×

Francesca Cesari, l’italiana che fa “Nature”


La forma degli articoli scientifici cambia, così come evolve la ricerca. Nella trasformazione dell’editoria c’è una costante che occorre mantenere salda: la componente umana, con le sue capacità di supervisione e di comprensione dei fenomeni che meritano di essere raccontati, incoraggiati, sviluppati al di là degli interessi di parte. Nelle redazioni di Nature, ogni lavoro giunto nelle mani degli editor è letto in dettaglio. “We read a lot”, leggiamo un sacco, è la sintesi estrema di quanto ci racconta Francesca Cesari, chief editor per le aree biologiche, cliniche e di scienze sociali di Nature. Dopo la laurea alla Sapienza Università di Roma e svariati anni da ricercatrice, sedici anni fa ha scelto di passare dal laboratorio alla redazione, a Londra, di una delle più antiche e autorevoli riviste scientifiche.

Come affrontare nel modo più responsabile possibile le sfide delle nuove tecnologie e dei temi sociali che entrano nella ricerca – come sostenibilità ed equità – sono le questioni al centro del dibattito fra gli addetti ai lavori in tutto il mondo. Gli entusiasmi si accentrano sulle potenzialità di strumenti come ChatGPT, il large language model (LLM) che da un anno a questa parte è diventato sempre più familiare a chi crea, progetta, scrive, analizza contenuti e dati. Il mondo della ricerca sta riuscendo a mantenere il timone (umano), esercitando più che mai cautela e spirito critico. Nature, in particolare, ha formulato due principi etici sul tema editoria scientifica e LLM. In breve: nessun chatbot potrà mai essere accettato come autore accreditato su un documento di ricerca, che necessita di una responsabilità chiara. Questo è un criterio che un LMM non può assumersi e se un ricercatore utilizza strumenti di questo tipo è tenuto a segnalarlo e documentarlo. Che ci sia già la “presenza” di algoritmi di intelligenza artificiale generativa nella letteratura scientifica non è un mistero e molte case editrici sono impegnate nell’aggiornamento delle proprie policy a tutela di autori, studiosi e lettori.

Su Nature nessun chatbot potrà mai essere accettato come autore accreditato

Dal punto di vista del tavolo di un editor, lo scenario è vivace. E il tema dell’intelligenza artificiale (IA) torna sotto più aspetti. Francesca Cesari esclude la possibilità di sostituire i peer reviewer (gli studiosi che effettuano la cosiddetta revisione tra pari per orientare la decisione di accettare o rifiutare un articolo proposto a una rivista) con strumenti digitali. La solidità della scienza, nelle pubblicazioni, è basata sulla sicurezza, sull’etica, sulla supervisione umana. Si discute il ricorso all’intelligenza artificiale per valutare i contenuti migliori da proporre a una rivista: dalla scelta dell’argomento da trattare alla valutazione dell’interesse suscitato da contenuti già pubblicati, per esempio. Un ulteriore utilizzo che trae vantaggio da queste possibilità è la possibilità di usare l’IA per la traduzione in lingue diverse dall’inglese, come strumento di l’equità, favorendo l’accesso ai contenuti e ampliando la disseminazione fra lettori che non hanno conoscenza avanzata dell’inglese scientifico. E, non ultimo, diventa sempre più importante l’uso di strumenti di IA che aiutano a identificare i plagi o individuare problemi nei dati.

Questioni tecniche, dunque, ma non solo. L’intelligenza artificiale diventa tema degli articoli stessi, sia di contributi accademici sia di quelli più vicini al format di “magazine” che Nature ha assunto recentemente. “Negli ultimi anni – racconta Cesari – abbiamo assistito a un’esplosione del numero di articoli che discutono i nuovi modi di fare ricerca o presentano strumenti innovativi, in ogni disciplina: ingegneria, robotica, computer science. Nel campo della medicina, e in particolare nella diagnostica, pubblichiamo articoli su metodologie basate sul machine learning, che presentano procedure più rapide. Il digitale, inoltre, offre possibilità importanti per i lavori scientifici: dalla presentazione dei dati, alla semplicità della navigazione fra i dati stessi, fino alle modalità di accesso per altri studiosi”.

Non sarà questo aspetto a fare diventare la rivista totalmente digitale? La scelta di abbandonarsi totalmente alla pubblicazione digitale, per Cesari, è al momento esclusa: Nature continuerà a essere stampata e distribuita settimanalmente.

