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“Invento nuove lingue per salvare la nostra umanità”


Si parla spesso di specie animali o vegetali a rischio estinzione, è un tema sul quale ormai l’opinione pubblica è abbastanza attenta (sebbene questo non sia sufficiente). Meno attenzione viene però colpevolmente dedicata dai media – e conseguentemente dal pubblico – all’estinzione delle lingue, anche se è un fenomeno più volte denunciato e dall’impatto molto grave sulla cultura umana.

Sono più di 3000 (su circa 6000 totali) le lingue “da salvare”; un patrimonio dell’umanità unico, minacciato dalla globalizzazione, dalle guerre, dalle migrazioni e dalla standardizzazione della cultura. Numerose iniziative e organizzazioni internazionali si sono mobilitate per monitorare la situazione e salvare le lingue in pericolo (tra tutte segnaliamo Endangered Languages, iniziativa firmata Google), ma c’è anche chi ha scelto una via insolita per combattere il fenomeno.

David J. Peterson è uno sceneggiatore specializzato nella creazione di lingue dal nulla: lo ha fatto per le serie televisive “Il trono di spade”, “The 100”, “The Shannara Chronicles”, “Defiance”, “Star-Crossed”, “Emerald City”, per la serie Netflix “Bright” e per i film Marvel “Doctor Strange” e “Thor: Dark World”. Su questo insolito artigianato ha anche scritto un libro pubblicato da Penguin Books, “The Art of Language Invention”, purtroppo inedito in Italia; Peterson inoltre gestisce un canale YouTube  in cui approfondisce questo tema con una vera e propria rubrica a puntate.

Le lingue sono la cosa più importante del mondo, le fondamenta stesse della nostra civiltà.

In un TEDx Talk  svoltosi a Berkeley in California (USA) alla fine di aprile 2019, Peterson ha voluto spiegare il suo insolito contributo alla causa della “diversità linguistica”. “Fondamentalmente le lingue sono la cosa più importante del mondo, le fondamenta stesse della nostra civiltà”, ha premesso lo sceneggiatore. “Ed è vitale che ce ne siano di diverse, perché servono ad esprimere culture diverse, realtà diverse. Eppure sull’importanza del saper parlare lingue diverse c’è poca consapevolezza in questo periodo storico. Nelle scuole americane per esempio la domanda classica che ci si sente fare è: A cosa diavolo mi serve imparare una lingua straniera a scuola, se non la userò per lavoro? In Europa è diverso, perché l’Europa ha un sacco di gruppi linguistici raggruppati in uno spazio relativamente piccolo, ma per gli americani, qual è il senso di imparare un’altra lingua se devi viaggiare per un migliaio di miglia per arrivare al confine con il Messico e anche allora troverai abbastanza persone che parlano inglese?”.

Ma il linguaggio non è semplicemente uno strumento di comunicazione: rappresenta la nostra eredità culturale, è il modo attraverso cui esprimiamo la nostra umanità. Perdere una lingua, un idioma, rende il quadro complessivo meno chiaro, più povero. Ci rende un po’ meno umani come comunità, insomma.

Negli ultimi dieci anni, per lavoro ma anche per hobby, ho creato nuove lingue. Quando si crea una lingua per un film – per esempio quella di un popolo alieno – se lo si fa con una certa profondità culturale, si compie un’azione meno trascurabile di quanto si creda. La lavorazione di un film dura due o tre anni, in quel periodo di tempo più di un linguaggio realmente esistente si estingue. È così trascurabile che uno nuovo nel frattempo sia nato? Secondo me no. Quando ho creato la lingua Valyrian per la serie ‘Il trono di spade’ non mi aspettavo certo che avrebbe avuto tanto successo, eppure oggi abbiamo circa 740 persone che la parlano e scrivono correntemente, esistono lingue al mondo parlate e scritte da un minor numero di persone! Considerato che l’88 per cento della popolazione statunitense non conosce altre lingue a parte l’inglese, possiamo considerarlo un dato significativo”.

Secondo Peterson lo studio di altre lingue – persino se inventate – educa a una maggiore “tolleranza linguistica”, allevia il fenomeno del cosiddetto “imperialismo linguistico” e insegna il rispetto per la più grande invenzione della storia del genere umano. “Solo così”, ha concluso, “in futuro potremo celebrare le lingue a pericolo estinzione come lingue ancora vive e non materiali da museo”.