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Mascolinità e salute


Ogni sera milioni di famiglie condividono un rituale: raccontano storie a bambini e bambine. Storie nelle quali molto spesso il ruolo della femminilità è incarnato dalla principessa che passa le giornate a spazzolarsi i capelli e a sognare di sposare un principe. E se invece iniziassimo a raccontare alle bambine di donne reali che hanno cambiato il proprio destino? Con questa domanda Francesca Cavallo, scrittrice e attivista, ha catturato l’attenzione del pubblico nel primo pomeriggio della sessione dedicata alla parola “influencer” a 4Words24, la settima riunione annuale del progetto Forward. È da questa premessa che è nato Storie della buonanotte per bambine ribelli, di cui Francesca Cavallo è co-autrice, milioni di copie vendute in oltre 40 traduzioni, che tenta di “restituire ai bambini il mondo in tutta la sua naturale diversità e di offrire una prospettiva realistica, che non escluda pezzi di realtà soltanto perché gli adulti non si sentono a proprio agio”.

“Di Cenerentola esistono tantissime versioni, ma vi assicuro che non ce n’è una in cui il principe dice di volersi sposare”

Cosa raccontiamo invece ai maschi? Certo, non possiamo dire che vi sia scarsità della celebrazione dei grandi leader uomini, ma forse abbiamo sempre osservato i personaggi maschili delle fiabe con poca accuratezza, questi sono “infinitamente meno liberi di quello che credevo. Di Cenerentola esistono tantissime versioni, ma vi assicuro che non ce n’è una in cui il principe dice di volersi sposare”. I principi non possono che sposarsi, perché il loro ruolo è garantire la continuità del potere. Paradossalmente, mentre per i personaggi femminili il conflitto con la famiglia è spesso al centro della storia, i personaggi maschili non hanno conflitti, fanno quello che il loro ghenos gli impone di fare. Inoltre, ci sono sempre presentati come privi di una vita interiore o disinteressati ad averne una. Gli unici personaggi delle fiabe dei quali percepiamo un’interiorità sono mostruosi, la bestia de La bella e la bestia e Quasimodo di Notre Dame de Paris. Due personaggi osceni, cioè che devono stare lontani dalla scena per la loro mostruosità, e dagli altri umani: il primo circondato da oggetti umanizzati il secondo da gargoyle.

Cosa ci dice questo? Che una delle assi portanti dei valori con i quali abbiamo scelto di influenzare il modo in cui i bambini percepiscono la loro mascolinità è che la loro vita interiore non può essere vista da nessuno. Se osserviamo i personaggi che hanno plasmato le immagini che si formano nella nostra testa quando pensiamo alla mascolinità – James Bond, Superman, Hulk – hanno una caratteristica in comune: conducono una doppia vita. Il messaggio, anche quando si cresce, è che “nel passaggio per diventare uomini è solo la parte massimamente performante del sé che può essere mostrata agli altri”, perché tutto il resto, il dubbio, la fragilità, il dolore devono essere nascosti.

“Nel passaggio per diventare uomini è solo la parte massimamente performante del sé che può essere mostrata agli altri”

Secondo l’antropologo David D. Gilmore se il rito di passaggio dall’età infantile a quella adulta per le ragazze è segnato da un evento biologico, per i ragazzi avviene attraverso riti in cui si deve dimostrare di sprezzare il pericolo, che li caratterizzano come uomini davanti la comunità. Prosegue Francesca Cavallo, “della mascolinità un uomo deve considerarsi degno in ogni momento della propria vita. Basta un gesto, una parola o una scelta sbagliata e si rischia il ridicolo davanti al gruppo”. Questa serie di comportamenti problematici è legata alla difesa di uno status che è sempre traballante. “Come facciamo a lamentarci della mancanza di integrità che è tipica di alcune delle incarnazioni più problematiche della mascolinità tossica, quando quella mancanza di integrità è stata al centro del nostro messaging culturale su come si diventa uomini?” Questa prospettiva vive in uno dei progetti di Francesca Cavallo, “Maschi del futuro”, una newsletter settimanale e una serie di eventi a teatro per riflettere sul tipo di influenza che abbiamo sulle nuove generazioni.

