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Guarire si può, anche in salute mentale


“Come testimone di crimini di pace, come sopravvissuta, credo non solo che la parola guarigione esiste. Ma anzi, che essa deve costituire, per le persone, un obiettivo da raggiungere”. La sua esperienza Silva Bon l’ha raccontata – oltre che in Guarire si può, bellissimo libro di cui è autrice con Izabel Marant, assistente sociale che lavora nel Dipartimento di salute mentale di Trieste – anche a 4words24, il congresso annuale del progetto Forward, che si è tenuto a Roma il 14 maggio scorso. “Sono stata presa in carico dagli operatori del Dipartimento di salute mentale di Trieste per un lungo periodo di tempo, fin dal 1990, ben più di trent’anni. Oggi credo di poter affermare che una qualche forma di possibile guarigione l’ho raggiunta”.

“Credo non solo che la parola guarigione esiste. Ma anzi, che essa deve costituire, per le persone, un obiettivo da raggiungere”

Un intervento, questo di Silva Bon a 4words24, più che necessario, per sottolineare ancora una volta come da una malattia mentale si possa guarire, in contrasto con una visione tardo ottocentesca che causa disperazione e scoraggiamento nelle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale e nei loro familiari, che genera pessimismo e frustrazione nei professionisti sanitari, che spinge i policy-makers a ragionare su soluzioni di tipo assistenzialistico e/o custodialistico, che produce stigma nella società e che fa perdere alle comunità un patrimonio prezioso di persone, capacità, esperienze e umanità.

Salute e malattia
“Nell’ambito psichiatrico la parola guarigione era una parola fino a qualche tempo fa assolutamente non pronunciata, né – tanto meno – pronunciabile. Era una parola esclusa dal vocabolario medico. Addirittura una parola inconcepibile nella sua stessa possibilità propositiva, proattiva”, racconta Silva Bon. “Piuttosto, la diagnosi di malattia mentale era una forma di condanna a vita implicita; anche quando non detta chiaramente, una condanna totale e inderogabile. Che partiva dal medico stesso, gettata contro le persone sofferenti di una sofferenza mentale, di una malattia considerata e ritenuta irreversibile e irrecuperabile. Una diagnosi spaventevole. Portava dolore, sconforto, paura”.

La parola guarigione, infatti, entra nel vocabolario psichiatrico molto di recente. Sono i principi rivoluzionari del pensiero di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e dell’équipe di giovani psichiatri che lavorano con lui a partire dagli anni Sessanta a far intravedere la possibilità di una guarigione e a ridare speranza a chi soffre. “Quando si parla di salute e malattia si è culturalmente condizionati a considerarle come fenomeni naturali di segno opposto, fra i quali esista una netta e altrettanto naturale separazione”, scriveva Franca Ongaro in Le parole della malattia, uscito per Einaudi nel 1982. Una visione che, se da un lato associa la salute alla vita, al lavoro, alla prestanza fisica, dall’altro identifica la malattia come un ostacolo a tutto questo e alla mancanza di normalità. Ecco che allora la medicina isola il malato, separandolo dalla società e dall’ambiente a cui appartiene. Bisogna, quindi, fare un passo avanti: salute e malattia non possono più essere considerati fenomeni naturali, ma sono questioni che chiedono uno sguardo storico e critico, avverte l’autrice nelle prime pagine del libro. Un salto fondamentale “non per cancellare il positivo che le scoperte scientifiche hanno prodotto ma per recuperare ciò che è andato perso e potrebbe essere riconquistato dalla riappropriazione soggettiva, da parte dell’individuo, di sé, del proprio corpo e della stessa esperienza di malattia”.

Ma cosa si intende per guarigione? Anche alla luce di questi ragionamenti, quando parliamo di guarigione nella salute mentale non alludiamo all’assenza di malattia, che pure in alcune situazioni si raggiunge, ma a un bene stare della persona all’interno delle reti sociali e familiari, al riemergere di aspettative e desideri, alla possibilità di cogliere le opportunità e di scegliere il proprio percorso. La guarigione quindi come ripresa, come esistenza consapevole nello scambio sociale, al di là della malattia.

