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Photo by Travis Wise / CC BY

Vaccino: non obbligo ma fiducia, informazione e trasparenza… E una buona logistica


Il tanto atteso vaccino, o meglio i tanto attesi vaccini sono arrivati e altri stanno per arrivare. Siamo dunque alla fine di questa terribile pandemia? Di sicuro siamo in una fase cruciale. Non solo per la svolta che questi vaccini potrebbero rappresentare, ma anche perché comincia ora uno dei periodi più delicati di questa pandemia, come vediamo dai numeri e dai titoli dei giornali. Quando si vede la luce si rischia di lasciarsi andare: dal distanziamento alle chiusure più o meno severe, dalle mascherine alla rinuncia a grandi eventi o anche solo a piccoli eventi, tutto sembra diventare sempre più difficile. Anche perché purtroppo siamo davanti a un nemico che agli occhi di molti è rimasto invisibile e lontano, sebbene abbia provocato un numero spaventoso di morti: sono oltre 75mila oggi le vittime in Italia e quasi due milioni nel mondo.

A rendere la situazione ancora più delicata, alla stanchezza accumulata in molti mesi ora si potrebbero aggiungere gli antagonisti storici di ogni campagna di vaccinazione e gli ingredienti di quella che generalmente viene definita esitanza vaccinale: incertezza, paura, scetticismo, cinismo, complottismo, negazionismo. Toccano tutti noi in una certa misura, sia che ci riguardino in prima persona sia che dilaghino rendendo vano lo sforzo senza precedenti di ricerca e produzione di questi vaccini. Come evitare questo disastro?

Cominciamo chiarendo di cosa si parla quando si parla di esitanza vaccinale. Con questo termine si definisce un ritardo nell’accettare o un rifiuto di un vaccino nonostante la sua disponibilità. È uno dei fattori che mette più a rischio il raggiungimento dell’immunità di gregge e ben prima di covid-19 era considerata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità una delle principali minacce alla salute globale.

In Italia oggi l’esitanza vaccinale riguarda il 43 per cento degli italiani. Ce lo racconta Guendalina Graffigna, professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttrice dell’EngageMinds Hub, che insieme al suo gruppo di ricerca ha cercato di capire quali sono le ragioni dell’esitanza degli italiani verso un vaccino anti-covid-19. “Il dato è leggermente in crescita rispetto a maggio. E è interessante: quando non c’era un vaccino vicino, quando era più teorica l’ipotesi tutto sommato i dubbi erano minori, adesso che si è arrivati quasi ad averlo aumentano i dubbi”, ci racconta in una videochiamata. “Tuttavia sono diminuiti rispetto a settembre i cosiddetti novax, coloro che si dichiarano assolutamente contrari: oggi sono il 16 per cento. È invece rimasto costante, al 27 per cento, il numero degli incerti sui quali, lo abbiamo visto, pesano diverse variabili psicologiche”.

Raccolti sotto l’ombrello dell’esitanza ci sono tanti scenari e motivazioni diverse che possono spingere una persona al rifiuto. Per esempio vi sono dubbi e paure connaturati da sempre con l’idea stessa di un ago e di un vaccino: “C’è una resistenza che ha probabilmente radici antiche, legata allo stesso concetto di integrità e di inviolabilità del corpo come inviolabilità dell’io; ed è qualcosa di molto complesso”, ci spiega Cosimo Nume, presidente dell’Ordine dei medici di Taranto e Responsabile della comunicazione della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici e Odontoiatri (FNOMCEO). “È l’idea dell’agente estraneo introdotto nel corpo a turbare. Non accade per esempio lo stesso nel caso di una semplice iniezione di un antidolorifico; anzi, tra molti pazienti si riscontra la richiesta di anticipare la fine del dolore attraverso una terapia parenterale. Nel vaccino giocano altre componenti che probabilmente si sono stratificate negli anni nell’immaginario popolare”.

Come dice Guendalina Graffigna, all’esitanza o all’accettazione nei confronti di un vaccino contribuiscono diverse variabili. Una di quelle individuate dal gruppo di ricerca è l’engagement, il livello di coinvolgimento delle persone nella prevenzione: “Tanto più le persone percepiscono di avere nelle loro mani la loro salute e la prevenzione, e ritengono di essere attori fondamentali del sistema sanitario, tanto più sono propensi verso la vaccinazione”. L’altro fattore fondamentale, individuato non solo dal gruppo italiano ma anche da altri gruppi di ricerca di altri paesi che stanno svolgendo un lavoro simile, è la fiducia: nella scienza e negli operatori sanitari ma anche nelle istituzioni e nei governi. E da marzo, sottolinea Graffigna, nel nostro Paese questa fiducia è diminuita, soprattutto quella nel sistema sanitario e nella ricerca scientifica.

Tanto più le persone percepiscono di avere nelle loro mani la loro salute e la prevenzione, e ritengono di essere attori fondamentali del sistema sanitario, tanto più sono propensi verso la vaccinazione.

