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La nostra capacità di concentrazione sta diminuendo sempre di più?


Un tempo, neanche troppo lontano, si chiamava “multitasking” ed era l’abilità, spesso riconosciuta in misura maggiore alle donne, di svolgere contemporaneamente due (o più) compiti, mantenendo sufficienti livelli di attenzione e concentrazione su entrambi. Computer, e-mail, notifiche del cellulare hanno però via via spezzato l’illusione dell’efficienza del multitasking, e questo già nel lontano 2004, quando uno studio condotto su impiegati nel campo dell’informazione evidenziò come il tempo medio che le persone dedicavano alla stessa attività si aggirava intorno ai tre minuti. Lo studio era stato condotto attraverso l’osservazione diretta sul campo dei lavoratori: ogni volta che l’impiegato osservato dal ricercatore eseguiva un’azione, ad esempio aprire un programma sul pc, fare una telefonata, scrivere una nota sull’agenda o su un pezzo di carta, il ricercatore faceva partire un timer annotando altri dettagli. Lo studio aveva confermato che, in una giornata tipo, le persone trascorrevano quindi circa tre minuti svolgendo una medesima attività prima di passare a un’altra e poco più di due minuti utilizzando uno strumento, analogico o digitale che fosse, prima di passare a utilizzare un altro strumento. Ebbene, sembrerebbe che questo tempo medio si stia riducendo sempre di più. Sembrerebbe che la nostra capacità di restare concentrati su un compito, un task, un’occupazione, sia sempre minore. Sembrerebbe che la nostra attenzione oramai si riduca a soli 47 secondi.

A comunicarci lo sconfortante dato è sempre Gloria Mark, professoressa di Informatica dell’Università della California di Irvine e autrice, oltre che dello studio citato in precedenza, di numerose altre ricerche nel campo della così detta “attention span” (capacità di concentrazione). Dai 2 minuti e mezzo del 2004, l’attention span era già arrivata a 72 secondi nel 2012, quando Gloria Mark condusse un altro tipo di studio confrontando due gruppi di impiegati, uno con un normale accesso alle email e uno con un accesso alle mail ridotto (circa 5 giorni senza posta elettronica). Questa volta ad essere misurato era anche lo stress dei lavoratori misurato attraverso un dispositivo di rilevamento del battito cardiaco. Lo studio dimostrò non solo l’alto livello di frammentazione del lavoro nel gruppo con accesso alle mail ma anche un costante stato di estrema allerta, dimostrato da un’elevata frequenza cardiaca. In una recente intervista all’American Psychology Association, Gloria Mark spiega come ci siano due diversi tipi di attenzione, una focalizzata (quella ad esempio che impieghiamo per leggere un articolo) e una “meccanica” (pensiamo allo scroll infinito dei social network). Spostare continuamente l’attenzione focalizzata da un compito a un altro, o spostare l’attenzione da focalizzata a meccanica, come dimostrato dagli studi precedentemente citati, non solo è fonte di stress ma è anche causa di errori: a ogni distrazione siamo costretti a riorientarci su una nuova attività, e questo richiede tempo ed energia mentale, che forse potevamo risparmiarci se fossimo riusciti a rimanere concentrati sulla nostra attività primaria. Ben diverso, invece, è prendersi pause in maniera consapevole: queste avvengono nel così detto “punto di interruzione”: immaginando di scrivere un articolo, il punto di interruzione sarà alla fine di una frase o di un paragrafo. Interrompere in quel punto ci permetterà di tornare alla nostra attività post pausa senza necessità di ricordarci quello che volevamo scrivere.

