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Giornalismo medico-scientifico: è una giungla là fuori


Il giornalismo medico-scientifico è un elemento essenziale dell’ecosistema educativo nella società moderna, e ha il delicato compito di informare ed educare il pubblico su temi di grande importanza e grande impatto esistenziale e sociale. Questa in teoria, almeno: la pratica però è questione assai più complessa. Il tema dell’equilibrio delicato tra informazione e interessi commerciali in ambito sanitario è di grande attualità, oltre che di importanza strategica in una società civile. Al centro della triangolazione tra aziende farmaceutiche, ricercatori/medici e mass media il paziente/cittadino troppo spesso si ritrova indifeso, illuso, addirittura truffato. Questo è un dato di fatto incontrovertibile, dal quale è obbligatorio partire per ogni riflessione ulteriore. Ma di chi è esattamente la colpa? Come funziona questo terribile ingranaggio?

Primo problema: la qualità dei contenuti

Innanzitutto scienza e giornalismo sono due cose molto diverse. La scienza pretende dettagli, precisione, impersonalità, tecnicismi, durabilità, fatti, numeri e correttezza. Il giornalismo vive invece di brevità, approssimazione, personalizzazione, colloquialità, immediatezza, narrazione, attualità. I giornalisti medici e scientifici devono camminare sul confine sottile tra comunicare la scienza in modo accessibile a un pubblico di non addetti ai lavori e mantenere l’integrità scientifica. Hanno il dovere di “filtrare” le notizie che giungono dal mondo della ricerca e della clinica per renderle comprensibili – se non a tutti – a molti: è quello per cui vengono pagati. Però giornalismo critico e infotainment sono linguaggi incompatibili tra loro, e il pericolo della banalizzazione e della disinformazione è sempre dietro l’angolo. Non solo: la delicatezza del tema trattato – la salute delle persone, per giunta con la possibilità di influenzarne pesantemente le scelte in questo ambito – impone un’etica professionale ferrea. È mandatorio cercare di fornire al pubblico ‘sensibile’ (per esempio ai pazienti affetti da una data patologia) informazioni il più possibile veritiere, equilibrate e soprattutto utili. È un atto gravissimo diffondere informazioni false. Bisogna quindi verificare la fonte di una notizia, accertandosi della sua autorevolezza. È sufficiente la pubblicazione su una rivista scientifica? Purtroppo no. Basterà basarsi sull’impact factor della testata in questione? Anche questo non è garanzia di serietà. È assolutamente necessario oggi per un giornalista medico-scientifico avere familiarità con i disegni degli studi clinici e il linguaggio tecnico. Orientarsi nell’immenso panorama editoriale internazionale delle riviste, avere rudimenti di statistica medica per rendersi conto almeno delle incongruenze più macroscopiche. Coltivare un sano scetticismo. Praticare la difficile arte dell’equilibrio.

Diventa altrimenti assolutamente impossibile fronteggiare la mole spaventosa di studi pubblicati. Basti pensare che nel 2023 gli studi clinici avviati sono stati più di 453.000 e gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche sono stati milioni – il numero esatto non è ancora disponibile. A questo si aggiunge il problema delle frodi. “Le riviste scientifiche funzionano sulla base di un sistema interno di controllo. Lo scienziato o il medico che scrive un articolo sa che questo verrà mandato per controllo a due o più esperti del settore, che ne dovrebbero verificare l’attendibilità. Solo chi passa questa revisione tra pari accede alla pubblicazione. Ma nel mondo della medicina il revisore può soltanto valutare lo studio in modo superficiale, soffermandosi sulla metodologia usata e sul disegno sperimentale. Non ha accesso ai dati grezzi, non può rifare i conti presentati dai ricercatori, non vede i pazienti e nemmeno le singole cartelle cliniche o gli esami”, spiega Ivan Oransky, giornalista scientifico e medico, fondatore con Adam Marcus del blog “Retraction Watch”, che cerca di tenere traccia di tutte le ricerche scientifiche ritrattate dalle riviste. Nel 2023 è stato registrato un record di oltre 10.000 studi scientifici ritirati, un numero doppio rispetto all’anno precedente e cinque volte superiore a quello di dieci anni fa. Della crisi della peer review si è occupata anche la rivista Forward con uno speciale curato dall’Associazione italiana di epidemiologia. “La posta in gioco e le dinamiche ormai radicate sono veri e propri fattori di rischio che con sempre maggiore frequenza espongono autori, direttori di riviste, revisori (referee), editori scientifici, membri di commissioni di esame, società scientifiche alla tentazione di comportamenti irrituali, eticamente biasimevoli o francamente illegali”, scrivevano qualche anno fa Luca De Fiore e Gianfranco Domenighetti su Politiche Sanitarie.

