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Pranzo di Natale al discount: risparmio e/o qualità?


Da sempre, per me, pranzo di Natale significa salmone affumicato (da mangiare con un velo di burro sul pane), insalata russa, tortellini in brodo e bollito. Pranzo che, a seconda di dove si fa la spesa, può avere costi molto diversi. Per fare un esperimento sono andata in un discount e ho messo nel carrello salmone affumicato, burro, pane in cassetta, le verdure essenziali per fare il brodo e per l’insalata russa, uova e maionese. E ovviamente tortellini, pollo e manzo adatti per il bollito. Per non sbagliare ho calcolato un chilo per ciascun ingrediente. Costo totale: 70,50 euro. Per un pranzo di Natale non mi è andata male. Subito dopo sono andata in un supermercato di gamma, 50 metri più avanti, nella stessa via, così che il quartiere non contribuisse a variare il prezzo dei prodotti (a Roma succede anche questo). Di nuovo, ho preso il carrello e ho messo dentro esattamente gli stessi ingredienti nelle stesse quantità. Questa volta, però, il costo era nettamente più alto: 186 euro.

Una differenza non da poco, che incide notevolmente sul bilancio delle famiglie italiane. Ma volendo, e dovendo, risparmiare si rischia di avere ripercussioni sulla propria salute? I costi più bassi dei discount sono legati a una minore qualità dei prodotti? “Per valutare la qualità di un prodotto il prezzo è una discriminante fortissima per una serie di motivi. La produzione di alimenti di qualità ha un costo e chiaramente il produttore deve guadagnarci”, spiega a Senti chi Parla Giuseppe Fatati, già presidente dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica. “Un altro motivo per cui nei discount si spende meno è perché vengono messi in vendita alimenti con delle scadenze ravvicinate, quindi il prezzo viene abbassato per consentire la commercializzazione di prodotti che altrimenti andrebbero al macero. Attenzione, non è un fatto negativo ma diventa fondamentale che chi acquista abbia l’attenzione di controllare bene le etichette”. Leggere le etichette quando si fa la spesa è un consiglio che dà la maggior parte dei nutrizionisti. Valutare i dati riportati sulle confezioni, infatti, può essere utile in molti casi a orientare nella scelta di quale prodotto acquistare. “Il problema, però, è che spesso sono difficili da leggere: sono traslucide, scritte con dei caratteri molto piccoli. Il fatto che sulle etichette venga scritto tutto non vuol dire che l’acquisto del prodotto avviene con più facilità, perché diventano illeggibili”, continua Fatati.

“Per valutare la qualità di un prodotto il prezzo è una discriminante fortissima per una serie di motivi”

Se fossi andata a fare la spesa direttamente dai produttori o in piccoli negozi il prezzo sarebbe ulteriormente cresciuto. Ma anche in questo caso, il motivo è che la qualità del cibo aumenta ancora? Sicuramente un negoziante che vuole fidelizzare il cliente è più attento alla qualità dei prodotti che offre, al contrario della grande distribuzione. Ma non c’è solo questo. “Quando assumiamo un alimento assumiamo centinaia di composti: alcuni non hanno alcun impatto sulla salute, altri fanno male, altri ancora fanno bene”, ci spiega Giacinto Miggiano, nutrizionista del Policlinico Gemelli di Roma. “Molti alimenti che troviamo nei discount e nei supermercati hanno subito dei processi di trasformazione, sono stati modificati per essere conservati più a lungo. Gli alimenti processati fanno male perché vengono introdotte sostanze dannose per la salute”. È d’accordo anche Fatati che, però, aggiunge: “Oggi circa il 60 per cento della popolazione è condizionata dal prezzo di acquisto e per questo c’è una grande difficoltà nel fare una spesa con tutti i crismi della salubrità. Se devo risparmiare perché non ho alternative, tutto il resto è molto relativo”.

Sappiamo valutare la qualità degli alimenti?

Da una ricerca dell’Osservatorio sulle esigenze del cliente dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, è emerso che il 76,2 per cento dei consumatori italiani valuta la qualità dei prodotti alimentari basandosi sulle caratteristiche del prodotto, in particolare sulla stagionalità, la freschezza, l’aspetto e il sapore, il 20,4 per cento si basa sulle caratteristiche della produzione, valutando di qualità i prodotti locali e biologici, e solo il 2,4 per cento considera la marca e il prezzo del prodotto. Dati questi, che fanno riflettere. Come diceva Fatati, prodotti che costano di più in realtà è vero che possono avere una qualità maggiore. “Sono d’accordo anche io”, conferma Miggiano. “Certo non sempre è così, ma sicuramente non si deve valutare la qualità di un alimento in base al suo aspetto”.

