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Cani di assistenza: dispositivi medici… da compagnia


Quando Jessica Moss, studentessa della Saint Elizabeth University di Morristown, nel New Jersey, è salita sul palco per ricevere il camice bianco simbolo della laurea appena conseguita, è stata accompagnata da un compagno speciale a quattro zampe: il suo cane d’assistenza per persone diabetiche Kenley. Kenley è stato sempre presente per segnalare eventuali variazioni nei livelli di zucchero nel sangue di Jessica, offrendo anche un importante sostegno emotivo. Durante la cerimonia l’università ha deciso di riconoscere l’importante contributo di Kenley premiandolo a sua volta con il camice bianco.

“Cani di assistenza alle persone con disabilità” è una definizione relativamente recente che include non solo i cani guida per non vedenti e ipovedenti, ma anche quelli che assistono persone con altre disabilità fisiche, cognitive o mentali. In Italia, la presenza dei cani guida è regolamentata già dal 1974, con la legge n. 37 del 14 febbraio che attesta il diritto per il non vedente di accedere con il proprio animale agli esercizi aperti al pubblico. Quanto ai cani d’assistenza per le persone con disabilità diverse, il riconoscimento risale al 2003 e successivamente c’è stato l’accordo Stato-Regioni del 25 marzo 2015 che ha stabilito l’equiparazione dei cani d’assistenza ai cani guida. Ma tutti questi atti non definiscono requisiti standard per i cani né procedure uniformi per riconoscere i team di lavoro, e, soprattutto, non sono sufficienti per attribuire gli stessi “diritti” di cui beneficiano i proprietari dei cani guida. A d esempio, non sono ancora previsti dei rimborsi e in generale un’assistenza economica per chi ha bisogno di un cane d’assistenza.

Secondo una review del 2023 su “People and Animals: The International Journal of Research and Practice” sono stati pubblicati 253 articoli sui cani d’assistenza dal 1958 al 2019. Gran parte della letteratura attuale si concentra sulla storia, su discussioni legali e politiche e sulla salute e la gestione dei cani da assistenza. Sono relativamente pochi invece gli articoli (24) specifici sui team di cani di assistenza e sul supporto ai gestori, e in ogni caso tutti quelli identificati riguardavano i cani guida. Insomma, com’è intuibile, le lacune della ricerca rendono difficile uniformare il percorso formativo dei cani d’assistenza, viste anche le differenze nel modo in cui forniscono assistenza in base al tipo di disabilità.

Gianfranco Cancelli, fondatore nel 2019 dell’associazione di istruttori cinofili Il Collare d’Oro, ci racconta quali sono gli elementi principali che concorrono nel riconoscimento da parte del cane ad esempio di una crisi epilettica. “È scientificamente provato che il cane percepisce qualcosa. L’unica spiegazione scientifica è una discriminazione olfattiva, ma oltre alla discriminazione olfattiva c’è anche una percezione delle stereotipie. Cioè, magari comincia a notare che io sono un po’ più irascibile, un po’ più nervoso… E allora il cane nella sua esperienza pensa: Quando tu hai questo comportamento, spesso ti succede che arriva una crisi epilettica”. Ma Cancelli sottolinea come alla base di tutto ci sia il rapporto con l’assistito. “Noi lavoriamo tantissimo sulla relazione perché senza relazione non si può avere un ottimo cane da allerta medica. Prendiamo chiunque abbia un cane a casa, con cui ha un’ottima relazione. Ogni qualvolta una persona non sta bene vediamo che il nostro cane ha dei comportamenti insoliti, no? Il nostro ruolo subentra in questa fase, in cui ‘normalmente’ il cane reagirebbe con dei comportamenti insoliti, noi inseriamo la costruzione dei comportamenti di allerta. Ma senza relazione non possiamo far nulla”.

Dei 253 articoli pubblicati su “People and Animals: The International Journal of Research and Practice” tra il 1958 e il 2019, sono molto pochi quelli che si focalizzano sui cani di assistenza per specifiche patologie. Ad esempio sono soltanto 11 gli studi relativi ai cani di assistenza per pazienti epilettici che permettono una comprensione maggiore dei mezzi sensoriali che i cani possono mettere a disposizione in caso di crisi. La parte del leone, come era prevedibile, la fanno gli articoli (ben 100) dedicati ai cani guida per le persone non vedenti o ipovedenti. Ciononostante, nonostante una letteratura che potremmo definire “esigua” peccando di ottimismo, nel caso dell’epilessia l’impatto dell’uso dei cani sulla qualità di vita degli assistiti è notevole. Per non parlare dei benefici per i caregiver, legati quasi sempre al paziente da un legame affettivo che implica una costante preoccupazione per il suo benessere.

“Mio figlio soffre tutti i giorni di crisi epilettiche”, racconta Gerlinde Larch, madre di Leonidas che oggi ha 37 anni e da 10 ha al suo fianco la golden retriver Nala. “In giornate brutte può averne anche tantissime al giorno. E prima che avessimo Nala con noi, l’attenzione era costante, uno di noi doveva sempre averlo sott’occhio, almeno con la coda dell’occhio”. L’arrivo di Nala ha cambiato drasticamente la loro vita. Per Leonidas ha significato sperimentare cose che noi diamo in gran parte per scontate, per esempio una privacy maggiore, che si è tradotta nella possibilità di poter chiudere la porta del bagno, e per Gerlinde quella di passeggiare nella folla senza paura di perderlo di vista. “Eravamo a una fiera e mi sono dimenticata di Leonidas. Nala era dietro insieme a lui e io addirittura non lo vedevo neanche, sentivo solo abbaiare Nala. Sono corsa subito da Leonidas, sorpresa dalla facilità con cui mi sono potuta distrarre, rilassata dalla presenza di Nala”.

Non tutte le malattie dispongono di strumenti che possono preallertare se si sta verificando una crisi, ma non è soltanto l’abilità nel riconoscere le situazioni di pericolo il motivo per cui si sceglie un cane di assistenza anziché una “macchina” come il CGM (Continuous Glucose Monitoring) per i pazienti con diabete. La presenza di un cane influisce anche sul benessere psicologico della persona. Si tratta di animali che stabiliscono rapporti profondi con gli umani di riferimento, rapporti che hanno almeno altrettanto valore che quelli che si stabiliscono tra le persone. Il cane d’assistenza, insomma, è un vero e proprio compagno di vita e come tale va considerato. Non bisogna quindi dimenticare l’importanza del suo benessere e pretendere che si riveli una macchina infallibile che svolge il suo lavoro con precisione chirurgica. Come ci ricorda Gerlinde Larch “il benessere del cane è al primo posto, poi arriva tutto il resto e io sono anche del parere che se il cane sta bene si sente a suo agio, ama la sua persona, ama la famiglia dove sta, allora lavora anche bene”.