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Cosa vuol dire essere vittime di tortura nel 2020?


“Universalmente proibita, universalmente praticata”. Così titola un approfondimento di qualche tempo fa di Amnesty International in cui si legge che “la tortura si presenta per molti versi con le stesse modalità dei supplizi medievali”, nonostante queste pratiche si verifichino – ancora – nel ventunesimo secolo. Spesso “il torturatore usa in primo luogo il proprio corpo per picchiare, strangolare, stuprare, poi ciò che ha a portata di mano o fabbrica strumenti terrificanti, congegnati volutamente per infliggere il massimo della sofferenza possibile”.

Basti pensare, per esempio, che secondo quanto riportato da Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale, in Italia ad oggi sono in corso otto procedimenti penali contro le torture nelle carceri” (Monza, San Gimignano, Torino, Palermo, Milano, Melfi, Santa Maria Capua Vetere e Pavia). I dati si trovano in un recente e-book La tortura nell’Italia di oggi, pubblicato dall’associazione per “esplorare le possibilità applicative della legge attualmente in vigore (soltanto dal 2017, ndr)” da un lato, “e dall’altro far luce sulle situazioni e i luoghi in cui il rischio di subire la tortura è più alto, individuando i nodi critici che ne impediscono l’emersione e gli strumenti più efficaci per prevenirla”.

Davvero si può ancora parlare di tortura

Sebbene in primo luogo con tortura ancora oggi si possano intendere prigionia, abusi e violenze fisiche, ci sono anche altri tipi di tortura. Con questo termine “non dobbiamo più intendere quella dei film – dei ‘tavolacci’ dell’Inquisizione – ma tutti quei casi in cui la persona viene privata dei propri valori, talvolta viene privata della propria identità. Pensiamo a tutte le donne vittime di matrimoni forzati, pensiamo all’infibulazione, a tutti quei tentativi di coercizione della propria personalità”. A fornire il quadro è Stefano Sanzovo, psichiatra della ULSS 2 Marca trevigiana, in occasione di un’intervista rilasciata per la Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) il cui focus è stato capire ed esporre le conseguenze in termini di salute mentale del trauma tra i richiedenti asilo e rifugiati, dando voce ai professionisti sanitari che si occupano del percorso di riabilitazione.

Infatti, coloro che arrivano in Italia con lo status di rifugiati – o che fuggono dalla guerra – sono le persone più a rischio, avendo spesso alle spalle un numero considerevole di esperienze traumatiche. “Una media di 6-7 eventi traumatici gravi a persona”, conferma Lorenzo Tarsitani, psichiatra della Sapienza Università di Roma, nella stessa occasione del collega Sanzovo. “Per eventi traumatici – prosegue Tarsitani – intendiamo l’esposizione a zone di guerra, violenze sessuali, tortura, prigionia, quindi situazioni di violenza interumana, particolarmente gravi dal punto di vista psicologico”.

Come si manifesta il disagio?

“Gli eventi traumatici vissuti dalle persone richiedenti asilo, prima e durante la fase migratoria, erano perfettamente correlati a una serie di sintomi quali insonnia, cefalea, vertigini, dolori senza spiegazione medica” secondo l’esperienza di Tarsitani. Sintomi che sono molto pericolosi, afferma lo psichiatra, perché nella migliore delle ipotesi portano ad una diagnosi errata (presso il medico di medicina generale che li tratta con degli antinfiammatori, non riconoscendone la causa), ma soprattutto allontanano la persona dall’accesso ai servizi della salute mentale.

Il 90 per cento dei migranti assistiti dagli operatori di Medu ha subito violenze gravissime e ripetute sia nei paesi di origine  sia lungo le rotte migratorie.

Queste persone “vengono quindi allontanate dalla possibilità di avere delle cure psicologiche o psichiatriche per sintomi con un alto impatto disabilitante”. Disabilitante perché è più difficile per loro relazionarsi con gli altri, è più difficile trovare o mantenere un lavoro, è più facile invece prendere delle brutte traiettorie. In questi casi, “se il migrante ha avuto molti eventi traumatici, ma ha un buon supporto sociale nel paese ospite (la presenza di connazionali, di persone che possono capirlo, incoraggiarlo) si crea un ‘fattore tampone’, è più protetto dai sintomi somatici” afferma Tarsitani.

