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Games without frontiers: da Peter Gabriel a oggi la “musica” non è cambiata poi tanto


Nella canzone “Games without frontiers” di Peter Gabriel, datata 1980, si parla di crudeli giochi di potere e conflitti senza fine, in cui le frontiere diventano linee sfocate. Analogamente, nel mondo reale, la guerra e i suoi effetti devastanti si espandono ben oltre i campi di battaglia, penetrando nella vita quotidiana e nei sistemi di salute pubblica di interi territori. Gli obiettivi di distruzione deliberata dell’ambiente fisico e della fibra sociale lasciano cicatrici durature, che permangono anche molto tempo dopo la fine delle ostilità. Lo ha sottolineato Pirous Fateh-Moghadam – che coordina il gruppo di lavoro per la pace dell’Associazione italiana di epidemiologia ed è autore del libro Guerra o salute – nella giornata di 4words24, la riunione annuale del progetto Forward, giocando proprio sul significato di questa canzone e ciò che ha rappresentato per lui – nato nel 1967 in Germania da madre tedesca e padre iraniano – e la situazione geopolitica europea (e non solo) attuale.

Negli ultimi decenni quella “distruzione dell’ambiente fisico e della fibra sociale” a cui Fateh-Moghadam fa riferimento è stata un fenomeno pressoché costante in numerosi conflitti: dalla guerra della Nato nell’ex Jugoslavia alle invasioni anglo-americane in Afghanistan e Iraq, fino agli interventi russi in Cecenia e Siria. Oggi, vediamo gli stessi schemi ripetersi in Ucraina e a Gaza. Questi conflitti, non dichiarati formalmente ma perpetuati senza fine, hanno normalizzato l’inaudito, rendendo quotidiana la distruzione e la sofferenza. Gli eroi moderni sono lontani dai combattimenti, mentre i deboli vengono trasferiti nelle zone di fuoco. E tra i “deboli” purtroppo ci sono tanti bambini, particolarmente vulnerabili alle conseguenze della violenza e della distruzione e sulla salute dei quali la guerra ha effetti devastanti. Le condizioni di vita in aree di conflitto spesso includono la malnutrizione, la mancanza di accesso a cure mediche consone e l’esposizione a traumi psicologici. Molti bambini perdono la possibilità di ricevere un’educazione adeguata, vedendo compromesso il loro futuro. Le malattie infettive si diffondono rapidamente nei contesti di guerra, e la mancanza di vaccini e cure mediche appropriate aggrava ulteriormente la situazione. Le ferite fisiche e mentali subite in giovane età possono avere ripercussioni per tutta la vita.

Questo è un tema centrale nel libro Il cronico trauma della guerra – Donne e bambini, le prime vittime di Maurizio Bonati (Il Pensiero Scientifico Editore), che evidenzia come le guerre lascino cicatrici indelebili su donne e bambini, le prime e più vulnerabili vittime dei conflitti. In questo contesto, gli operatori sanitari sono chiamati a guadagnarsi una “medaglia di pazienza”, un simbolo di speranza contro l’insensatezza della guerra. La loro missione non è solo curare le ferite fisiche, ma anche affrontare le conseguenze sociali e psicologiche che derivano dai conflitti. La Carta di Ottawa del 1986, fondamentale per la promozione della salute, mette la pace al primo posto tra le condizioni essenziali per il benessere. Promuovere la pace è quindi un dovere professionale per chi opera in sanità pubblica. Allora perché non vediamo un movimento massiccio per la pace, animato dagli operatori sanitari? Forse perché non tutti concordano sul fatto che la pace debba essere perseguita con mezzi pacifici. La teoria della deterrenza, riassunta nel motto latino “Si vis pacem, para bellum” (Se vuoi la pace, prepara la guerra), è ancora radicata dell’immaginario collettivo. Ma la storia ha dimostrato l’inefficacia di questa massima nel promuovere una pace duratura.

Peter Gabriel pubblicò “Games without frontiers” nel febbraio del 1980, pochi mesi prima dello scoppio della guerra tra Iran e Iraq. Questo conflitto ha portato disastri umanitari e ha cambiato le vite di milioni di persone, tra cui la famiglia dello stesso Fateh-Moghadam, per sua stessa ammissione. A proposito delle conseguenze della guerra sui bambini, appunto, proprio i suoi cugini iraniani, ancora piccoli, andarono a vivere con la sua famiglia in Germania per evitare la confisca del passaporto, e la loro nuova vita da migranti li costrinse ad affrontare confini non solo geografici, ma anche culturali e linguistici. Oggi situazioni simili si ripetono per i profughi ucraini che hanno cercato e cercano rifugio in Italia, dimostrando che la possibilità di fuggire dalla guerra non è uguale per tutti. Hannah Arendt sottolineava già nel 1943 come passaporti e certificati possano decidere della vita o della morte di una persona. Per chi possiede passaporti di paesi come l’Iran, la Palestina, l’Afghanistan o lo Yemen, muoversi nel mondo è un’impresa quasi impossibile, in contrasto con la libertà di movimento concessa a chi ha passaporti di paesi più privilegiati. Nonostante la caduta del Muro di Berlino, oggi ci troviamo con oltre 2.000 km di muri e recinzioni militarizzate in Europa, un triste paradosso rispetto ai sogni di un mondo senza confini. La frontiera più difficile da superare rimane però quella tra “noi” e “loro”, una divisione che alimenta conflitti e sofferenze.

La sfida è riconoscere che c’è sempre qualcosa in comune con ogni essere umano su questo pianeta. Guerre, militarismo, frontiere invalicabili, nazionalismi e fondamentalismi religiosi ci spingono fuori da un perimetro di umanità condivisa. Invece, dovremmo aspirare a essere cittadini del mondo, abbattendo le barriere che ci separano e lavorando insieme per una pace duratura, anche attraverso il fondamentale lavoro di chi opera nella sanità pubblica. Dal 1980 a oggi, i “giochi senza frontiere” cantati da Peter Gabriel ci ricordano che il mondo non ha fatto grandi passi avanti. Nonostante i progressi tecnologici e sociali, continuiamo a costruire muri e a creare divisioni, sia fisiche che mentali. La sanità, che dovrebbe essere un ponte verso la pace e la solidarietà globale, spesso si trova a operare in scenari di guerra e disuguaglianza. Per un futuro più sano e pacifico, dobbiamo superare questi confini e abbracciare una visione di umanità condivisa, proprio come ci invita a fare la canzone di Peter Gabriel.