“Le migliori e più efficienti tecnologie intorno al dato, tuttavia, non possono prescindere dalla supervisione dell’uomo, soprattutto per la capacità – al momento nostra – di un’analisi che cerca di evitare possibili bias”, afferma Francesca Cesari. La domanda, in questo caso, è: come reagisce un’IA quando linguaggio o metodi ricalcano, o addirittura creano, differenze di genere, età, provenienza geografica, orientamento sessuale, religione, disabilità, status sociale? Diventa, infatti, sempre più pressante, sia per gli autori sia per gli editor della rivista, mantenere il focus sulle questioni sociali che rapidamente si stanno imponendo. E che Cesari riassume in: diversity, equity and inclusion (DEI) resarch e SGD research (in rifermento alle raccomandazioni delle Nazioni Unite sui Global Sustainable Development goals da raggiungere entro il 2030).

“Le migliori e più efficienti tecnologie intorno al dato non possono prescindere dalla supervisione dell’uomo”

“Il publisher Springer Nature ha specifiche norme di equitable collaboration orientate ad assicurare la solidità della ricerca nello sviluppo globale inclusivo. Per fare un esempio: le policy in helicopter research”. Con questa espressione si intende una modalità di studio, in certe aree geografiche e sociali, in cui gli scienziati “sorvolano” il campo di ricerca senza coinvolgere la popolazione locale; a ciò si aggiunge tutto il portato, anche inconsapevole, di preconcetti e azioni di tipo paternalistico o caritatevole. “Assicuriamo – aggiunge Francesca Cesari – il riconoscimento della collaborazione a quanti hanno partecipato ai progetti di ricerca in Paesi a basso reddito, sia alle persone coinvolte sia ai ricercatori locali. Sono questioni estremamente importanti”. E attenzioni come questa diventano criteri di scelta per gli autori in cerca della migliore occasione di pubblicare, soprattutto fra i giovani scienziati. “C’è un’attenzione molto positiva verso il superamento dei limiti della scienza e per far avanzare la ricerca considerando fattori prima trascurati. C’è bisogno di più equità. C’è tanto lavoro da fare ma è positivo il fatto che ci sia un focus e la determinazione da parte degli editor e dei ricercatori per rendere i processi scientifici migliori dalla fase di studio alla pubblicazione”.

Nature ha specifiche norme orientate ad assicurare la solidità della ricerca nello sviluppo globale inclusivo

A questo proposito, altrettanto animato è il dibattito sull’open access, sulla possibilità, cioè, di allargare il più possibile il pubblico della letteratura scientifica, superando la richiesta di abbonamento per i contenuti. Oggi Nature ha solo una parte dei suoi articoli ad accesso libero. Durante l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di covid-19, anche Nature ha deciso che ogni lavoro relativo a quel tema fosse pubblicato in maniera aperta per favorire l’accesso ai contenuti. Cambierà qualcosa in futuro? Nature è un transformative journal, una rivista che segue un modello ibrido: normalmente diffusa in abbonamento, accetta di rendere aperti i contenuti per i quali gli autori pagano una quota, rimborsando parte del costo dell’abbonamento alle biblioteche che hanno sottoscritto l’abbonamento. “Offriamo quindi agli autori che pubblicano ricerca primaria di scegliere se optare o no per l’open access” spiega Cesari. “Abbiamo accordi per l’open access – chiamati transformative agreements – con enti di ricerca e università e soluzioni specifiche anche per Paesi a basso reddito. Questa è solo una parte delle politiche di apertura di Springer Nature: lavoriamo costantemente per l’open science, per far sì che la ricerca e i suoi risultati siano a disposizione degli scienziati; i valori connessi sono la trasparenza e la riproducibilità dei dati. Per questo, offriamo, con orgoglio, un modello di peer review trasparente. Nello specifico, gli autori possono scegliere se aggiungere alle loro pubblicazioni un transparent peer review file: i lettori possono così visionare i pareri dei revisori e le risposte degli autori a ogni round of review, con i rapporti e la corrispondenza fra autori, ricercatori ed esperti che hanno valutato i dati dell’articolo in dettaglio. Anche questa è un’opzione a disposizione degli autori e attualmente riguarda circa il 50 per cento degli articoli pubblicati. L’obiettivo è rendere accessibili tutti i processi della ricerca, inclusi i dati, a garanzia della solidità della presentazione scientifica. Aprire maggiormente è una sfida in evoluzione per le riviste selettive, fino a qualche anno fa era impensabile”.