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Photo by World Economic Forum / CC BY-NC-SA

Che mondo vogliamo dopo il Coronavirus?


L’epidemia di coronavirus mette le nostre società e i nostri governi di fronte a nuove sfide il cui esito è quanto mai incerto. Non si parla del definitivo confinamento del virus, che verrà sicuramente sconfitto, ma del mondo che ci ritroveremo ad abitare dopo. Un mondo futuro che dipende molto dalle decisioni che si stanno prendendo e che si prenderanno nelle prossime settimane per far fronte all’emergenza Covid-19. Lo storico Yuval Noah Harari attraverso un’intervista alla Cnn e in un lungo articolo per il Financial Times ha cercato di individuare i campi sui quali ci stiamo giocando questa partita.

Grande fratello e fiducia
In tutto il mondo si stanno sperimentando tecniche di confinamento e monitoraggio a cui, quantomeno le nostre società occidentali, non erano mai state sottoposte. Abbiamo acconsentito a importanti limitazioni delle nostre libertà individuali in nome di un’emergenza che in quanto tale richiede appunto misure immediate ed incisive. Ma che allo stesso tempo, una volta rientrato il pericolo, dovrebbero essere dismesse. Tuttavia “le misure temporanee hanno la cattiva abitudine di sopravvivere alle emergenze” scrive Harari ” soprattutto se c’è sempre una nuova emergenza in agguato all’orizzonte”.

Le misure temporanee hanno la cattiva abitudine di sopravvivere alle emergenze.

In tempo di emergenza i processi decisionali si accelerano così come l’impiego di nuove tecnologie spesso e volentieri ancora in fase di rodaggio. Esistono certamente dei lati positivi in tutto ciò: si dà il via a sperimentazioni che in tempi normali avrebbero richiesto molto di più. Si pensi soltanto all’e-learnig e al telelavoro. Ma l’altro lato della medaglia è ben più scuro di quanto si possa pensare: “uno dei pericoli dell’attuale epidemia è che giustificherà misure estreme di controllo, in particolare il riconoscimento biometrico, che sarà giustificato come mezzo per far fronte all’emergenza. Ma anche dopo di essa, questa idea rimarrà”, ha dichiarato lo storico.

Basti pensare al caso cinese. Grazie al riconoscimento facciale delle fotocamere degli smartphone e obbligando i suoi cittadini a comunicare costantemente temperatura corporea e condizione medica, il governo di Pechino ha potuto identificare rapidamente i casi sospetti di Covid-19, seguire i loro movimenti e identificare anche le persone con cui sono venute a contatto.

Esistono persino diverse app che avvisano i cittadini di essere vicini a dei pazienti infetti. Qualcosa di simile è stato adottato in Corea del Sud, in Italia se ne sta discutendo in questi giorni, in Israele (dove viene utilizzata la tecnologia normalmente utilizzata per combattere i terroristi) e negli Stati Uniti stanno iniziando le prime sperimentazioni capitanate dai giganti Google, Amazon e Facebook.

No, non è fantascienza, la tecnologia ha raggiunto livelli tali da poter permettere effettivamente una sorveglianza totale e che a questo punto passerebbe da “sopra la pelle” (da Cambridge Analitica alle rivelazioni di Snowden è noto che le grandi aziende e certi governi raccolgono dati sui nostri gusti e preferenze) a “sotto la pelle”. Harari invita ad immaginare un ipotetico governo che chieda ai suoi cittadini di indossare un braccialetto che misuri battito cardiaco e temperatura corporea 24 ore su 24.

È facile intuire come con tali dati a disposizione bloccare la catena dei contagi sarebbe piuttosto semplice. Tuttavia “è fondamentale ricordarsi che rabbia, noia, felicità e amore sono fenomeni biologici tanto quanto la febbre e la tosse”, e dati di questo genere in mano ad aziende e governi permetterebbero loro non solo di sapere che abbiamo cliccato su un determinato link ma anche che emozioni ci suscita, cosa proviamo quando sentiamo parlare un leader politico e così via.

Sempre lo stesso ipotetico governo, finito il contagio da coronavirus, potrebbe dire che è necessario continuare con la sorveglianza biometrica perché potrebbe esserci una seconda ondata di coronavirus, o un’altra epidemia che si profila all’orizzonte o una qualsiasi altra ragione.