C’è un’altra questione da tenere in considerazione. Quando sono andata a fare la spesa ho utilizzato, sia al discount sia al supermercato, Yuka, una app che permette di scansionare il codice a barre di cibi e prodotti per il corpo per avere una valutazione degli ingredienti che li compongono e del loro impatto sulla salute. È molto facile da usare: classifica i prodotti come scarsi (bollino rosso), mediocri (bollino arancione), buoni (bollino verde chiaro) ed eccellenti (bollino verde scuro). Quando un prodotto viene valutato come scarso o mediocre, Yuka offre all’utente soluzioni alternative che considera più salutari. È sicuramente vero che la app presenta dei limiti, anche dovuti al fatto che in campo alimentare è molto difficile condurre studi in modo rigoroso soprattutto perché si tratta spesso di studi osservazionali per cui non si possono determinare rapporti di causa-effetto (se siete curiosi e volete dare un’occhiata, Yuka tiene aggiornato l’elenco degli studi che utilizza per valutare i prodotti). Un esempio classico, a questo proposito, su cui ancora non si hanno certezze, è l’effetto del sale sulla salute cardiovascolare. Ciò premesso, l’ho utilizzata per farmi un’idea. Tra i prodotti presi al discount – escludendo i prodotti freschi, quindi le verdure e la carne, che la app non riesce a valutare – uno risultava essere scarso, tre mediocri, uno buono e due eccellenti. Tra quelli presi al supermercato, invece, tre venivano indicati come mediocri, uno come buono e tre come eccellenti. Dunque, secondo Yuka la qualità dei prodotti del discount rispetto a quelli del supermercato cambia ma non di tanto. Yuka, piuttosto, ha sottolineato in entrambi i casi come la maionese o il burro siano alimenti dannosi, indicandoli come scarsi o mediocri, e come le uova o i piselli (che erano confezionati e quindi valutabili) siano alimenti più sani, indicandoli sempre come eccellenti.

“Ci sono alcuni alimenti che, anche se possono essere indicati come di qualità, sono comunque dannosi per la salute”

“Ci sono alcuni alimenti che, anche se possono essere indicati come di qualità, sono comunque dannosi per la salute. I dolci o i prodotti ultra processati dal punto di vista nutrizionale non fanno bene al nostro organismo. Quindi, in questo senso, il prodotto che costa di meno non è detto che sia più dannoso perché il problema è l’alimento in sé”, conferma Miggiano. “A Natale possiamo permetterci di mangiare qualche dolce in più del solito, ma l’importante è essere coscienti di quello che si sta assumendo. Educare a uno stile alimentare sano significa insegnare, ad esempio, che gli zuccheri non sono tutti uguali, che un conto è assumere una zolletta di zucchero e un conto è mangiare una fetta di pane. Così come i grassi non sono solo i grassi saturi, ma anche quelli di origine animale e vegetale. Tutto questo serve a fare scelte consapevoli”, conclude Miggiano.

Educazione alimentare per fare scelte consapevoli

Non è facile e non sempre, dato il fattore economico, le scelte dipendono da noi. Ci sono, però, piccoli accorgimenti che possiamo mettere in pratica quando andiamo a fare la spesa. “Innanzitutto, come dicevo, bisogna saper leggere le etichette. Poi ci sono alcuni miti da sfatare: sento spesso dire che se una cosa costa poco ha anche poche calorie, invece è esattamente il contrario perché quando le cose costano poco per renderle più appetibili vengono aggiunti grassi o zuccheri”, spiega Fatati. “C’è un aspetto a cui tengo molto: bisognerebbe avere sempre un’idea di quello che si vuole mangiare e acquistare solo il necessario. Non dico di fare la spesa tutti i giorni, ma di non fare acquisti su grandi numeri. L’errore che spesso si fa, quando si trova un prodotto favorevole, è di acquistarne tantissimi pezzi per risparmiare, con l’idea che poi vengano consumati. Ma quasi sempre alla fine non ci si riesce e alla scadenza, tanto più se acquistando al discount è ravvicinata, si getta via tutto e il risparmio è stato solo apparente. Trovare un momento per decidere cosa voglio mangiare e per fare una spesa ragionata possiamo dire, semplificando, che fa bene alla salute”. A confermare quanto detto da Fatati sono anche i dati rilevati dall’Osservatorio internazionale Waste Watcher su cibo e sostenibilità, che dimostrano come spesso siano i ceti meno abbienti a sprecare di più. Questo anche perché, costretti a fare i conti con i prezzi in salita e a comprare prodotti che costano meno o che hanno una minore qualità, si trovano maggiormente a fare i conti con lo spreco per il deterioramento veloce dei prodotti acquistati.

“Bisognerebbe avere sempre un’idea di quello che si vuole mangiare e acquistare solo il necessario”

Insomma, che le persone più benestanti mangino meglio delle persone più povere è assodato (nonostante la dichiarazione di fine agosto del ministro Francesco Lollobrigida). Su quali possano essere le motivazioni, invece, le opinioni sono discordanti. Un tempo il fenomeno si spiegava con la teoria dei cosiddetti “deserti alimentari”, secondo cui nei quartieri meno agiati ci fosse minore disponibilità di negozi che vendono alimenti salutari. C’è poi il problema dei costi, legato sia ai motivi di cui abbiamo parlato, sia al fatto che le diete ad alto contenuto energetico, che impattano maggiormente sulla nostra salute, sono più economiche rispetto alle diete più sane. Un aspetto da non sottovalutare, anche dovendo pensare a misure politiche risolutive, è infine il fattore culturale: le persone con reddito più basso preferiscono, probabilmente per scarsa conoscenza, acquistare e mangiare prodotti meno salutari.

L’argomento è complesso, ma poiché sappiamo bene quanto l’alimentazione impatti sulla salute delle persone serve trovare delle soluzioni. Sicuramente nelle scuole si dovrebbe educare a seguire uno stile di vita sano, oltre che a fornire elementi di base per prendere decisioni consapevoli sulla propria salute. Secondo Giuseppe Fatati, però, si dovrebbe intervenire anche sulle logiche di mercato: “Fino a oggi si è sempre pensato di tassare gli alimenti non sani, tra cui le bevande zuccherate. Credo invece che dovremmo anche pensare di detassare chi mette sul mercato prodotti salutari. In questo modo avremmo sul mercato dei prodotti salutari, il cui costo di produzione è elevato, alla portata di tutti”.