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Patient-reported outcome: introdurre nella cura la prospettiva del paziente


L’espressione “patient-reported outcome”, letteralmente “esito riferito dal paziente”, è stata introdotta nel 2000 dalla Food and drug administration (Fda), che definisce così “qualsiasi esito riguardante lo stato di salute riferito direttamente dal paziente, senza alcuna interpretazione da parte del clinico o di altri”. A livello internazionale, l’impiego di misure di esito riferito dal paziente è documentato nell’ambito della ricerca, dell’assistenza sanitaria (audit, registri di patologia) e anche della valutazione della performance delle organizzazioni sanitarie, come spiega Davide Botturi del Servizio assistenza territoriale della Regione Emilia-Romagna sulla rivista di Politica sanitaria Care. “A livello nazionale, l’interesse prevalente da parte delle istituzioni pubbliche e anche delle associazioni di cittadini e pazienti riguarda soprattutto il livello di umanizzazione dell’assistenza, ovvero l’esperienza dei pazienti rispetto alle modalità di accesso ed erogazione. Il contributo più rilevante del patient-reported outcome risiede invece nell’introdurre la prospettiva del paziente, misurata secondo una metodologia strutturata, nell’ambito della valutazione degli esiti delle cure, tradizionalmente dominato dalla sola prospettiva professionale”.

“Il contributo più rilevante del patient-reported outcome risiede nell’introdurre la prospettiva del paziente”

Una consistente letteratura, internazionale e italiana, evidenzia la tendenza degli oncologi a sottostimare i sintomi e gli effetti collaterali. Anche per questo motivo, è fondamentale dare voce ai pazienti. Ne hanno recentemente parlato due voci autorevoli dell’oncologia italiana, Massimo Di Maio (direttore Sc Oncologia medica, Ospedale Molinette – AOU Città della salute e della scienza, Torino) e Francesco Perrone (direttore Unità sperimentazioni cliniche Istituto nazionale tumori – Irccs Fondazione Pascale, Napoli e presidente Associazione italiana di oncologia medica) in un’intervista su Forward.

Ma oltre a motivi per così dire “filosofici” ed etici, va sottolineata anche una importanza dal punto di vista eminentemente clinico dei patient-reported outcome, se monitorati in tempo reale e inseriti nel percorso terapeutico. Quali possono essere le ricadute sulla gestione dei pazienti e sull’outcome clinico? Se lo è chiesto Sarah Gelcich al congresso 4words 2024 – Le parole dell’innovazione in sanità, svoltosi a Roma il 14 maggio.

Sarah Gelcich, che guida il Patient centered outcomes research group del Leeds Institute of medical research at St James’s University Hospital della città britannica, ha innanzitutto invitato i presenti a riflettere sulle implicazioni del miglioramento della diagnostica e della clinica in oncologia: il numero di pazienti oncologici in trattamento anche per molti anni è sensibilmente aumentato negli ultimi anni: una buona notizia, che però paradossalmente ha anche qualche zona d’ombra. I tumori infatti restano la seconda causa di morte dopo le patologie cardiovascolari, quindi comprensibilmente inducono paura e preoccupazione nei sopravviventi e nei loro caregiver. I pazienti oncologici vivono per anni in condizione di malattia e questo ha profondi effetti a livello psicosociale e anche pratico. In che modo dunque i patient-reported outcomes (Pros) possono supportare i pazienti e i clinici che li hanno in carica in questo percorso terapeutico? I Pros possono servire a individuare e monitorare problematiche fisiche e psicologiche, aiutare la comunicazione medico-paziente, fare in modo che lo staff clinico abbia maggiore contezza della condizione del paziente nel tempo, facilitare il coinvolgimento del paziente nel processo decisionale, impattare positivamente sulla sua qualità di vita e – numerosi studi lo affermano – aumentare la sopravvivenza.

Ha spiegato Gelcich: “La misurazione di routine dei sintomi e delle funzionalità in oncologia è sempre più diffusa. Succede già. Le persone vengono già monitorate per quanto riguarda i loro sintomi. Ma la novità che vorremmo introdurre, nello specifico, è una modalità di misurazione sistematica che permetta anche di raccogliere i dati e successivamente analizzarli in modo da avere un quadro un po’ più solido. Nel nostro ospedale a Leeds naturalmente come praticamente dappertutto operiamo una misurazione di routine dei sintomi, più che altro in occasione di un appuntamento o quando si fa la chemio o quando il paziente chiama perché ha un sintomo, quindi non è un processo standardizzato”.

“Si tratta di strumenti preziosi che possono realmente rendere migliore il lavoro dei clinici e il percorso terapeutico dei pazienti”

È qui che gli ePros, ovvero gli strumenti elettronici di analisi dei Pros, possono essere d’aiuto. “Un colloquio tra medico e paziente serve a raccogliere informazioni. Si chiede ai pazienti come si sentono e si fa una sorta di diagnosi. Ma questo strumento non è progettato per monitorare, modificare o valutare i risultati. Implementare un sistema di ePros sarebbe utile, perché fornirebbe informazioni quantitative sui sintomi e sulle funzionalità del paziente”. Gelcich ha poi illustrato brevemente i risultati dello studio eRAPID electronic patient self-reporting of adverse-events: patient information & advice, pubblicato sul Journal of Clinical Oncology. eRAPID è un sistema web-based che consente ai pazienti di autosegnalare i sintomi e gli eventi avversi delle terapie antitumorali da casa, poi accessibili tramite le cartelle cliniche elettroniche per l’utilizzo nella pratica clinica. Il monitoraggio in tempo reale con eRAPID ha migliorato il benessere fisico (6 e 12 settimane) e l’autosufficienza (18 settimane) in una popolazione di pazienti oncologici in chemioterapia, senza aumentare il carico di lavoro dell’ospedale.

“Permangono diversi problemi pratici da risolvere per rendere questi sistemi di monitoraggio più comodi, efficaci e affidabili, ma si tratta di strumenti preziosi che possono realmente rendere migliore il lavoro dei clinici e il percorso terapeutico dei pazienti”, ha concluso Gelcich.