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Donne e giornalismo scientifico: la strada è ancora lunga


Abbiamo ancora un serio problema di parità di genere nel giornalismo, nonostante sia passato più di un secolo dall’epoca in cui le redazioni dei giornali erano composte prevalentemente da uomini. Le donne erano davvero poche: nel 1920 in Gran Bretagna le giornaliste erano il 9% del totale, e non scrivevano di cronaca, politica, economia o di guerra. Per lo più scrivevano di società, costume, di notizie di attualità prive di urgenza o rilevanza, di quelle che in gergo sono definite soft news. È passato oltre un secolo e la crescita che si sarebbe potuta attendere da migliori ed eque opportunità educative, da una visione diversa da quella che delimitava il posto della donna in casa, in realtà non è avvenuta.

“L’informazione in Europa è sempre più dominata da giornalisti e opinionisti uomini”

Ancora oggi infatti, secondo i dati estrapolati da una ricerca condotta dallo European journalism observatory, “l’informazione in Europa è sempre più dominata da giornalisti e opinionisti uomini, che spendono la maggior parte del proprio tempo scrivendo di altri uomini”. Sono stati presi in esame undici Paesi europei e analizzate quattro testate giornaliste ciascuno, due online e due su carta, e i risultati indicano che gli uomini firmano il 41% delle storie. I dati italiani riguardano La Repubblica, Corriere della Sera, Linkiesta e HuffPost e ci dicono che su un totale di 594 firme riscontrate, 373 (63%) erano maschili e 123 (21%) femminili, il restante comprendeva articoli non firmati e lanci di agenzie. Anche la narrazione fotografica restituisce lo stesso dislivello di rappresentazione, sui giornali si trovano più foto di uomini (42%) che di donne (12%).

Sono così lontani i tempi della conquista del diritto di voto, gli stessi in cui sempre più donne nel giornalismo rifiutavano le rubriche più “leggere” per scegliere di occuparsi di questioni di grande importanza nazionale. Per esempio, negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Venti arrivarono a Washington, nella redazione di Science Service (l’antenato dell’odierno Society for Science, che pubblica tra le altre cose Science News) Ruth Finney, che nell’arco della propria carriera ha coperto le notizie di politica interna, Bess Furman, reporter della Casa Bianca anche per il New York Times e Jane Stafford che, sempre negli stessi anni, seguiva le notizie di salute e medicina. “Potrebbe non sembrare altrettanto glamour rispetto agli eventi alla Casa Bianca” scrive oggi, proprio su Science News Nancy Shute, già presidente della National association of science writers, “mi aspetto però che per Stafford, che aveva sempre desiderato scrivere e voleva diventare chimica, aiutare le persone a capire gli sviluppi nel trattamento del cancro e in generale nella sanità pubblica fosse altrettanto importante quanto gli intrighi politici. E molto più interessante”. Il lavoro di altre donne – l’archeologa Emma Reh, l’antropologa Emily David – contribuì a consolidare la reputazione di Science Service quale servizio giornalistico con una solida accuratezza scientifica. Ma la carriera era resa assai complicata da diversi ostacoli. Per esempio Stafford, che sarebbe poi diventata membro fondatore della National association of science writers, “fu ripetutamente esclusa dalle conferenze stampa della American society for control of cancer perché si svolgevano in club per soli uomini. Lo storico Marcel Chotkowski LaFollette, nel suo libro “Writing for their lives: America’s pioneering female science journalists” (The MIT Press, 2023), riporta quanto venne detto a Stafford in risposta all’esclusione: “Essendo stato selezionato l’University Club come luogo di incontro più conveniente per i medici, abbiamo le mani legate”.