A far eco è anche Sanzovo, nell’intervista di SOPSI, che dichiara quanto sia “necessaria la collaborazione, bisogna creare una rete di mediatori culturali, medici e psicologici”.

L’impegno di Medici per i Diritti Umani

Ad offrire un quadro parziale della situazione in Italia è anche Medici per i Diritti Umani (Medu), che da alcuni anni si occupa, attraverso il centro clinico Psychè, di fornire assistenza medico-psicologica alle persone sopravvissute a tortura e trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

Un paese che è diventato un luogo di morte e di tortura per centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.

Negli ultimi tre anni, a Roma, “il 90 per cento dei migranti assistiti dagli operatori di Medu ha subito violenze gravissime e ripetute sia nei paesi di origine (in particolare dal Corno d’Africa) sia lungo le rotte migratorie (in particolare in Libia)” afferma Alberto Barbieri, medico e coordinatore generale di Medu.
Recentemente l’associazione ha rilasciato un rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia – La fabbrica della tortura – , basato su oltre tremila testimonianze dirette di migranti e rifugiati transitati dalla Libia, raccolte dagli operatori di Medu dal 2014 al 2020. Le testimonianze, sebbene non sia possibile acquisire dati numerici rigorosi, descrivono un quadro coerente nel corso degli anni, con dovizia di particolari su luoghi, tempi e avvenimenti. Viene descritto un paese “che si è trasformato in una sorta di grande sistema di sfruttamento di migranti e rifugiati sottoposti a violenze ed abusi gravissimi (…). Un paese dove si commettono crimini contro l’umanità in modo sistematico e su vasta scala come pochi altri nell’epoca contemporanea; un paese che è diventato un luogo di morte e di tortura per centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini”.

Secondo le informazioni raccolte da Medici per i Diritti Umani, negli ultimi sei anni, l’85 per cento dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel paese torture, violenze e trattamenti inumani e degradanti; i due terzi sono stati detenuti, quasi la metà ha subito un sequestro o si è trovata vicino alla morte. Nove persone su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato.
Non meno grave, poiché – citando Natale Losi, già direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – “alcuni sopravvissuti alle torture dicono che questa non è stata la peggiore esperienza che abbiano subito. Essi citano altre esperienze come decisamente peggiori: la sparizione di un fratello, la testimonianza alla morte terribile di persone che ammiravano, la polverizzazione della loro comunità, ecc.” (La critica del trauma, Quodlibet, 2020).

Prendendo ancora in prestito le parole di Losi: “La guerra non si può guarire. L’uomo ne prova una terribile attrazione. L’unico modo per ‘guarirla’ definitivamente sarebbe proibire (…) la vendita delle armi. Ma questa è un’utopia. (…) I nostri psichiatri sono preparati a curare le ferite di chi fugge dalla guerra e arriva – a volte dopo anni di viaggio – sulle nostre sponde?”

Il paziente migrante ci spinge costantemente a uno sforzo di comprensione e credo che l’etnopsichiatria possa richiamare la psichiatria tradizionale verso questo sforzo nel comprendere l’altro.

Abbiamo chiesto a Davide Bruno, psichiatra presso il Fatebenefratelli di Milano e autore del volume Alle frontiere della 180. Storie di migranti e psichiatria pubblica (Il Pensiero Scientifico Editore, 2017), se c’è qualcosa che la la psichiatria può imparare dalla clinica dei pazienti migranti. “Il paziente migrante ci spinge costantemente a uno sforzo di comprensione e credo che l’etnopsichiatria possa richiamare la psichiatria tradizionale verso questo sforzo nel comprendere l’altro. Non solo la psichiatria, anche la medicina credo possa fare ulteriori passi verso una medicina ancor più centrata sul paziente”.

“Sono i pazienti a renderci terapeuti, attraverso i propri racconti” – leggiamo tra le pagine del libro di Bruno. “Si tratta di storie di sofferenza individuale, a volte collettiva, ma anche di speranza e di nuovi orizzonti, di segreti conservati gelosamente, ma anche di condivisioni, di un mondo che a volte sembra accartocciarsi su se stesso, ma anche di nuove scoperte. L’incontro con se stessi passa anche attraverso l’incontro con l’altro, e la diversità che i nostri pazienti, a volte giunti da lontano, incarnano, parla della diversità di ciascuno di noi”.