Alla diminuzione costante della nostra capacità di attenzione ha corrisposto, negli ultimi dieci anni, l’aumento considerevole delle fonti di distrazione: alle email si sono aggiunte le notifiche della messaggistica istantanea e quelle dei social network, un concerto di notifiche sonore e luminose che ottiene facilmente la nostra attenzione, distogliendoci inevitabilmente da quello che stiamo facendo. La nostra attenzione è infatti il vero e proprio “oro”, ricercato dai player dell’economia digitale, e seppure a noi sembra non costare nulla in termini puramente economici, in realtà paghiamo un prezzo altissimo: in media infatti ci servono 23 minuti per ritrovare la concentrazione persa a causa di una email arrivata, o di un messaggio su Whatsapp o di una notifica su Instagram. Senza contare che il contenuto di questi messaggi potrebbe alterare il nostro umore con effetti ancora più duraturi. Ma la cosa ancora più grave è che sembriamo aver così tanto interiorizzato la continua fonte di distrazioni esterne da essere diventati capaci di distrarci autonomamente, anche in assenza di un segnale sonoro, anche se i nostri cellulari sono lontani o spenti: in media, controlliamo il nostro cellulare 150 volte al giorno, e la posta elettronica 77 volte al giorno, senza bisogno che ci siano notifiche, solo per “controllare che non ci siano notifiche”.

Anche la nostra capacità di immergerci nella lettura di un libro è diminuita: il nostro cervello, altamente plastico, ha privilegiato la modalità con cui scorriamo i testi sullo schermo (il così detto “skimming”) perché è quella che utilizziamo maggiormente nel lavoro e nel tempo libero: scorriamo velocemente il testo alla ricerca di titoli, frasi in grassetto o in carattere più grande che ci permettano di capire il senso di quello che abbiamo sotto gli occhi e solo dopo, se lo riteniamo necessario, iniziamo a leggere.

“Perché? Perché sento l’urgenza di controllare i social proprio ora? È perché mi sto annoiando? È un modo per procrastinare?”

Soluzioni? Se ce ne sono, non sono quelle più semplici. Eliminare la tecnologia dalla propria vita, oltre che dannoso per le nostre relazioni sociali e per l’informazione, non è materialmente possibile. Contingentare il tempo da dedicare ai social, alle mail, al cellulare sembrerebbe non funzionare perché la fonte di distrazione arriverebbe comunque dall’interno. La soluzione, ammesso che ci sia, è sempre quella più ardua e ha a che fare con la consapevolezza. “Quello che provo ad applicare io è una sorta di meta-consapevolezza” spiega Gloria Mark in un Talks at Google “cercando di essere consapevole di quello che sto facendo mentre lo sto facendo. Tendiamo a fare molte cose automaticamente: vedo il mio telefono e automaticamente lo afferro, sento l’urgenza di controllare i social media e automaticamente li apro per controllarli. Ma se non appena sentiamo l’urgenza di interromperci per fare qualcos’altro ci fermassimo e ci chiedessimo “Perché”? Perché sento l’urgenza di controllare le news proprio ora? È perché mi sto annoiando? È un modo per procrastinare? Solo rendendo consapevoli cose che facciamo altrimenti in modo inconsapevole possiamo pensare di agire su di esse per cambiarle”.

Un altro metodo è quello di pensare a come quello che stiamo facendo impatterà sul nostro futuro, non per forza a lungo termine, ma anche imminente, la sera stessa alla fine della tua giornata lavorativa: se sai che controllare le news o i social media potrebbe tenerti lontano dal tuo compito anche mezz’ora, prova a immaginare l’impatto di questa procrastinazione sul te stesso di fine giornata: sarai rilassato su un divano con un bicchiere di vino davanti alla tua serie preferita o dovrai continuare quel lavoro noioso che non hai completato?

Paradossalmente, viviamo in un’epoca in cui, anche se le tecnologie digitali ci hanno regalato più tempo per noi, quel tempo liberato è stato intercettato e monetizzato attraverso la richiesta e l’ottenimento della nostra attenzione. E come scriveva James Williams, ex strategist di Google, nel suo “Scansatevi dalla luce. Libertà e resistenza digitale”: la nostra attenzione non è gratis, «si paga in termini di futuri a cui si rinuncia».