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Mandare il cancro nello spazio… per imparare a curarlo sulla Terra


“Cosa succede se mandi un cancro completamente sviluppato nello spazio? Il cancro impazzisce?”. Queste parole, che in un primo momento potrebbero sembrare deliranti, sono in realtà un’importante ipotesi scientifica. A pronunciarle è Catriona Jamieson, ematologa e ricercatrice presso il Moores Cancer Center dell’UC San Diego Health, che da anni studia i meccanismi che portano allo sviluppo e al peggioramento di malattie oncologiche come la leucemia e i disturbi mieloproliferativi. Da qualche anno il laboratorio guidato da Jamieson ha infatti una succursale piuttosto particolare: la Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Le condizioni ambientali della stazione offrono delle opportunità uniche per la realizzazione di studi scientifici, anche in ambito medico.

Per quanto riguarda lo studio dei tumori, il gruppo del Moores Cancer Center ha utilizzato questo setting per due obiettivi scientifici. Il primo progetto ha previsto l’invio nello spazio di organoidi tridimensionali di cancro intestinale per studiare il loro comportamento in condizioni di microgravità. “Se inviamo molti tumori nello spazio – ha spiegato Jamieson in un servizio realizzato dalla BBC -, questi raddoppiano di dimensioni in soli dieci giorni. Per vedere questo effetto sulla Terra ci vorrebbero dieci anni. Quindi il cancro diventa incontrollabile nello spazio”.

Lo studio in questione aveva anche dimostrato che le cellule erano in grado di attivare un enzima chiamato adenosina deaminasi associata all’RNA1, espressione del gene ADAR1, il quale consente alle cellule tumorali di clonarsi ed eludere la risposta immunitaria del corpo, rendendole resistenti alle terapie. “ADAR1 è sul nostro radar da circa un decennio come causa sottostante la capacità del cancro di tornare, clonandosi ed evitando il nostro sistema immunitario”, ha spiegato Jamieson. Il gene si attiva quando le cellule sono sotto stress ed è stato collegato a circa 20 diversi tipi di tumore, soprattutto quelli resistenti alle terapie. L’aumentata velocità di sviluppo dei tumori negli ambienti caratterizzati da microgravità, come l’ISS, permette quindi ai ricercatori di testare rapidamente dei trattamenti che agiscono su questo target terapeutico. “Possiamo spegnere quel gene convolto nella clonazione del cancro con un farmaco? Se riduciamo l’espressione genica di ADADR1 possiamo bloccare il processo di clonazione delle cellule di questi mini-tumori?”, si è chiesta la ricercatrice statunitense. “È così. Pensiamo di aver trovato un interruttore per l’uccisione del cancro. Se possiamo bloccare ADAR1, possiamo impedire al cancro di clonarsi”.

Il gruppo di ricerca sta già studiando un farmaco, rebecsinib, che potrebbe essere in grado di agire su questo meccanismo. Il percorso di studio di questa e altre molecole simili è però appena cominciato: al momento non è ancora possibile sapere se questa opzione terapeutica si dimostrerà effettivamente in grado di impattare sulla crescita dei tumori. “Stiamo cercando di entrare negli studi clinici entro la fine di quest’anno perché ci sono pazienti che ne hanno già bisogno. Abbiamo bisogno di questo interruttore per uccidere i tumori. Dobbiamo fermarlo sul nascere. E quindi anziché essere frustrati a terra, stiamo ottenendo soluzioni nuove e molto eccitanti nello spazio”.

Ma la comprensione del comportamento delle cellule tumorali è solo uno degli obiettivi che il gruppo dell’UC San Diego Health sta perseguendo sulla stazione spaziale. Un altro obiettivo, ad esempio, è lo studio degli stessi astronauti. “Stanno donando il loro sangue – ha spiegato Jamieson – così che che possiamo ottenere le loro cellule staminali e vedere come hanno risposto a quel volo spaziale”. Ricerche precedenti condotte dal team di Jamieson hanno infatti dimostrato che la microgravità accelera l’invecchiamento delle cellule staminali, innescando cambiamenti a livello dell’enzima ADAR che potrebbero essere coinvolti nello sviluppo del cancro nelle cellule staminali del sangue. Il gruppo di ricerca ha poi dimostrato che l’attività di questo enzima è associata a quella di un altro, chiamato APOBEC, che potrebbe causare le mutazioni iniziali che emergono a livello delle cellule staminali durante lo stadio precanceroso. Il gruppo guidato da Jamieson analizzerà l’attività di ADAR e APOBEC nei campioni di sangue degli astronauti per ottenere nuovi approfondimenti sugli effetti del volo spaziale su questi enzimi e sul loro ruolo nel cancro e in altre condizioni di salute.