Tuttavia, trent’anni e una guerra mondiale dopo, nel 1961, la percentuale di giornaliste in Gran Bretagna era appena del 20%, scrive Suzanne Franks nel libro “Women and journalism” (I.B. Tauris, 2019), docente del Dipartimento di giornalismo della City University di Londra, autrice di numerosi e significativi studi sulle donne nel giornalismo. “Le ragioni di questo lungo periodo di stagnazione della partecipazione delle donne al giornalismo, in un’epoca in cui la richiesta di notizie era sempre maggiore e la BBC era in espansione, includono l’introduzione del Marriage Bar”. Il Marriage Bar era quel provvedimento secondo cui le donne che svolgevano determinati lavori (e la giornalista era uno di questi) erano obbligate a dimettersi una volta sposate. Molto diffuso in tutta Europa, tra Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Gran Bretagna e anche negli Stati Uniti, fu abolito a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta. Anche in altre aziende prive di un Marriage Bar formale era diffusa la stessa abitudine, le donne lasciavano il proprio lavoro dopo il matrimonio perché gli orari erano in opposizione alle esigenze di una moglie e madre. Un obbligo formale il primo caso, informale nel secondo. Inoltre, “in questo periodo la stessa National union of journalists ha perseguito politiche discriminatorie”, scrive Franks, “tra cui la soppressione dei salari femminili e l’imposizione di limiti al numero di donne accettate nei programmi di formazione”.

“Nelle redazioni dei giornali le donne rappresentano quasi la metà dei dipendenti, ma ricoprono cariche apicali solo nel 21% dei casi”

Dagli anni del dopoguerra a oggi il numero di donne nel giornalismo è ovviamente aumentato esponenzialmente, ma la parità di genere è ancora lontana. In Italia, quasi la metà delle redazioni è composta da donne (nel 2017 erano il 46%), ma queste non ricoprono cariche apicali: le donne sono soltanto il 21% dei direttori e il 29% dei caporedattori. La tendenza è confermata anche dai dati raccolti dal Reuters institute for the study of journalism dell’Università di Oxford, tra i centri di ricerca sul tema più importanti al mondo. Nei Paesi presi in esame – tra gli altri, Stati Uniti, Gran Bretagna, Finlandia, Sud Africa e Corea del Sud – non c’è coerenza tra la presenza di giornaliste nelle redazioni e ai vertici delle aziende: le prime rappresentano il 40% del totale dei dipendenti nei media considerati, le seconde soltanto il 23%.

Quando le prime giornaliste iniziarono ad occuparsi di temi legati a scienza e medicina, dicevamo, i pregiudizi e le restrizioni di genere erano sotto la luce del sole. Ma Jane Stafford, a cui abbiamo accennato prima, faceva parte di quella piccola parte di esperte che tentò, e infine riuscì, a superare queste barriere, con stima di sé, intelligenza e abilità. “Furono pioniere nel campo del giornalismo scientifico” – come racconta Marcel Chotkowski LaFollette nel suo libro. Jane Stafford, nata un anno prima dell’inizio del Novecento e cresciuta a Chicago, non si è mai conformata a nessuno stereotipo. I colleghi la descrivevano come un “bellissimo fiore selvatico”, aggraziato, educato, abile nelle conversazioni “sofisticate” e infallibilmente professionale. Le piacevano abiti eleganti, cappelli e perle, ma gli ornamenti servivano da vetrina. Era seria e caparbia, ed è stata celebrata nel Journal of the American Association of University Women come uno dei nuovi “intermediari della scienza”. Aveva imparato infatti a conoscere il sistema di informazione medica, la connessione con la peer review, la terminologia, gli standard e a tradurre i risultati della ricerca in una prosa leggibile, grazie alla diligenza e al duro lavoro. Gli storici raccontano di lei di quanto fosse abile come reporter, ma soprattutto di come riuscisse a sottrarsi con saggezza da piccole o grandi schermaglie con colleghi uomini – su questioni di authorship il più delle volte – e di come fosse in grado di districarsi nel turbinio della politica sanitaria. Ha apportato due elementi essenziali al ruolo che ricopriva: una formazione che le ha permesso di valutare e comprendere in modo efficiente l’ampia letteratura e la forza di carattere necessaria per mantenere la sua posizione in mezzo alle controversie.