Secondo problema: la competizione commerciale “a valle”

Come se non bastassero la differenza per così dire ontologica e filosofica tra giornalismo e scienza e il boom insostenibile delle pubblicazioni e delle frodi, a complicare dannatamente le cose interviene la questione degli interessi commerciali: interessi delle aziende farmaceutiche, delle aziende editoriali e persino delle istituzioni accademiche e ospedaliere. E sorvoleremo per il momento sulla questione degli interessi politici, che meritano senza dubbio un’analisi a parte. I ricercatori – che amano cullarsi nell’illusione di essere al peggio cattivi comunicatori – a volte sembrano non rendersi conto che in un sistema capitalistico – piaccia o no – l’informazione è gestita da gruppi editoriali che hanno come scopo il profitto e come parametro di giudizio il numero di utenti, e che questo vale persino, ahinoi, per il servizio pubblico radiotelevisivo. Se una trasmissione televisiva non fa abbastanza ascolti, viene soppressa; se un giornale non vende o non raccoglie abbastanza pubblicità, inizia a tagliare sui costi del personale ed eventualmente chiude i battenti, e lo stesso vale per le testate Internet. Un prodotto editoriale deve avere successo, punto. Questo – rimanendo a noi – significa che un giornalista quando si appresta a scrivere una notizia di argomento sanitario ha il dovere di soddisfare anche le seguenti condizioni: cercare di elaborare un testo e un titolo che siano più accattivanti possibile, perché con quell’articolo il giornalista deve competere con altri colleghi che stanno preparando articoli simili e conquistare una fetta di pubblico più vasta della loro, e/o una maggiore autorevolezza verso il pubblico, e cercare di mediare con eventuali conflitti d’interesse del suo editore senza derogare in nessun caso alla sua deontologia professionale. Inutile dire che nelle relazioni di cattedratici e intellettuali che si ascoltano sovente durante i convegni, seminari, workshop sull’argomento questi ultimi due punti (che sono invece assolutamente centrali nella quotidianità professionale dei giornalisti) non vengono mai presi in considerazione, come se fossero trascurabili. E figuriamoci se si può comprendere – orrore! – che una testata giornalistica, pur consapevole della scarsa autorevolezza della fonte di una notizia, decida di diffonderla comunque perché la ritiene capace di catalizzare l’attenzione del pubblico. Eppure anche questo succede, ogni giorno.

Terzo problema: la competizione commerciale “a monte”

Le aziende farmaceutiche, che sanno muoversi in modo molto aggressivo ed efficace nella giungla della competizione commerciale, hanno capito che i mass media hanno un bisogno continuo di notizie, spunti, materiale – e hanno al tempo stesso poco tempo per elaborarne. Inoltre, conoscono benissimo la vulnerabilità di un sistema che purtroppo oggi non premia la competenza e la precisione dei giornalisti scientifici, anzi la boicotta. E quindi bombardano le redazioni di comunicati stampa sempre più sofisticati, ben costruiti, con ricche bibliografie in appendice, proponendo appetibili interviste a medici affermati già bell’e pronte. I giornalisti più esperti riescono a districarsi tra proclami trionfalistici e dati statistici roboanti – o dovrebbero farlo – gli altri pubblicano acriticamente tutto e amen (a questo riguardo è utile citare una ricerca pubblicata dalla rivista PLoS Medicine nella quale un panel di esperti ha sancito che i giornalisti specializzati solo in questioni sanitarie che lavorano per una singola testata committente scrivono notizie di qualità nettamente migliore rispetto agli altri). Un problema comune è la presentazione di risultati preliminari o non definitivi come se fossero conclusivi, o l’omissione di informazioni importanti come i potenziali effetti collaterali di un farmaco.

Inoltre, alcuni comunicati possono enfatizzare eccessivamente i benefici di un prodotto o trattamento, “sorvolando” sui numeri meno positivi. Di questi temi si è lungamente parlato nel recente convegno Medicine & the Media, al quale sono intervenuti esperti di livello internazionale. Le notizie basate su comunicati stampa sulla salute che contengono informazioni scorrette o parziali possono avere diverse conseguenze negative: disinformazione, allarmismo, sfiducia nelle istituzioni sanitarie e nei media, errata percezione della ricerca scientifica. Possono inoltre causare una spesa sanitaria inutile se le persone cercano trattamenti non necessari. Come risolvere quindi il problema dell’invasione dei comunicati stampa tendenziosi? È urgente e necessario intervenire implementando diverse strategie.
Regolamentazione: Stabilire linee guida chiare per la redazione dei comunicati stampa, richiedendo che siano basati su evidenze scientifiche e presentati in modo equilibrato.
Vigilanza: Istituire enti di controllo indipendenti che possano monitorare i comunicati stampa e verificare la loro accuratezza e conformità alle linee guida, e in caso contrario punire severamente estensori e committenti dei comunicati stessi.
Formazione: Educare gli addetti ai lavori, inclusi i professionisti della salute e i giornalisti, sull’importanza di comunicare informazioni sanitarie in modo responsabile, incoraggiando anche a livello accademico e di Ordini professionali lo studio del design degli studi clinici.
Trasparenza: Rendere obbligatoria la divulgazione di eventuali conflitti di interesse e la trasparenza nelle fonti di finanziamento dei comunicati stampa e delle notizie (e dei commenti dei clinici e degli esperti).
Risposta rapida: Creare meccanismi per correggere rapidamente le informazioni errate o fuorvianti che vengono diffuse.
Collaborazione: Promuovere la collaborazione tra organizzazioni sanitarie, media e autorità di regolamentazione per garantire che i comunicati stampa siano accurati, autorevoli e utili.