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Covid-19: serve una strategia che non sia peggiore del male


Che fare per arginare covid-19? Mentre proseguono le discussioni in collegamento con gli studi televisivi, la controversia ha deciso di affidarsi alle petizioni che si confrontano sul web. La Great Barrington Declaration e il John Snow Memorandum stanno circolando online tra medici, responsabili delle politiche pubbliche e ricercatori. La prima è stata preparata da tre docenti di altrettante importanti università: Harvard (Martin Kulldorf), Oxford (Sunetra Gupta) e Stanford (Jay Bhatthakarya). La seconda petizione è inizialmente stata pubblicata sul Lancet con poco più di trenta firme. In realtà non si può parlare di confronto ma di scontro, non privo di accuse basate su congetture e possibili diffamazioni, come quella di chi sostiene – come Trish Greenhalgh, Martin McKee e Michelle Kelly-Irving hanno scritto sul Guardian – che dietro alla Declaration ci sia un complotto politico. È importante tenere presente che la dichiarazione è stata promossa dall’American institute for economic research, un discusso “free market” think tank statunitense. Toni accesi da entrambe le parti: è capace che qualcuno presto perda le staffe, magari proprio chi si proclama più prudente…

I firmatari della Great Barrington Declaration definiscono il proprio approccio “prevenzione mirata” (focused prevention). Cosa propongono? I giovani dovrebbero fare una vita normale e solo le persone fragili e anziane dovrebbero essere protette e supportate da servizi sociali capaci di garantire loro di non esporsi al virus. La petizione ha raccolto molte firme (che non sono state rese pubbliche) e l’adesione convinta di molti operatori sanitari (il BMJ scrive che al 7 ottobre erano oltre 6.000 i professionisti sanitari che avevano firmato ma già al 20 ottobre sono più di 30 mila) e di imprenditori conosciuti come Elon Musk, Ceo della Tesla che il 19 ottobre 2020 ha twittato: “Dobbiamo considerare anche i mesi di vita perduti dalla popolazione per il lockdown e altre restrizioni, mettendoli a confronto con i mesi di vita persi per la malattia.” Oltre ai consensi, prevedibilmente, anche una valanga di critiche: “Gli anziani non possono essere cancellati”, ha commentato Brian Resnick su Vox presentando l’idea come un incubo etico. Dunque, nella cosiddetta “comunità scientifica” in tanti sono stati presi in contropiede dalla Great Barrington Declaration e hanno reagito con un atteggiamento che in molti casi – come l’attivista e giornalista Toby Young ha lamentato su The Spectator – rasenta la censura. Per la cronaca, uno dei siti di notizie e dibattiti più conosciuti – Reddit – ha deciso di oscurare le notizie sulla dichiarazione.

Gli anziani non possono essere cancellati

Le posizioni delle due dichiarazioni sono ben spiegate in un post di Antonio Scalari uscito su Valigia Blu, successivamente precisato in alcuni aspetti attraverso uno scambio di commenti con Guido Silvestri, tra i promotori della pagina Facebook Pillole di ottimismo. La pubblicazione dei due statement ha inevitabilmente riacceso anche le polemiche tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e Anthony Fauci, direttore dei National institutes of allergy and infectious diseseas, che ha liquidato i contenuti della Great Barrington Declaration come “total nonsense”.

 

Abbandonare i pregiudizi ideologici e farsi domande nel merito

Meglio vincere la tentazione di un (pre)giudizio ideologico e sfruttare l’occasione per farsi qualche domanda di merito: “Cominciamo con l’ovvio”, precisa Vinay Prasad su Medscape. “SARS-CoV-2 uccide le persone. Se contagiate, le persone anziane e quelle con gravi comorbilità hanno maggiori probabilità di morire rispetto ai giovani. Questo gradiente di età (rischio aggiuntivo di morte tra le persone anziane) è elevato. Allo stesso tempo, anche gli interventi radicali per fermare la SARS-CoV-2 uccidono le persone: pensiamo alla chiusura di scuole, affari, viaggi, attività economiche, normali funzioni ospedaliere”. Alcuni di questi decessi sono immediati – una persona con infarto è dissuasa dal cercare cure, un’epidemia di tubercolosi può diventare incontrollata in una nazione a basso reddito, si aggravano depressione e rischio suicidario – mentre altre richiedono più tempo per diventare letali: la perdita di opportunità per un bambino di migliorare la propria posizione nella scala sociale o il crollo del reddito per molte fasce di popolazione. Argomenti toccati anche in una conferenza online della sesta edizione del festival della Scienza medica di Bologna, nella quale il ricercatore dell’università di Stanford John Ioannidis ha sottolineato come i lockdown per arginare covid-19 – se prolungati – potrebbero uccidere nel mondo un milione e 400 mila malati di tubercolosi nei prossimi cinque anni.

La Great Barrington Declaration propone un approccio targettizzato partendo dall’evidenza che il rischio di morte varia drasticamente con l’età, per cui converrebbe consentire ai giovani e alle altre persone a minor rischio di condurre una vita il più normale possibile. Suggerisce invece di proteggere le case di riposo e raccomanda le misure igieniche di base come il lavaggio accurato delle mani. Secondo il documento, la soglia per l’immunità di comunità non è un valore predeterminato: dipende dal modo in cui le popolazioni interagiscono e dall’aderenza alle misure di prevenzione. Non spiega però – osserva Prasad “chi siano esattamente i vulnerabili e come dovrebbero proteggersi” e confonde cose molto diverse: tenere aperto un bar non ha lo stesso valore, se vogliamo, di mantenere viva una scuola. La dichiarazione dimentica di ammettere, poi, che nei momenti di pandemia molto sostenuta è probabile sia necessario adottare misure temporanee radicali e generalizzate per impedire, ad esempio, che gli ospedali entrino in crisi e non riescano a rispondere all’emergenza.