Uno dei pericoli dell’attuale epidemia è che giustificherà misure estreme di controllo, in particolare il riconoscimento biometrico, che sarà giustificato come mezzo per far fronte all’emergenza.

Saremo quindi costretti a scegliere tra la nostra privacy e la nostra salute? No, secondo lo storico israeliano esiste un’altra a via ed è quella della responsabilizzazione individuale. Un cittadino che ha in mano informazioni corrette e ha fiducia nelle autorità che gli hanno fornito queste informazioni, sarà portato autonomamente ad adottare le pratiche più corrette. Harari riporta l’esempio della più grande innovazione di sempre nella storia dell’igiene umana: lavarsi le mani con il sapone. Qualcosa che diamo per scontato, ma che gli scienziati hanno scoperto essere fondamentale soltanto nel XIX secolo, quando nemmeno i chirurghi si lavavano le mani prima di operare. Lentamente è diventata un’abitudine consolidata e “oggi miliardi di persone si lavano le mani non perché hanno paura della ‘polizia del sapone’ ma perché capiscono i fatti”.

Tuttavia la parola fondamentale in questo processo è “fiducia”. Nella scienza, nelle autorità, nei media. Fiducia deliberatamente erosa negli anni da una classe politica irresponsabile che adesso “è tentata di prendere l’autostrada dell’autoritarismo, argomentando che non si può aver fiducia nel fatto che le persone facciano la cosa giusta”. Allora il punto è ricostruire questa fiducia, che in momenti di crisi può riconsolidarsi molto più velocemente, e dare alle persone l’opportunità di monitorare sé stessi. Se quelle stesse tecnologie anziché consegnarle ad un governo venissero date ai cittadini, questi ultimi sarebbero più invogliati a seguire il proprio stato di salute ed eventualmente se qualcosa non va, comunicarlo al governo: “questi dati mi permetterebbero di fare scelte personali molto più informate e al contempo di monitorare le decisioni del governo”.

Tutti per uno, uno per tutti
Le proporzioni mondiali dell’epidemia di Covid-19 ci porta secondo Harari a dover prendere un’ulteriore decisione fondamentale: scegliere tra isolamento nazionalista o solidarietà globale. “Il coronavirus in Cina non può insegnare a quello statunitense come infettare meglio gli essere umani. Ma la Cina può insegnare agli stati uniti preziose lezioni su come affrontare il coronavirus. Quando il governo inglese esita fra le varie politiche da adottare può farsi consigliare da quello koreano che ha avuto lo stesso problema ma mesi prima”. La risposta è quindi presto data: “cooperazione globale e fiducia”.

La globalizzazione ha assunto oggi ritmi talmente elevati che è impossibile pensare che un’epidemia nazionale possa rimanere una questione limitata entro determinati confini e che sia soltanto un problema di un determinato paese. L’unico confine a cui si deve davvero pensare e sorvegliare è “quello tra genere umano e il mondo dei virus”. Bisogna rendersi conto della necessità di affrontare questo problema come umanità e non come Cina, Italia, Francia e così via.

Per questo secondo Harari è fondamentale una solidarietà internazionale che supporti i sistemi sanitari di tutto il mondo: “uno sforzo globale e coordinato potrebbe accelerare la produzione di equipaggiamento medico e fare in modo che questo dia distribuito equamente, i paesi più ricchi con meno casi potrebbero inviare materiale sanitario e personale verso le regioni più colpite” dando vita a una catena virtuosa che si autoalimenta.

Il coronavirus in Cina non può insegnare a quello statunitense come infettare meglio gli essere umani. Ma la Cina può insegnare agli stati uniti preziose lezioni su come affrontare il coronavirus.

Questo non basta, spiega lo storico, serve necessariamente anche l’aiuto economico: “Un Paese in cui inizia un focolaio, se pensa di essere da solo esiterà a prendere drastiche misure di quarantena perché penserà ‘be’, se blocchiamo l’intero Stato o intere città collasseremo economicamente e nessuno verrà ad aiutarci, quindi aspettiamo e vediamo se è davvero un pericolo così grande”. E poi sarà troppo tardi”.

In questa grande crisi abbiamo l’opportunità, ma anche la responsabilità, di scegliere la solidarietà globale piuttosto che l’isolamento nazionalista per vincere contro il coronavirus e magari anche per renderci conto che questa è l’unica strada percorribile per affrontare le sfide globali del futuro più immediato. Giusto per citarne due: emergenza climatica ed emergenza migratoria.