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Photo by Michael Vadon / CC BY-ND

Make America Great Again: Donald Trump entra alla Casa Bianca


Stiamo togliendo il potere a Washington e lo stiamo restituendo a voi, al popolo”. Non è una frase pronunciata sul grande schermo da Bane, l’arcinemico di Batman nell’ultimo capitolo della trilogia del Cavaliere oscuro, ma il neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il nuovo Potus (President of the United States) si è infatti rivolto con queste parole al popolo americano nei primi minuti del suo discorso d’insediamento lo scorso  20 Gennaio.

Il discorso del tycoon non si è discostato dal suo stile, anzi, ha riproposto lo stesso Trump della campagna elettorale. Durato circa 16 minuti, è il discorso d’insediamento più breve da quello di Jimmy Carter nel 1977, e forse anche il più combattivo.

Come di protocollo, il nuovo Presidente ha salutato i suoi predecessori e ha ringraziato Barack Obama, in questo caso è sembrato più per il modo in cui Obama ha condotto la transizione, non tanto per il servizio reso nei passati otto anni. Subito dopo infatti ha lasciato spazio alle critiche all’establishment e ai politici stessi, considerati lontani dai cittadini ed estranei dalle loro esigenze. “Washington ha prosperato, ma il popolo non ha participato di questo nuovo benessere. I politici si sono arricchiti – ma posti di lavoro sono andati perduti e le fabbriche hanno chiuso. L’establishment si è preoccupato di proteggere sè stesso, ma non i cittadini della nostra nazione. Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie; i loro trionfi non sono stati i vostri trionfi; e mentre loro festeggiavano nella nostra capitale, c’era molto poco da festeggiare nelle famiglia in difficoltà nel resto della nostra terra“.

I temi affrontati dal neopresidente sono gli stessi proposti durante la campagna elettorale. Trump ha affermato di voler ricostruire il paese e mantenere la sua promessa ai cittadini, con i quali afferma di essere pronto a determinare il corso dell’America e del mondo, aggiungendo con enfasi “per molti, molti anni a venire”, come a dare per scontata una riconferma del suo mandato tra quattro anni.

Riemerge, per esempio, il tema caro al tycoon dei Forgotten men, letteralmente i dimenticati, la cui voce non è stata ascoltata dall’establishment e ai quali Trump si rivolge promettendo di restituire loro la voce e la possibilità di sentirsi nuovamente rappresentati: “Gli uomini e le donne dimenticati nel nostro paese, non lo saranno ancora a lungo”. Assenti, invece, due dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: il muro al confine con il Messico e la riforma sanitaria Obamacare. Per quanto riguarda la politica estera, il Potus, ha criticato l’operato dei governi precedenti per aver speso risorse preziose oltreoceano a fronte del deterioramento delle infrastrutture americane e per aver difeso i confini di paesi stranieri a scapito di quelli nazionali. Durante tutto il discorso dunque, Trump si è presentato come colui che proteggerà il popolo americano, promettendo un cambio di rotta rispetto alle amministrazioni precedenti: “Il tempo delle chiacchiere vuote è finiti. Arriva adesso il momento dell’azione“.

Non solo breve, ma anche semplice nel linguaggio adoperato. Il discorso di Trump è ricco di elenchi (lavoro, fabbriche, confini, ricchezza) e di ripetizioni. Nel suo messaggio alla nazione ha ripetuto ben 33 volte la parola America, 11 volte paese e 10 volte persone.  Se queste tre parole sono quelle più utilizzate in tutti i discorsi inaugurali, è importante sottolineare che Trump ha utilizzato anche alcuni termini mai usati prima nella storia dei discorsi di insediamento: tra questi carnage (carneficina) e islamic.

La tabella sottostante riporta in ordine alfabetico una lista di questi termini.


Vale anche la pena di sottolineare la gestualità del neo presidente: lontano dalla pacatezza di Obama, nel parlare Trump si anima e gesticola continuamente, spesso stringendo e alzando il pugno destro.

Le reazioni al discorso del neo Potus sono state immediate. In primis, a molti è sembrato di assistere a un comizio elettorale piuttosto che ad una cerimonia di insediamento.  Molte critiche hanno poi riguardato il tentativo (voluto o no) di “compressione della storia” degli States: Trump infatti non ha fatto alcun riferimento agli antenati americani (come fece invece Obama), limitandosi a criticare i governi precedenti, colpevoli di aver speso risorse preziose oltreoceano, che hanno contribuito ad arricchire le industrie straniere a scapito dell’industria americana.

Conseguentemente, dalle sue parole è emersa un’immagine cupa dell’America, descritta come un paese povero e in declino soprattutto per i continui riferimenti alla droga e alla criminalità. Il popolo deve essere protetto da tutto ciò e il tycoon si presenta come l’unica figura in grado di difendere la sua gente, quasi confinando i cittadini in una sfera di passività. Il suo governo quindi viene presentato come la soluzione ai problemi del paese, in netta contrapposizione con il messaggio di un altro repubblicano, Ronald Reagan, che sosteneva che fosse il governo stesso la causa dei problemi e non la soluzione.

A livello internazionale le critiche si sono soffermate soprattutto sull’”America First” e sul protezionismo: Trump ha infatti convintamente affermato che in materia di tassazione, politica estera, immigrazione e commercio verrà sempre data la precedenza all’America. La preoccupazione dilagante è che questi toni patriottici nascondano invece tendenze nazionalistiche e isolazioniste.

La stampa ha definito Trump un “populista impopolare”, viste le manifestazioni di protesta contro il tycoon e la scarsa partecipazione popolare alla cerimonia d’insediamento. A detta di Trump il 20 gennaio 2017 verrà ricordato come il giorno in cui il popolo è diventato di nuovo sovrano: l’ultima frase del suo messaggio alla nazione è stata “We will make America great again”.