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A Roma (e non solo) covid-19 si nutre delle disuguaglianze sociali


È passato più di un anno da quel “Siamo tutti sulla stessa barca” pronunciato da Papa Francesco davanti una piazza San Pietro deserta per l’emergenza covid-19: un’immagine evocata dal Pontefice con l’obiettivo di risvegliare sentimenti di fratellanza e solidarietà in un momento di crisi globale. Nel corso dei mesi, tuttavia, è emerso chiaramente come l’infezione da Sars-CoV-2 non sia – a differenza della morte, per citare la famosa poesia di Totò – una livella. Al contrario, sembra che la covid-19 si nutra delle disuguaglianze sociali e, allo stesso tempo, contribuisca ad accentuarle.

Ripensando all’episodio evangelico citato da Papa Francesco, quindi, l’imbarcazione che più sembra prestarsi alla metafora sembra essere una nave da crociera con cabine di prima, seconda e terza classe.

Disuguaglianze socioeconomiche e covid-19. Il caso di Roma

Prendiamo ad esempio la città di Roma. Ogni giovedì il Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio pubblica i dati relativi all’incidenza cumulativa (numero di infezioni ogni 10.000 abitanti dall’inizio del monitoraggio) dei casi di covid-19 nei quindici municipi della Capitale. Analizzando queste informazioni si vede che la distribuzione delle infezioni all’interno della città è tutt’altro che omogenea, con le zone periferiche generalmente più colpite rispetto a quelle centrali. Nel Municipio VI ad esempio, situato nella periferia est della città, l’incidenza dell’infezione da Sars-CoV-2 è pari circa a una volta e mezza quella del Municipio I, localizzato nel centro storico.

Ma a cosa è dovuta questa disomogeneità? Alcune evidenze suggeriscono che i diversi tassi di incidenza dell’infezione potrebbero essere legati, almeno in parte, a disuguaglianze di tipo socioeconomico. Tra queste, ad esempio, quelle relative al livello di istruzione. “Prendendo in considerazione gli adulti con più 35 anni di età si vede che l’incidenza cumulativa dell’infezione è più elevata nelle persone con un basso titolo di studio rispetto a quelle con un’istruzione di tipo universitario”, ci spiega Giulia Cesaroni, ricercatrice del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio. Un dato, questo, che emerge chiaramente guardando le mappe che mostrano l’incidenza cumulativa della covid-19 e la percentuale di cittadini laureati nei diversi municipi della città, a grandi linee l’una il negativo dell’altra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più in generale, sembra che la pandemia di covid-19 costituisca l’ennesima prova dell’esistenza, all’interno della Capitale, di almeno due città diverse: una costituita dai quartieri più centrali (Municipio I e II) e dalle appendici benestanti a nord (da Ponte Milvio all’Olgiata) e sud (dall’Eur a Casal Palocco), caratterizzata da un livello socio-economico elevato, e una costituita dai quartieri esterni al Grande Raccordo Anulare, specie quelli del quadrante est (Municipio IV, V e VI), più svantaggiata.

“Tra la zona urbanistica dove il livello di istruzione è più elevato, il quartiere Parioli, e quella dove è più basso, Tor Cervara, il rapporto del numero di laureati è di 8 a 1. A Roma, nascere in un quartiere piuttosto che in un altro vuol dire avere più o meno opportunità”, ci spiega Salvatore Monni, professore associato del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre e ideatore, insieme a Keti Lelo e Federico Tomassi, del progetto #MappaRoma: un blog che dal 2016 racconta con un linguaggio accessibile (mettendo gratuitamente a disposizione i dati utilizzati) le differenze socioeconomiche esistenti nella Capitale. “Il problema delle disuguaglianze a Roma precede la pandemia di covid-19 – aggiunge Monni – ma questa situazione lo sta facendo emergere con forza, ce lo fa vedere”.

Anche se i fattori che fanno sì che nei quartieri più svantaggiati da un punto di vista socioeconomico l’incidenza di covid-19 sia più elevata sono sicuramente molteplici e tra loro interagenti, è possibile fare delle ipotesi. Sir Michael Marmot ad esempio, probabilmente il più grande esperto al mondo di disuguaglianze di salute, ha esposto la sua idea in merito nel corso di un episodio di qualche settimana fa di The Voice, uno dei podcast della rivista The Lancet, sostenendo che i fattori socioeconomici con un impatto maggiore sulla probabilità di contrarre la covid-19 riguardano probabilmente gli ambiti della vita lavorativa e delle condizioni abitative.

