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Photo by Wolffystyle via Wikimedia Commons / CC BY-SA

L’unica speranza per il Brasile, sono i brasiliani stessi


Secondo i dati del Ministero della Sanità brasiliano, il 30 aprile il Brasile ha superato la Cina per numero di morti da covid-19, nonostante questo per il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro la pandemia continua a essere solo “una piccola influenza.

Ma nelle favelas la situazione è disastrosa: tra l’inoperosità dello Stato e l’atteggiamento ostacolante del presidente Bolsonaro verso il lockdown, la diffusione del virus Sars-Cov2 sta amplificando inevitabilmente sia le disuguaglianze sociali che quelle economiche. E si assiste a un inesorabile e continuo aumento dei decessi. Un video reportage del Guardian ci mostra il grande disagio nella favela di Acari a Rio de Janeiro, ma anche l’incredibile impegno degli attivisti nonché la resilienza dei cittadini brasiliani.

Dato il mio passato da atleta, se dovessi ammalarmi di coronavirus non ne sarei preoccupato. Non soffrirei che di una piccola influenza”. Questa è solo una delle tante dichiarazioni che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha rilasciato al suo Paese durante la pandemia di Covid-19. Una dichiarazione, questa, che mette bene in evidenza i limiti della sua presidenza.

L’ex presidente Lula de Silva, ai microfoni del Guardian ha criticato l’attuale presidente dichiarando che Bolsonaro sta portando il popolo brasiliano “al macello”. E la situazione pare essere proprio questa.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, forniti dal Ministero della Sanità brasiliano, presieduto da Nelson Teich, il numero di persone infette da Sars -Cov-2 ha raggiunto la cifra di 91.589. Il picco massimo giornaliero è stato raggiunto il 29 aprile con 6276 infetti e 449 morti. Con questi dati il Brasile supera ufficialmente la Cina per numero di morti, portando il totale a circa 5466. Ma per gli esperti i numeri potrebbero essere molto più alti.

In Brasile infatti ci sono 14 milioni di persone che vivono nelle favelas, quartieri poveri densamente popolati nei quali mancano spesso servizi igienici e sanitari di base. Ed è molto probabile, data l’altissima densità abitativa e le condizioni di estrema povertà, che il numero di contagi sia decisamente più alto. Qui molti lavoratori devono scegliere tra la perdita del proprio reddito e quella della propria salute, tra il provvedere al sostentamento della propria famiglia e il rispetto delle norme imposte dal blocco e dall’isolamento sociale.

Fortunatamente, dove manca lo stato, c’è il popolo. È l’attivismo la fonte di aiuto più preziosa che le favelas brasiliane stanno attualmente ricevendo.

La pandemia ha reso il problema dell’iniquità ancora più evidente e per questo sapevamo che qualcosa andava fatto. Lo Stato non sta facendo niente”. A dirlo è Buba Aguiar, giovane attivista brasiliana nella favela di Acari a Rio de Janeiro. Qui, lei e altri attivisti si stanno dedicando ad aiutare le famiglie più povere a sopravvivere alla pandemia.

Grazie ad una raccolta fondi, gli attivisti comprano acqua, cibo e kit per proteggersi dal contagio (mascherine e igienizzanti) per poi consegnarli di casa in casa a tutte le persone che ne hanno fatto richiesta. Gli attivisti poi non mancano di dare consigli su come minimizzare i rischi del contagio.

“La pandemia ha reso il problema dell’iniquità ancora più evidente e per questo sapevamo che qualcosa andava fatto. Lo Stato non sta facendo niente.

La struttura delle case nelle favelas permette una diffusione del virus più rapida. Ci sono famiglie composte da dieci persone in case con tre stanze. Senza contare i problemi alle forniture idriche. Molte persone non vedono una goccia d’acqua per giorni”, racconta ancora Buba.

Questi due fattori, la mancanza d’acqua e l’assembramento abitativo, rendono molto difficile difendersi dal virus. Senza acqua è praticamente impossibile mantenere livelli igienico sanitari minimi aumentando così il rischio di trasmissione e diffusione del virus.

Prima di Nelson Teich, Louis Enrique Mandetta era Ministro della sanità del Brasile. Una delle poche voci che non hanno minimizzato il pericolo del virus, ma anzi, andando addirittura contro il parere del presidente, ha sollecitato i cittadini a restare a casa sottolineando la pericolosità e gravità della situazione. “Perché se tutti uscissimo, il virus colpirebbe sia ricchi che poveri. Dovremmo prendere decisioni basate sulla scienza o su conoscenze tecniche”, aveva detto durante una conferenza stampa l’ex ministro Mandetta. Una settimana dopo il presidente Bolsonaro lo ha rimosso dall’incarico, “per il bene del popolo brasiliano”, consegnando il posto all’oncologo Nelson Teich.

Se avessimo aspettato l’aiuto dei potenti, le persone qui sarebbero già morte.

La mancanza di aiuti dal governo ha messo gli abitanti delle favelas in estrema difficoltà. Ma grazie agli attivisti e all’auto organizzazione della popolazione che ha trovato soluzioni pratiche, come l’imposizione di un coprifuoco, la situazione è leggermente migliorata e ha aiutato a creare un clima di empatia e solidarietà molto forte.

Fare volontariato in un momento come questo è un impegno molto duro, e mentre Buba controlla le ultime richieste di cibo sul cellulare confessa: “Ragazzi, avere a che fare con le persone è veramente difficile. Il mio telefono non smette di suonare un momento per tutte le richieste di cibo che mi arrivano da chi non può andare a lavorare”. Buba è molto determinata in quello che fa, nonostante sia molto difficile e, soprattutto, sapendo che quello di aiutare gli altri non dovrebbe essere compito suo.

Se avessimo aspettato l’aiuto dei potenti, le persone qui sarebbero già morte. Lo Stato c’è, ma solo quando bisogna prendere in mano le armi durante le operazioni di polizia. Molti qui stanno sopravvivendo solo grazie al nostro volontariato, afferma la giovane attivista alla fine della sua lunga giornata.