“Se iniziamo a interpretare mascolinità e maschilità in questo modo, possiamo iniziare a vedere la violenza maschile non come un problema morale, ma come un problema di salute pubblica”. L’obiettivo dovrebbe essere progredire nell’individuazione e comprensione di quelle che si definiscono le premesse della violenza, e smontare quei meccanismi che creano le condizioni per cui esiste, e i dati lo confermano, un segmento maggioritario della popolazione più incline al crimine, più incline ai comportamenti violenti nell’ambiente domestico e verso sé stessi, più incline a trascurare la propria salute.

“Possiamo iniziare a vedere la violenza maschile non come un problema morale, ma come un problema di salute pubblica”

Secondo una revisione sistematica pubblicata non molto tempo fa sul Journal of Public Health, le donne si prendono cura della propria salute di più rispetto agli uomini. Si informano di più, fanno prevenzione, si ricordano la crema solare, tengono d’occhio quei sintomi che possono essere campanello d’allarme di una malattia, consultano di più il medico, si vaccinano di più e così via. Il motivo, come spiega Guendalina Graffigna (professoressa di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), è che, specialmente nella nostra cultura, “la donna viene percepita come più bisognosa di cure rispetto all’uomo e una delle conseguenze di questa narrazione è dare per scontato che la cura della salute sia un dovere intrinsecamente femminile. Per questo è facile pensare che le donne siano naturalmente più interessate degli uomini alla prevenzione, più consapevoli dei comportamenti che mettono a rischio il benessere psicofisico e più motivate a cambiare abitudini e stili di vita poco sani”. Al contrario, prosegue Graffigna, “per conformarsi a uno stereotipo opposto l’uomo a tende a stigmatizzare i comportamenti preventivi”, come mangiare sano, evitare alcol e tabacco, consultare un medico, ma anche andare da uno/una psicoterapeuta.

In molte realtà sociali, gli uomini generalmente godono di maggiori opportunità, privilegi e potere rispetto alle donne, ma questi molteplici vantaggi non si traducono in migliori risultati in termini di salute. Cosa spiega questa disparità di genere? Secondo l’analisi dei determinanti sociali della salute condotta dall’OMS, presieduta da Sir Michael Marmot (anche lui ospite di 4words24), i tassi di sopravvivenza più bassi degli uomini “riflettono diversi fattori: maggiori livelli di esposizione professionale a rischi fisici e chimici, comportamenti deliberatamente rischiosi e il fatto che gli uomini hanno meno probabilità di consultare un medico quando sono malati e, quando lo fanno, sono meno propensi a riferire i sintomi della malattia”. Anche se i tassi di depressione negli uomini sono quasi la metà di quelli delle donne ciò non riflette una migliore salute mentale rispetto a quella femminile: gli uomini mostrano tassi significativamente più alti di uso di droghe e rappresentano tre quarti dei suicidi nei paesi occidentali. La letteratura sul tema ci dice che conformarsi alle norme di stoicismo maschile ha un triplice effetto sugli uomini che soffrono di depressione, influenzando i sintomi e la loro espressione, l’intenzione e l’effettiva ricerca di aiuto e, infine, la gestione dei sintomi.

“Quello che dobbiamo fare non è prendere a cazzotti il patriarcato, il punto è renderlo obsoleto”

“Se iniziassimo a prenderci la responsabilità del fatto che il tipo di influenza con la quale formiamo le nuove generazioni di maschi è un’influenza corrotta alla radice, e che in alcuni casi dà esiti problematici, saremmo forse sulla strada giusta per operare uno scarto e provare a ragionare sul tema della violenza spostando il punto di vista” perché è solo cambiando il punto di vista che si possono cambiare le cose, conclude Cavallo. “Se l’obiettivo è smantellare le strutture patriarcali, quello che dobbiamo fare non è prendere a cazzotti il patriarcato, il punto è renderlo obsoleto. Come si fa? Rimpiazzando la logica del conflitto e dello scontro con la logica della compassione radicale”.