della salute mentale si è stabilito che la gestione dovesse avvenire separatamente dal resto dell’assistenza, in luoghi separati, con risorse diverse, con idee diverse. Una ghettizzazione che ha seguito quella dei malati mentali, la cui condizione è diventata un segreto condiviso dai famigliari, dai vicini, gli amici e i medici.

Ma Kaiser Permanente, declama Tyson, vuole rivoluzionare questo paradigma, “riconnettere la testa al corpo”, trasformare l’organizzazione accogliendo le critiche, condividendo le conoscenze e coinvolgendo le persone, dai sanitari e i professionisti ai pazienti e le loro famiglie. In questo ridisegno del sistema sanitario rispetto alla salute mentale, l’integrazione è fondamentale. Un’integrazione in cui l’assistenza al corpo e quella alla mente devono muoversi su binari paralleli, coesistere nelle stesse strutture, procedere insieme verso le persone.

Il messaggio finale è affidato ad un paio di spot tv prodotti da Kaiser Permanente per contrastare lo stigma che colpisce le persone che soffrono di problemi mentali. Scorrono le immagini suggestive di Stephen Curry dei Golden State Warriors che risorge dall’acqua e lo slogan “train the mind, the body will follow”. Il successo della rivoluzione annunciata da Tyson passa per la resilienza, un concetto un po’ sfuggente ma attualissimo, in cui convergono due tra gli elementi più caratterizzanti di Kaiser Permanente: l’integrazione sanitaria e la centralità del paziente.