Lavorare, vivere e ammalarsi a Roma

Partiamo dal lavoro. “Tra quelli che hanno ancora un lavoro c’è chi ha la possibilità di farlo in smartworking e chi non ce l’ha”, sottolinea Monni. “Questo comporta, per esempio, il doversi spostare, magari prendendo mezzi pubblici, e in generale l’essere a contatto con un numero maggiore di persone”. Ritornando al livello di istruzione, quindi, è ragionevole pensare che nelle zone dove c’è una porzione minore di cittadini laureati ci sia anche un numero maggiore di persone la cui professione non può essere svolta a distanza. I dati relativi al reddito individuale medio, poi, sembrano fornire un’ulteriore evidenza a supporto di questa relazione: in linea generale le zone in cui l’incidenza di covid-19 è più elevata coincidono con quelle in cui i residenti guadagnano meno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’attività lavorativa e la situazione economica potrebbero in parte spiegare anche l’evoluzione nel tempo dei contagi all’interno del comune di Roma. “Se guardiamo i dati relativi ai cittadini di sesso maschile si vedono differenze enormi tra le varie fasi dell’epidemia”, spiega Cesaroni. “Nella prima ondata non si nota un’associazione tra deprivazione socioeconomica e incidenza dell’infezione, mentre durante l’estate la probabilità era addirittura più alta per gli uomini che vivono in aree meno deprivate. A partire dalla seconda ondata, invece, è emersa una forte associazione tra deprivazione e incidenza”.

Per quanto riguarda la prima fase è possibile che l’assenza di una relazione tra fattori socioeconomici e incidenza fosse legata al tipo di misure adottate in quel periodo, le quali prevedevano la sospensione anche di molte attività lavorative non svolgibili in smartworking. Inoltre, è possibile che il campione di persone testate nella prima fase dell’epidemia non fosse rappresentativo, in quanto in quel periodo la maggior parte dei tamponi era effettuata sugli operatori sanitari. In modo simile, anche il dato relativo al periodo estivo potrebbe dipendere da fattori di natura economica: “Perché – come spiega Cesaroni – in quel periodo gli unici che sono stati esposti al virus erano coloro che potevano permettersi di fare le vacanze”.

Legato al reddito è anche il tema delle condizioni abitative. “Nel centro di Roma abitano soprattutto persone anziane, molto spesso single o vedovi – spiega Monni – mentre nelle zone periferiche si trovano le famiglie con figli. Questo per i motivi che possiamo facilmente intuire: le case nei quartieri centrali costano di più e sono spesso inaccessibili per le famiglie che hanno bisogno di case più spaziose”. Il risultato è che nella Capitale i quartieri più svantaggiati da un punto di vista socioeconomico sono anche quelli in cui le case sono abitate da un numero più elevato di persone. In riferimento alla pandemia di covid-19 questo sembra trasformarsi in una maggiore possibilità di contrarre il virus. “Il rischio più alto – aggiunge Cesaroni – ce l’ha chi vive in strutture come le RSA, i conventi, le caserme. Poi ce l’hanno le famiglie numerose e, in ultimo, chi vive da solo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la distribuzione dell’incidenza cumulativa dei casi di covid-19 a Roma sembra essere associata anche ad altri fattori di tipo socioeconomico, dal tasso di disoccupazione al valore immobiliare. “In generale – conclude Monni – l’incidenza dell’infezione da Sars-CoV-2 è più alta nelle zone dove il disagio delle famiglie è più elevato”. Non si tratta, tuttavia, di una novità. Andando a guardare i tassi di prevalenza e incidenza di altre patologie – come il diabete, la polmonite di comunità e l’ictus cerebrale – la distribuzione all’interno della Capitale è molto simile a quella della covid-19 . “Quasi tutte le patologie hanno una distribuzione diversa per livello socioeconomico – conclude Cesaroni – con livelli più alti nei livelli socioeconomici più bassi, come riflesso della prevalenza dei fattori di rischio”.

 

tabella disuguaglianze roma

 


Proteggere i più deboli, proteggere tutti

In una situazione in cui il controllo della pandemia dipende ancora dalla capacità di limitare e contenere i contagi, i fattori socioeconomici potrebbero quindi costituire delle guide utili a individuare contesti a rischio. “Ad esempio, noi portiamo spesso delle mascherine FFP2, quelle che proteggono maggiormente – conclude Monni – ma ci dimentichiamo che nelle fasce di popolazione più povere spesso non ci si può permettere di spendere 3 euro al giorno di mascherine. Quindi credo che aiutare le fasce più deboli, nel senso di mettere a disposizione le protezioni migliori o di fare un’informazione che aiuti queste persone a comprendere i rischi della covid-19, sia molto importante”.

Un discorso, questo, che può essere esteso a tutte le aree dove si sta affrontando la pandemia. Purtroppo, infatti, la relazione tra covid-19 e fattori socioeconomici non riguarda solo la città di Roma, ma sembra essere una costante che interessa in modo trasversale molte zone del nostro Paese e del mondo. E non solo: sembra valere anche per altre patologie, presenti e passate, alcune delle quali responsabili delle peggiori epidemie della storia. Ne parleremo nel prossimo articolo di Senti chi parla, in uscita giovedì.