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Cibo e Instagram: una relazione pericolosa?


Prendendo in considerazione il social media più legato alle immagini, ovvero Instagram, #food, #foodporn #instafood e #yummy sono tra i 100 hashtag più popolari, collegati a un totale di 438.921.588 foto sulla piattaforma. Ciò rende il cibo il soggetto più fotografato della rete, senza contare tutti gli altri hashtag che si riferiscono indirettamente al pasto.

Nel nostro Paese, da quanto emerge da un’analisi Coldiretti/Ixè del 2016, quasi un italiano su tre (30%) posta per amici, conoscenti e sconosciuti fotografie dei piatti consumati al ristorante o preparati a casa. La “food selfie mania” o “foodstagramming” è una passione che ha contagiato almeno qualche volta il 19% degli italiani, spesso il 9% e regolarmente il 2% della popolazione. Si parla quindi di 40 milioni di persone. Le stime ci dicono che al minuto vengono postate circa 3.500 foto, per un totale di circa 5 milioni di fotografie di cibo al giorno. Solo in Italia. Non è un caso che il 25% degli italiani partecipi a community/blog/chat in internet centrate sul cibo. Secondo un’altra recente ricerca, sempre della Coldiretti, uno dei ricordi più gettonati delle vacanze è il food selfie, con quasi un italiano su cinque (19%) che ha postato, sui social, fotografie dei piatti consumati al ristorante o preparati in cucina durante le vacanze estive.

Le fotografie condivise sui social possono essere le più disparate: dal caffè mattutino, per augurare buongiorno (e non sentirsi soli?), alle ricette più elaborate (per darsi un tono!). Dal minestrone congelato ai patti di ristoranti stellati. Per alcune persone può essere un gioco, un’abitudine, un modo per vivere la convivialità. Per altri, come i foodblogger o i food influencer, un lavoro. Le foto di cibo sono così enormemente diffuse sui social media, perché sono facili da produrre e rilevanti per tutti. Essenzialmente, costituiscono un modo rapido per mostrare agli altri cosa stiamo facendo. I dati dell’agenzia di marketing digitale 360i mostrano che il 25% delle foto di cibo è motivato dalla necessità di documentare la nostra giornata al pubblico. Pubblicare istantanee estetiche di piatti gourmet, fa anche parte della nostra auto-presentazione visiva: le foto raffinate ci mostrano in una luce positiva agli altri. L’approvazione e la ricerca dell’approvazione sono altri motivi forti: il 22% delle foto di cibo mostra pasti cucinati in casa, di cui i loro creatori sono particolarmente orgogliosi.

Quasi un italiano su tre posta fotografie dei piatti consumati al ristorante o preparati a casa

Un’ulteriore riflessione è il fatto che scattare una foto del cibo che si sta per consumare può rappresentare una forma di comportamento rituale. Una serie di esperimenti pubblicati su Psychological Science ha mostrato che le persone che eseguono brevi rituali prima di mangiare hanno riferito di aver apprezzato di più il cibo, rispetto a coloro che si sono semplicemente seduti e lo hanno consumato subito. Un ritardo più lungo tra il rituale e il pasto funziona ancora meglio, poiché aumenta l’attesa del piacere. Il cibo fotografato può avere un sapore delizioso, anche se normalmente non lo apprezzeremmo, riporta il New York Magazine citando un recente articolo pubblicato sul Journal of Consumer Marketing. Vedere le foto di cibo “sano” di altre persone può indurci a credere che sia delizioso.

Raccontare parte della quotidianità o una storia attraverso il cibo, in realtà, si fa da secoli. È sempre stato un mezzo popolare per diffondere cultura e tradizione. Dalle poesie e romanzi ai dipinti a olio, alla fotografia, il cibo è sempre stato catturato per un pubblico. Sebbene questa attenzione per il cibo non sia una novità, l’ascesa di Instafood, come molte culture dei social media, ha segnato per alcune persone una svolta tossica nelle relazioni degli utenti con il cibo. I devoti foodstagrammer possono abituarsi così tanto a fotografare la loro cena, che astenersi dal rituale può farli sentire come se mancasse un ingrediente importante. L’attitudine a immortalare i piatti e condividere fotografie del cibo si può quindi trasformare in un circolo vizioso.

L’ascesa di Instafood ha segnato per alcune persone una svolta tossica nelle relazioni degli utenti con il cibo

È stata Valerie Taylor, direttrice del reparto psichiatrico dell’Università di Toronto, durante il Canadian Obesity Summit del 2013, a spiegare che postare compulsivamente il cibo può segnalare una vera malattia. Il sintomo principale, per persone che ne soffrono, è la monomania, ovvero l’ossessiva sopraffazione del pensiero da parte di un unico contenuto psichico, in questo caso qualunque cosa sia edibile. In alcuni casi non si riesce più a non fotografare qualsiasi cosa si mangi. Dalle osservazioni della Taylor, il foodstagramming può predisporre a problemi legati al comportamento alimentare e al peso, sia in termini di iperalimentazione (obesità e binge eating), sia in termini di ipoalimetazione (anoressia e bulimia), poiché fomenta l’ossessione per il cibo nella persona che ne fa uso, e può essere mezzo per diffondere comportamenti patologici. Persone affette da disturbo alimentare lo utilizzano infatti come strumento di controllo per la loro alimentazione, poiché fotografare il cibo consumato può dare sicurezza delle quantità di cibo assunte.

La condivisione di tali contenuti, alla ricerca di supporto virtuale, però, mette a rischio gli utenti della rete più vulnerabili. Più di 200.000 immagini sono state pubblicate su Instagram mentre leggete questo paragrafo e una parte sostanziale di esse mostra cibo da tutto il mondo. Attenzione: non si vuole demonizzare questo comportamento. Se fatto in maniera non patologica, ovvero non esclusiva ed ossessiva, il condividere fotografie del cibo ha una spiegazione semplice: quando le pubblichiamo, creiamo un’atmosfera di intimità. Il cibo è un linguaggio universale e condividerlo, anche se solo virtualmente, ci aiuta a legarci gli uni con gli altri.

 

Questo articolo è tratto dal libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” a cura di Laura Dalla Ragione e Raffaela Vanzetta. Il libro, edito dal Pensiero Scientifico Editore, è uscito a marzo del 2023.