Forse è proprio per questo che nel suo messaggio di fine anno lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sottolineato l’importanza e il valore di sottoporsi alla vaccinazione: “Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili. Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi”. Parole queste probabilmente dettate anche dalle polemiche di fine anno seguite alle dichiarazioni di alcuni medici e operatori sanitari contrari alla vaccinazione e che hanno riacceso anche il dibattito in merito all’obbligatorietà o meno del vaccino per alcune categorie.

Potrebbe tuttavia essere stata data troppa attenzione a un fenomeno di dimensioni ridotte o non radicato (qui intanto si trovano tutti i numeri sui vaccinati in Italia): “È la prima volta nella storia dell’umanità che un vaccino arriva alla popolazione in così breve tempo e anche se questo non vuol dire che questo percorso sia stato fatto male, porta con sé un quantitativo di ansia e di preoccupazione che trovo assolutamente fisiologico”, ci spiega Alessandro Conte, medico di Direzione sanitaria e coordinatore del portale contro la disinformazione in medicina della FNOMCEO, Dottore ma è vero che…?. “Sicuramente fanno più rumore i pochi medici che hanno posizioni un po’ distanti ma, per esempio, quando noi abbiamo aperto il primo giro di prenotazioni, abbiamo avuto 1600 adesioni in meno di sei ore. Lo scenario quindi sembra promettente da questo punto di vista, poi purtroppo sulle prime pagine dei giornali invece che questi numeri finisce il professore di infermieristica che dice che lui non si vaccina”.

Dello stesso tenore sono anche le dichiarazioni di Filippo Anelli, presidente della stessa FNOMCEO, secondo il quale non sarebbero più di un centinaio in tutto il Paese i medici contrari a sottoporsi al vaccino: “La stragrande maggioranza dei medici si vuole vaccinare contro il Covid e abbiamo, anzi, una forte pressione da parte di medici della sanità privata e odontoiatri che vorrebbero vaccinarsi, oltre a voler contribuire alla somministrazione delle dosi”, spiega all’ANSA.

Per questo secondo Anelli, non sarebbe necessario fare ricorso all’obbligo. Obbligo a cui è contrario anche Alessandro Conte. “Se le istituzioni in generale o il mondo scientifico fossero sempre capaci di comunicare in maniera accessibile e trasparente, dell’obbligo non ci sarebbe bisogno”. Questa è una situazione ben diversa rispetto a quella che ha portato all’obbligo di alcune vaccinazioni infantili, sottolinea il medico: “Penso che l’Italia si sia trovata costretta a fare una scelta molto particolare quattro anni fa, una scelta sofferta che in un quel momento particolare trovava anche una motivazione: ci stavamo discostando in maniera molto pronunciata dalle soglie critiche di copertura della popolazione e bisognava invertire la tendenza. Questo ha generato una serie di ritorni di fiamma come è normale che sia. Il vero sforzo in queste situazioni è di tipo educativo e comunicativo. Si devono rifuggire affermazioni polarizzanti che fanno di questo confronto una lotta del bene contro il male. La scienza non procede per dogmi, ma attraverso la costruzione di evidenze; evidenze che si costruiscono con metodo e che possono essere riproducibili in vari altri contesti sperimentali. Quello che le istituzioni devono fare in questo momento è essere serenamente trasparenti, anche verso gli operatori sanitari”.

Non è per l’obbligo nemmeno Cosimo Nume, anche se la sua regione, la Puglia, lo prevede per gli operatori sanitari. “Non sono per l’obbligo a meno sia strettamente necessario, sono per un forte e intelligente coinvolgimento di tutti gli strumenti di comunicazione da parte del Ministero, da parte del Governo, da parte delle regioni e da parte della professione che, al di là di alcune sacche di resistenza, guarda a questa possibilità davvero come al faro che illumina il futuro non solo della professione ma soprattutto di una società e di una economia piegate da questa epidemia”.

Si devono rifuggire affermazioni polarizzanti che fanno di questo confronto una lotta del bene contro il male.

Messo da parte l’obbligo, quali altri strumenti abbiamo? Secondo Graffigna, per lo meno da un punto di vista della comunicazione istituzionale, potrebbe essere importante mettere in atto dei processi di segmentazione della popolazione e di studi comportamentali: “L’esitanza non è una, ci sono tanti profili, quindi bisognerebbe riuscire a segmentare la popolazione sulla base di caratteristiche non solo socio demografiche ma anche psicologiche, e sulla base di questo tipo di segmentazione poi orientare delle strategie di comunicazione differenziate e coordinate”.