Due passi avanti e uno indietro
La guarigione, oltre che essere ampiamente confermata dalla letteratura scientifica, è sempre più raccontata dalle tante testimonianze in prima persona di chi ha attraversato l’esperienza della malattia mentale. Sicuramente sarebbe un errore considerare la guarigione come un qualcosa di definitivo: si tratta di un processo dinamico e aperto, fatto anche di errori e ricadute, di passi avanti e di altrettanti indietro. “Penso che la guarigione sia possibile quando le persone che stanno male decidono di star meglio, si impegnano, lavorano su sé stesse per superare i momenti più drammatici della sofferenza psichica”, continua Bon. “Tutto ciò avviene sulla base di una sorta di contratto terapeutico, non scritto, ma messo in atto dal/con il medico curante, in una relazione di fiducia proattiva, assolutamente necessaria: gli operatori responsabili possono agire in senso molto concreto, step by step, partendo anche da piccolissime azioni, anche quelle che a volte sembrano lontane da prescrizioni medicali puntuali”.

Avere una persona che creda fermamente alla possibilità della tua guarigione è, infatti, fondamentale per intraprendere un percorso di questo tipo. Anche per questo, quindi, i professionisti sanitari devono essere i primi a credere nella possibilità di guarigione anche per chi vive l’esperienza della sofferenza mentale. E, come ricorda Silva Bon, basterebbe davvero poco: “È toccato anche a me. Un giorno in cui stavo molto male sono andata spontaneamente e autonomamente al Centro di salute mentale di Barcola: ferma sulla soglia ero sul punto di svenire, sfinita dalla sofferenza; l’infermiere dell’accoglienza ha capito senza che io pronunciassi parola; mi ha subito dato un bicchiere d’acqua fresca (!); sono riuscita a stare in piedi; forse stavo un po’ meglio. Eppure ricordo ancora con gratitudine il gesto di quel giovane infermiere”.

Oltre a Silva Bon, tante sono le persone che lo possono testimoniare. Due anni fa, nell’ambito del progetto “Salute mentale e advocacy nelle comunità” realizzato dal Coripe Piemonte con la collaborazione di CoPerSaMM e il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo, ho raccolto diverse testimonianze su esperienze di guarigione in salute mentale (se siete interessati alle testimonianze, scriveteci!). E la centralità del ruolo dei medici, degli infermieri, degli operatori era quasi sempre centrale nel racconto: “«Dottoressa, ma io posso guarire?». È iniziato così, con questa domanda e con la sua risposta positiva, il mio percorso di guarigione. È bastato un sì per farmi prendere consapevolezza, per farmi capire che poteva succedere davvero”. Ma anche: “La più bella sensazione che ho avuto in tutta la mia vita è stata la prima carezza che mi è stata fatta, parlo di una carezza fatta con le parole, da parte di una dottoressa, è stata molto importante per me. Una carezza per dirmi che non ero solo”. E ancora: “Durante l’ultimo ricovero ho trovato la persona che ringrazierò per sempre: il nuovo medico che ha mandato all’ospedale un operatore per vedere come stavo e questo mi ha fatto capire che teneva veramente a me. Allora, quando sono uscito dall’ospedale, sono andato da lui e abbiamo lavorato per trovare la cura giusta”.

“La più bella sensazione che ho avuto in tutta la mia vita è stata la prima carezza che mi è stata fatta, parlo di una carezza fatta con le parole, da parte di una dottoressa”

Accanto all’appoggio di un singolo operatore, però, occorre avere servizi che facciano sentire protetti e, come abbiamo spesso raccontato anche noi, c’è ancora molto da fare. In quest’ottica, però, dare voce a chi vive l’esperienza della sofferenza mentale può essere utili per ripensare servizi più accoglienti, per formulare percorsi di cura centrati sulla persona, per capire come stare accanto a chi sta vivendo un momento difficile di sofferenza mentale (qui sono state raccolte una parte delle testimonianze relative ai servizi). “Al Centro di salute mentale un aspetto che mi ha colpito è stato essere seguita sia da uno psichiatra sia da uno psicologo. Credo che sia un punto centrale: le loro competenze si completano e riescono ad aiutarti nel modo migliore. […] è importante che le due figure si parlino tra di loro, si scambino le informazioni giuste, ne parlino con te”, si legge in una storia. E ancora: “Quando vengono fatti dei tagli i pazienti ne risentono veramente. E questa è una cosa grave perché noi non siamo solo numeri. Tagliare significa rompere l’equilibrio di un sistema rischiando che il paziente non si trovi più in quella situazione di protezione, ma in balia di una società dove c’è un pregiudizio severo”.

Insomma, come ha concluso Silva Bon a 4words24, per avviare ogni possibile processo di guarigione bisogna dar voce alla parola “speranza”.