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Facciamocene una ragione: l’ADHD non riguarda solo bambini e adolescenti


“Ho 20 anni e sono sempre andata benissimo a scuola. Mi sono diplomata con 100 e ora ho la media del 27,5 all’università, però faccio davvero una fatica immane a concentrarmi”. Si tratta di parole prese da un post pubblicato su una nota piattaforma web che offre la possibilità di chiedere consigli a medici e operatori sanitari. Anche se le possibili cause dietro la difficoltà a concentrarsi possono essere le più varie (umore, stress, fattori ambientali e altre), la situazione descritta nel post può in alcuni casi essere indicativa di un disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Sebbene sia conosciuto come il più comune tra i disturbi riguardanti il neurosviluppo – riscontrato nel 2-8% dei bambini di età prescolare e nel 4-12% di quelli che frequentano le scuole elementari – le manifestazioni dell’ADHD vengono spesso riconosciute dalle persone che ne soffrono nelle prime fasi dell’età adulta. Uno dei motivi più frequenti che spingono gli adulti a interrogarsi su questo disturbo, infatti, è proprio la difficoltà a gestire il carico psicofisico richiesto dallo studio e dal lavoro.

“Coloro che soffrono di ADHD, e in particolare gli universitari o i giovani lavoratori, possiedono un’intelligenza vivace e la sensibilità nel capire che la compensazione sta venendo meno”, ha spiegato la psicologa clinica e neuropsicologa Francesca Scarpellini, direttrice del Centro Psicodiagnostico Italiano (CPI), in un’intervista rilasciata a NeuroInfo. “Gli indiziati, per riconoscere il disturbo, non sono i voti bassi ma le relazioni: come ci si rapporta agli insegnanti, ai pari e all’autorità”.

Le persone adulte con ADHD dimostrano spesso una certa abilità nel risolvere problemi e, in generale, non hanno difficoltà da un punto di vista cognitivo. I sintomi del disturbo si concentrano principalmente sulla disorganizzazione tipica e sul cosiddetto “blocco dello studente”. Uno dei segnali più evidenti, infatti, è spesso l’incapacità di trovare la motivazione iniziale, con una conseguente difficoltà a mettere in atto strategie utili a superare le difficoltà e i momenti critici. “Il rischio è arrivare a provare ansia sociale e quindi attuare pratiche di ritiro, solitudine”, ha continuato Scarpellini. “Si tratta di situazioni che entrano in conflitto con le attuali esigenze produttive. Sul fronte del disturbo che include solo la sfera dell’iperattività registriamo una quota importante di uomini caratterizzati da iperattività mentale e impulsività sessuale, mentre le donne presentano solitamente l’ADD (Attention Deficit Disorder), rivelando comportamenti più alienati, dissociativi”. Per evitare che la situazione degeneri fino a innescare comportamenti di evitamento sociale è quindi importante indentificare e diagnosticare tempestivamente il problema, in modo da avviare i pazienti ai trattamenti farmacologici e non farmacologici disponibili. Farlo, però, è tutt’altro che semplice. “Coloro che vivono in modo disordinato, caotico, temono di essere bipolari”, ha continuato la direttrice del CPI. “Non afferrano che, in realtà, il loro modo di funzionare è quello di un interruttore ON/OFF: nel corso della stessa giornata – a differenza dei bipolari – possono essere multitasking, creativi, persino geniali, per poi spegnersi improvvisamente e diventare apatici”.

La frequente presenza di comorbilità, la bassa specificità dei sintomi, la sovrapposizione con disturbi del comportamento e del sonno contribuiscono poi a complicare l’iter diagnostico. Fattori, questi, che si sommano alla scarsa disponibilità di servizi pubblici dedicati e la conseguente incapacità di prendersi carico di tutte le richieste. “Sono molti i pazienti indirizzati dal medico di medicina generale o dallo psicologo che sanno che nel privato non esiste il problema delle liste d’attesa e si trovano referenti specializzati e competenti”, ha spiegato Scarpellini. “Molti altri si informano in autonomia su quale percorso intraprendere, ma non è semplice”. “Nel mio lavoro pluridecennale nell’ambito del neurosviluppo posso affermare che l’ADHD, pur essendo uno dei disturbi più comuni, è collocato in un’area negletta, con conseguenze negative per i pazienti e le famiglie”, ha commentato Maurizio Bonati, responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica e del Laboratorio per la Salute Materno Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano, anch’egli intervistato da NeuroInfo.

Il problema non riguarda solo gli adulti di nuova diagnosi – coloro che si accorgono di avere l’ADHD dopo essere diventati maggiorenni – ma anche i pazienti che arrivano all’età adulta con una diagnosi già nota. Si stima infatti che una percentuale compresa tra il 50% e il 70% degli adolescenti affetti da questo disturbo continui a riscontrare sintomi anche da adulti, portando a una prevalenza nella popolazione generale che viene stimata intorno al 4%. “Il passaggio verso l’età adulta, se così possiamo definire il compimento dei 18 anni, è drammatico. Non c’è accompagnamento: i servizi non si parlano, non condividono”. Spesso, quando un paziente diventa maggiorenne smette di essere seguito dai centri dedicati a bambini e ragazzi senza essere riorientato verso i centri psichiatrici per adulti. In molti casi si tratta di giovani che sono in terapia da diversi anni e che finiscono per trovarsi in una sorta di terra di nessuno, con tutto ciò che questo comporta in termini di benessere psicofisico. “Solo la metà dei pazienti diventati maggiorenni che necessita ancora di terapia arriva effettivamente in un servizio psichiatrico e non prima dei due anni”, ha sottolineato Bonati. “I centri ADHD per adulti sono troppo pochi; a Milano, per esempio, sono solo due. Chi ne ha la possibilità, naturalmente, si rivolge al privato, che non ha liste di attesa, ma non sempre ne sa di più”. La soluzione ideale, ha concluso il ricercatore del Mario Negri, sarebbe quella di iniziare la presa in carico del passaggio già dai 16-17 anni, coinvolgendo più operatori e competenze.

La transizione è un percorso temporale che deve coinvolgere gli operatori dei due servizi (neuropsichiatria e psichiatria dell’adulto), la famiglia e idealmente il contesto sociale del paziente (scuola). Se questo è fatto per tempo e nell’ambito del percorso terapeutico, la transizione è solo una tappa e non una novità o un ostacolo”.