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Photo by PES Communications / CC BY-NC-SA

L’appello di Pedro Sánchez: il suo governo è appeso a un filo


Lo scorso 28 aprile e 26 maggio, gli spagnoli hanno scelto di avanzare e di non retrocedere di fronte ai rischi evidenti di involuzione, posti dai partiti conservatori. Hanno scelto di avanzare e di non fare un passo indietro sulle libertà e i diritti civili, al contrario di alcune forze politiche. Hanno scelto di avanzare e di non mettere in discussione il nostro modello di convivenza territoriale. Hanno voluto avanzare e ripudiare con tutte le loro forze i tentativi di banalizzazione della violenza di cui è vittima la metà della popolazione spagnola solo per il fatto di essere donna”.

Ha esordito così Pedro Sánchez, leader del Partito Socialista spagnolo, davanti al parlamento, riunito per tentare di formare un governo ed evitare l’ennesimo stallo politico. A distanza di quasi tre mesi dalle elezioni, le consultazioni e il confronto tra i leader non hanno prodotto alcun risultato. Così il leader socialista si è visto costretto a tentare di raggiungere un accordo a camere riunite, in una quattro giorni di confronto, discussione e, finalmente, votazioni. Un governo progressista e un’opposizione responsabile: questo è il disegno tracciato da Sánchez in un discorso durato quasi due ore.

Non stiamo scegliendo tra sinistra e destra, tra progressisti e conservatori: questo l’hanno già fatto gli elettori”, ha detto. “Stiamo scegliendo tra un paese con governo e uno senza governo, ma mentre noi discutiamo, i problemi quotidiani degli spagnoli non si fermano: la crisi degli alloggi, la precarietà e la disoccupazione tra i giovani, la solitudine di molti anziani, la questione dell’eutanasia”.

L’obiettivo di Pedro Sánchez, consapevole della difficoltà di creare una coalizione con le altre forze, compresa Unidas Podemos di Pablo Iglesias, è quello di raggiungere un accordo politico a guida socialista. Perdro Sánchez si è detto pronto a “un governo che funga da ponte, che guardi avanti e che getti le basi di grandi accordi per affrontare le sfide del presente”. Quella proposta dal socialista è una “grande trasformazione” in chiave progressista, europeista, ecologista e femminista, sulla scia di quella del 1975, che ha segnato l’inizio della transizione democratica del paese.

La trasformazione voluta da Sánchez si basa su un piano ambizioso e sociale che parte dall’istruzione. Cultura e scienza, ha dichiarato, saranno i temi principali dell’azione di governo, che dovrà destinare il 5 per cento del Pil del paese agli investimenti nell’istruzione, indipendentemente dalle congiunture economiche e dal colore dei governi successivi. Oltre a questo, il leader del Partito socialista  ha individuato altri sei obiettivi “per i quali la Spagna si sta giocando il suo presente e il suo futuro”.

Stiamo scegliendo tra un paese con governo e uno senza governo, ma mentre noi discutiamo, i problemi quotidiani degli spagnoli non si fermano.

Il primo è il mercato del lavoro e la sostenibilità del sistema pensionistico statale. “Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 14,7 per cento superiore alla media europea”, ha detto. “C’è anche un alto tasso di stagionalità del lavoro, circa il 26 per cento”. Si tratta di debolezze strutturali del mercato del lavoro spagnolo, che colpiscono soprattutto donne e giovani, impiegati in lavori precari come i riders o gli agricoltori stagionali. Per Pedro Sánchez, quindi, è imprescindibile l’aggiornamento dello statuto dei lavoratori, che risale agli anni ottanta del secolo scorso, nel tentativo di rendere più frequenti i contratti a tempo indeterminato, e l’approvazione di uno statuto dello stagista per garantire uno stipendio e un contratto degno a tutti i giovani che entrano nel mondo del lavoro.

Il secondo obiettivo riguarda la rivoluzione digitale: “Secondo i dati della Ocse, il 21,7 per cento dei posti di lavoro nel nostro paese è a rischio automazione. Cioè spariranno”, ha spiegato Sánchez. “Oltre a questi, un 30,2 per cento soffrirà una trasformazione radicale per l’avanzamento della tecnologia”. La rivoluzione digitale, però, non ha solo un impatto sul mondo del lavoro ma anche sulla giustizia fiscale. Come ha ricordato nel suo discorso, Netflix, in un anno, avrebbe pagato al fisco spagnolo solo 3.146 euro di imposta sul reddito delle società. Un importo equivalente all’imposta sul reddito delle persone fisiche pagata da un lavoratore che guadagna 24.000 euro all’anno.

Dal lavoro al clima: il discorso del leader socialista è il più verde di tutta la storia politica del paese. “L’inquinamento dell’aria uccide e accorcia la vita di molte persone ogni anno. Per questo la società e soprattutto i giovani ci chiedono di agire”, ha spiegato. Fra le proposte concrete presenti nel suo programma, ha annunciato che le città con più di 50 mila abitanti si dovranno dotare di zone a basse emissioni, con restrizioni ai veicoli più inquinanti. Non è mancato il riferimento a Madrid Central, la zona a traffico limitato nella principale via della capitale spagnola, sospesa per alcuni giorni dal nuovo sindaco popolare José Luis Martínez-Almeida: “Nessuno bloccherà Madrid Central, non ci saranno passi indietro, è una irresponsabilità. Nessuna amministrazione può negare ai cittadini il diritto a respirare un’aria pulita”.