Il John Snow Memorandum risponde sottolineando come evocare l’immunità di comunità in una situazione del genere sia un “errore pericoloso non supportato da prove scientifiche”. Sostiene dunque restrizioni messe in atto con determinazione, supportate da programmi sociali che ne riducano al minimo i danni. Solo così si ridurrebbe la diffusione virale a livelli tali da rendere praticabile il tracciamento dei contatti per eliminare i focolai. Quali sarebbero esattamente questi programmi sociali di supporto? Le domande sollevate da Prasad sono stringenti. Cosa fare in contesti dove milioni di persone stanno entrando in povertà: come e con quali tempi sarebbe possibile aiutarle?

 

Le petizioni dividono: serve lavorare insieme

“Queste petizioni sono ulteriormente divisive, mentre invece dovremmo lavorare insieme”, commenta Prasad. Bisognerebbe agire fermando solo le attività che può avere un senso sospendere in un’ottica di sanità pubblica. Molto difficile dunque interrompere le attività legate all’istruzione, soprattutto la scuola materna e primaria che sono un supporto sociale essenziale per le fasce di popolazione più povere: non hanno soltanto una valenza istruttiva, ma anche protettiva, dalla violenza domestica, dalla cattiva alimentazione e così via. “Nel merito scientifico, la Great Barrington Declaration non è sostenibile”, dice a Senti chi parla Roberta Villa, laureata in medicina e giornalista, “mentre un confronto politico e sociale sulle modalità e le forme delle restrizioni finalizzate al contenimento della pandemia è sicuramente lecito. È una cosa, però, che sarebbe stato opportuno discutere prima della scorsa estate per preparare un piano che – per comune, provincia, Regione – stabilisse provvedimenti chiari ai diversi livelli di soglia”.

L’approccio mirato alla riduzione del rischio avrebbe potuto portare il Consiglio dei ministri a osare di più e, invece, “manco i bingo hanno chiuso”, ha commentato su Facebook l’assessore alla cultura del terzo municipio di Roma, Christian Raimo. Proprio in una prospettiva di analisi e interpretazione di rischi e dei bisogni del territorio, l’apertura ad un ruolo dei sindaci presente nell’annuncio del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 18 ottobre potrebbe (o avrebbe potuto…) rappresentare una novità positiva. Non per disporre un’attività di controllo – che naturalmente spetta ad altre istituzioni – ma per individuare le esigenze, le potenzialità e le vulnerabilità locali. La infection fatality rate varia drammaticamente a seconda della composizione sociale e di popolazione, a seconda di chi viene contagiato, di come viene curato, osserva Ioannidis nella “lezione” prima citata che riprende una sua pubblicazione sul bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità, e la “buona notizia è che conoscendo queste variabili la malattia può essere trattata molto meglio”.

Covid-19 è una malattia della disuguaglianza e crea maggiori iniquità: occorre proteggere le persone più svantaggiate

Linee guida nazionali possono dare una risposta appropriata a esigenze di popolazioni diverse? “Penso che i lockdown, nazionali o locali, siano una pessima idea e dovrebbero essere evitati, provocano più danni che benefici”, risponde John Ioannidis a Senti chi parla. “La risposta potrebbe dover essere personalizzata a livello locale, ma dobbiamo evitare gli estremi. Una guida centralizzata è utile, ma alla fine sono i responsabili delle politiche locali a dover agire”.

In effetti, un conto è la sofferenza delle aree urbane più densamente popolate, altre la sostanziale normalità di piccoli centri nelle aree interne. Gli aspetti critici vissuti nelle zone industriali dell’alta Italia sono sicuramente diversi dal disagio sperimentato in aree con una struttura economica diversa. Ciò di cui si sente il maggior bisogno è un governo attivo del territorio, una risposta resa più sensibile dalla prossimità, perché non esiste una soluzione valida per tutti: ciò che può funzionare in una determinata città potrebbe non avere senso in un contesto dove prevalgono abitudini differenti. Vietare di uscire di casa ad una signora anziana che vive a Rocca d’Orcia non è un provvedimento sensato, mentre può esserlo nel caso di una sua coetanea che abita in un condominio di un popoloso quartiere di Roma. La risposta politica alla covid-19 dovrebbe sforzarsi d’immaginare regole flessibili, capaci di adattarsi a realtà differenti senza perdere in coerenza. Deve rispettare “valori, preferenze e norme locali e la realtà disordinata del mondo così com’è, non come vorremmo che fosse”, suggerisce Vinay Prasad. Tenendo comunque presente che qualsiasi scelta deve essere tempestiva, perché l’impatto delle decisioni (sia restrittive, sia di maggior apertura) si manifesta con un ritardo variabile tra 1 e 3 settimane, come prova uno studio dell’Usher Institute dell’università di Edinburgo in corso di pubblicazione sul Lancet.

“Covid-19 è una malattia della disuguaglianza e crea maggiori iniquità: occorre proteggere le persone più svantaggiate”, raccomanda Ioannidis, ed è realmente possibile che per queste persone un nuovo lockdown sia una soluzione peggiore del male.