Il primo passo, sia delle istituzioni sia dei medici, dovrebbe essere comunque quello di ascoltare chi è titubante: “Dobbiamo ascoltare, dobbiamo farci dire tutti quelli che sono i dubbi le preoccupazioni e a partire da questi dubbi e queste preoccupazioni andare a sbocconcellare delle informazioni che poi possano andare a argomentare contro queste posizioni. Partire da quelle che sono le minacce al comportamento corretto, dalle false credenze, dalle preoccupazioni, far sentire la persona ascoltata per poi ribattere su quei punti in modo puntuale, cercando di evitare un’escalation di emozioni negative, frustrazioni e rabbia”, spiega la ricercatrice. “Le persone vogliono essere trattate da adulte, ambiscono a capire e a ‘sentirsi esperti’. Questo atteggiamento di per sé va premiato ma va “corretto il tiro” delle percezioni e delle argomentazioni, facendo sentire le persone degli alleati del processo scientifico ma ribandendo come per partecipare al discorso scientifico ci voglia pazienza e comprensione del linguaggio tecnico”.

Spesso, sottolinea Paul Offit, Direttore del Vaccine Education Center e docente di pediatria del Children’s Hospital di Filadelfia (USA), le persone hanno paura soprattutto degli effetti collaterali dei vaccini. “Si potrebbe intervistare chi ha fatto il vaccino e far descrivere loro gli effetti collaterali, che sono diversi: stanchezza, mal di testa, dolore a muscoli e articolazioni, alterazione della temperatura. Tutti segnali che il sistema immunitario è stato attivato ed è a lavoro”, spiega. E poi, prosegue, bisognerebbe essere in grado di fugare i dubbi in fretta. “Tra le prime persone che verranno vaccinate ci sono gli ospiti di RSA e strutture di lungodegenza, spesso anziani e con problemi di salute. Se uno di questi viene vaccinato e dopo due giorni ha un ictus o un attacco cardiaco, i media riporteranno immediatamente la notizia che il vaccino provoca l’ictus: si deve essere pronti a raccogliere i dati, a fare un confronto tra persone vaccinate e non vaccinate e mostrare che le prime non sono più a rischio delle seconde. Dobbiamo essere pronti a placare le paure che circonderanno questi vaccini”.

In questo potrebbe essere fondamentale nei prossimi mesi il contributo dei medici generali e di famiglia sul territorio. “Credo che andrebbe fatto un forte investimento sui medici del territorio che prescinda dall’impiego per fare il tampone o per fare la vaccinazione; non voglio disconoscere l’importanza anche di essere forza lavoro, ma credo che la cosa più importante sia di essere forza pensiero: orientamento nei confronti dei proprio pazienti”, ci spiega Cosimo Nume. “Viviamo in un Paese che ancora attribuisce alla figura del medico di fiducia un ruolo di guida, di consigliere; un ruolo amicale che può essere la chiave di volta per reclutare sempre più persone verso la vaccinazione”.

Dobbiamo essere pronti a placare le paure che circonderanno questi vaccini.

Oltre ai medici e alle istituzioni, trovarsi davanti un parente titubante può capitare a chiunque. In questo caso ci sono più strategie per confrontarsi costruttivamente, secondo Alessandro Conte: “Con le persone più anziane bisogna essere capaci di quantificare il rischio che queste corrono rispetto ad altre fasce di età; provare a spiegare che fasce di età diverse e soprattutto elementi fragili nella popolazione hanno a maggior ragione bisogno di questo vaccino”. “L’altro approccio utile”, spiega il medico di Udine, “è l’appello alla protezione degli altri. La persona che dice ‘No, non mi fido, non mi voglio vaccinare’, può essere allettata dall’idea di esercitare una protezione nei confronti dei propri cari. Occorre sottolineare che in questo particolare momento, in un contesto pandemico, più persone si vaccinano più possiamo aspettarci che l’immunità di gregge arrivi, quindi anche una goccia del mare – in questo caso qualcuno che si rifiuta – rischia di creare un’increspatura”.

A preoccupare gli esperti in questo momento non sono tuttavia gli esitanti. Allarmano molto di più la scarsa disponibilità di vaccini e le difficoltà logistiche di distribuire le dosi e di vaccinare la popolazione non esitante, che è comunque il 57 per cento al momento e probabilmente è destinata a crescere. “Sono fattori che possono influenzare il successo di una campagna, ce lo dice la letteratura e ce lo dice anche il nostro vissuto personale. Facciamo un esempio: andare in posta a ritirare una raccomandata o in comune a pagare una multa è già un’attività che non vorremmo fare, se è resa particolarmente complicata o costellata di lunghe attese è probabile che rinunciamo o posticipiamo”, conclude Alessandro Conte. “Dovremmo cercare – compatibilmente con le risorse che sono a disposizione – di creare percorsi agili, e sicuri perché ovviamente non dobbiamo essere noi a creare assembramenti di persone o aree stipate di persone in attesa. Ci vuole un lavoro di programmazione e di gestione non scontato, se lo si fa male rischia di essere un potentissimo boomerang, un’arma in più per chi già sta cercando una scusa per dire di no”.