La disuguaglianza è un problema di dignità, di diritti umani e di progresso sociale. La domanda da farci è: dove vogliamo stare?

L’uguaglianza di genere è l’altro grande tema che ha occupato il discorso del candidato presidente, e cha ha scosso l’intero paese, vittima negli ultimi anni di innumerevoli casi di violenza sessuale e di dure proteste contro le decisioni della giustizia. “Nel 2018 quasi un quinto degli omicidi sono casi di violenza di genere. Per chi vuole banalizzare questo dramma, tornare al passato o inventare cospirazioni, voglio che sia chiaro: dovrà affrontarci”. Da qui la promessa della tipizzazione dei delitti sessuali, per combattere altre “Manadas” ed eventuali lupi solitari.

Ma le disuguaglianze si manifestano in molte altre forme, per esempio nella distribuzione diseguale delle opportunità e nella differenza salariale. Secondo un recente rapporto di A.T. Kearney realizzato per il Ministero dell’economia, la disuguaglianza di genere comporta un enorme spreco di risorse: se non ci fosse divario salariale, infatti, il Pil spagnolo crescerebbe del 15 per cento. “La disuguaglianza è un problema di dignità, di diritti umani e di progresso sociale. La domanda da farci è: dove vogliamo stare? La risposta è chiara: noi vogliamo essere il referente mondiale del femminismo e della lotta per i diritti delle donne”.

Oltre alla questione di genere, c’è la disuguaglianza sociale: un problema che mina le basi della democrazia e pone in pericolo la convivenza interna. “Siamo la quarta economia dell’eurozona e la tredicesima nel mondo. Eppure, otto milioni e mezzo di spagnoli si trovano in una situazione di esclusione sociale. Metà di loro vive in condizioni di precarietà lavorativa duratura e, in molti casi, è priva di una dimora sicura. Questa è la prova che viviamo in una società diseguale”.

Che senso ha voler dividere il nostro paese quando abbiamo bisogno di una maggiore unione europea?

Il sesto e ultimo obiettivo è rappresentato dall’Europa, dai suoi valori e dalla sua unione. “L’Europa è lo spazio in cui si sono superate le rivalità nazionaliste, che hanno condotto il nostro continente a due guerre devastanti. Europa è pace e superamento degli egoismi nazionali, che abbiamo combattuto condividendo la sovranità, non riprendendocela”. E continua: “Che senso ha voler dividere il nostro paese quando abbiamo bisogno di una maggiore unione europea? Che senso ha innalzare frontiere interne quando dobbiamo abbattere quelle esterne?”.

Durante il suo discorso e negli interventi successivi, non sono mancati gli attacchi agli avversari del Partito Popolare e a Ciudadanos, che pur di non sostenere un governo a guida Psoe sarebbero disposti a scendere a patti con l’estrema destra di Vox. Pedro Sánchez, in particolare, ha riservato parole forti al leader di Ciudadanos Albert Rivera, che oltre a rifiutarsi di partecipare alle consultazioni delle ultime settimane, è colpevole, a detta del leader socialista, di aver creato un cordone sanitario attorno al Psoe: “Teatro, signor Rivera, è scendere a patti con l’estrema destra e farlo sembrare un incidente”.

A sorpresa Sánchez non ha nominato la questione catalana, nonostante sia uno dei temi più dibattuti nell’opinione pubblica, e ha citato la possibile alleanza con Unidas Podemos solo al termine del suo discorso. Un fatto che non è passato inosservato a Pablo Iglesias, che non sarebbe disposto in alcun modo a vedere il suo partito relegato ai margini in un’eventuale alleanza di governo. A far crescere la tensione tra i due è la volontà di creare un monopolio socialista, libero dall’influenza della sinistra più radicale, più critica e meno istituzionale rappresentata da Iglesias. Come ha scritto Enric Juliana su La Vanguardia si tratta di “due tradizioni politiche di sinistra che non si sono mai amate. Due politici dai caratteri forti. Due archetipi madrileni: Tetuán-Cuatro Caminos (Sánchez) e Vallecas (Iglesias)”.

Quello che vi chiedo è di dare alla Spagna un governo, di buttare giù le barriere, di lasciare avanzare il nostro Paese.

Quello che vi chiedo è di dare alla Spagna un governo, di buttare giù le barriere, di lasciare avanzare il nostro Paese”. Sánchez ha chiuso così il suo discorso, ma le sue parole non sono bastate. Ieri si è tenuta la prima votazione per la sua investitura, terminata con 124 voti a favore, ben lontano dai 176 che gli sarebbero serviti per ottenere la maggioranza assoluta. Oltre che dai conservatori, i no più pesanti arrivano dagli indipendentisti catalani. Unidas Podemos, invece, ha optato per l’astensione, lasciando aperto uno spiraglio a eventuali trattative dell’ultimo minuto.

La seconda e ultima votazione – che prevede la maggioranza semplice – si terrà domani (giovedì) pomeriggio. Se Pedro Sánchez non riuscirà a raccogliere i consensi necessari sarà il re ad intervenire, proponendo un nuovo candidato, dopo una fase di consultazioni con i tutti leader. Entro 60 giorni dovrà esserci un accordo. Se così non fosse si andrebbe a nuove elezioni – probabilmente il prossimo 10 novembre – esattamente come accadde solo tre anni fa.