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Il medico partigiano e il ripasso dell’etica


La strada sale ripida dal mare e in venticinque chilometri sei a oltre 700 metri di altezza. Lasciata la provinciale, la strada diventa un sentiero e gli ultimi tornanti bucano un bosco fitto di alberi bassi. Il casone è su un ciglio della montagna, un orlo dal quale vedi di fronte – sull’altro versante – il paese di Carpasio e – a mezzogiorno – la valle, segnata prima dal torrente Carpasina e poi dall’Argentina. Il casone è l’esercizio del ricordo della breve stagione della Resistenza. Ma è anche un allenamento alla gratitudine nei confronti di chi, come Felice Cascione, si è speso fino alla propria fine per la libertà.

“Il tuo nome è leggenda, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera” – Italo Calvino

Per questo qualche anno fa sono voluto salire al casone con Rebecca e Celeste, le mie figlie allora adolescenti, raccontando la storia di un ragazzo di Imperia, nato nel 1918, lo stesso anno in cui la guerra gli portò via il padre. Tirato su da una madre energica, riuscì a laurearsi in Medicina a Bologna nel 1942. Tornato al paese, sulla costa ligure, fu subito per tutti “u mëgu”: il medico. Antifascista militante, iscritto al Partito Comunista Italiano, fu arruolato nel 1938 e mandato come medico a Mentone, nella Francia occupata. Tornato a Imperia come civile, salì in montagna dopo l’8 settembre. U mëgu diventò anche il suo nome partigiano: combattente valoroso, guidava una formazione di partigiani in attività di sabotaggio e di costante disturbo alle truppe naziste, in una zona nevralgica perché vicina al confine con la Francia. Non concepiva di poter dare la morte, neanche ad un soldato nemico, per fedeltà al giuramento di Ippocrate.

Il Dizionario della Resistenza ricorda Cascione con queste parole: “Fin dal 1937 (è stato) un attivo organizzatore dell’opposizione clandestina al regime fascista. Con Walter Berio (Spartaco) e Angelo Setti (Mirko), costituisce a Imperia una cellula di giovani comunisti che, in contatto con i dirigenti del partito, svolge attività di propaganda antifascista e antimilitarista curando la produzione di stampa clandestina. È fra i protagonisti delle manifestazioni seguite al 25 luglio, per le quali viene arrestato insieme alla madre, Maria Baiardo “Raffaelina”. Scarcerato ad agosto e nuovamente ricercato, la sera del 9 settembre 1943 raggiunge con Giovanni Gilardi (Andrea) un casone di campagna a Magaietto, nei pressi di Bestagno (Diano Castello), dove praticamente nasce la resistenza armata imperiese. U mëgu organizza e comanda una banda composta inizialmente da una ventina di uomini, continuando ad esercitare la sua professione, assistendo la popolazione contadina dell’entroterra. A novembre, con Nino Siccardi (Curto) e Giovanni Giacomelli costituisce il Triangolo militare di Imperia. Da Magaietto si trasferisce con la sua banda a Pizzo d’Evigno e poi a Curenna, nella valle di Albenga”.

Nell’autunno del 1943, dopo uno scontro a fuoco, i partigiani liguri catturarono due militanti della Repubblica Sociale. “Dopo averli salvati da morte sicura – racconta il partigiano Tonino Simonti – (Cascione) li trattava come se fossero stati partigiani, ci raccomandava sempre che i prigionieri andavano trattati da prigionieri e ci diceva che lui aveva studiato una vita per salvare vite umane e non si poteva permettere di uccidere una persona. Pensate che quando da Oneglia arrivavano le sigarette, ne dava sempre due a testa compreso loro due, divideva con loro il pranzo e le coperte”.

“Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire” – Felice Cascione

Anche durante i mesi di vita partigiana continuò a essere medico. Rispose alla chiamata di una donna della valle preoccupata per una caduta del figlio: “Felice prese dal suo zaino i ‘ferri del mestiere’ – racconta Simonti – scese al paese e curò il bambino. La donna disse a ‘u mëgu cosa potesse dargli in cambio e lui rispose di portare da mangiare ai suoi uomini che stavano morendo di fame. La donna arrivò con un cesto di castagne e un sacco di altra roba, questo per farvi capire la sua onestà”.

“Non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà” – Felice Cascione

Dopo due mesi dalla cattura, i due repubblichini fuggirono e uno dei due – Michele Dogliotti – guidò i tedeschi fino al nascondiglio del gruppo di partigiani. Ferito, Cascione si preoccupò di mettere in salvo i suoi uomini e, per salvare un compagno catturato e sottoposto a torture, uscì dal proprio riparo gridando di essere lui “il capo”. “Mi ricordo bene quel tragico 27 gennaio, io ero di guardia insieme a Cigrè, erano circa le 6,30 del mattino e faceva un gran freddo”, ricorda Tonino Simonti (Fedor), compagno della formazione di Cascione. “Eravamo in allerta per possibili attacchi tedeschi perché due giorni prima era scappato uno dei prigionieri fascisti catturati nella battaglia di Montegrazie. Il Battaglione tedesco ci attaccò con mezzi pesanti dal basso, nello scontro a fuoco Cascione fu ferito ad una gamba, rifiutò ogni tipo di soccorso per non mettere a repentaglio le nostre vite e per non pregiudicare la nostra ritirata. Ci ordinò di seguire Vittorio Acquarone (suo cugino) e di scappare verso Alto per mettere in salvo la banda. Ci siamo diretti per la mulattiera che portava verso Ormea e quando abbiamo saputo che Cascione era stato ucciso, ci siamo messi a piangere come dei bambini”.

Come si legge nella motivazione della medaglia d’oro assegnata dalla nostra Repubblica, “cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione”. All’indomani dell’uccisione di Cascione, molti altri giovani liguri decisero di unirsi ai partigiani. Tra loro, Italo Calvino. “Ma non fu vano il tuo sangue, Cascione, primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani. Il tuo nome è leggendario”, scriverà il giovane Calvino, Santiago, su “La voce della democrazia”.

Oggi, il casone ospita un piccolo ma ricco museo della Resistenza. È un luogo carico di valori simbolici, anche perché in quel rifugio nel bosco di fronte a Carpasio furono scritte proprio da Cascione le parole di Fischia il vento, una delle canzoni che maggiormente ricordano la Liberazione. La scrisse sul suo ricettario di medico: “È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone”, dice il partigiano Johnny nel romanzo di Beppe Fenoglio. Il casone è aperto alla visita, basta telefonare alla sede ANPI di Imperia o al comune di Carpasio. È tappa di molte scolaresche. Di questi tempi, però, con il grande bisogno di ricostruire l’etica della professione del medico, potrebbe essere un’idea quella di inserire la visita nel “programma sociale” dei tanti congressi medici che si svolgono in Liguria. Oggi le scarpe sono inglesi, ben allacciate e lucide: “eppur bisogna andar”. Per conoscere la storia di Felice Cascione, il libro di Donatella Alfonso: Fischia il vento (Castelvecchi Editore).