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Intelligenza artificiale e arte: una questione di partnership


Non c’è settore umano oggi in cui l’intelligenza artificiale non abbia cominciato a prendere piede: dall’architettura alla medicina, dal giornalismo all’agricoltura, fino ad arrivare all’arte. Sì, all’arte, la forma massima di espressione e creatività umana. Esistono infatti oggi molte opere d’arte – siano brani musicali, quadri, sculture, installazioni – create con, grazie a e da macchine dotate di intelligenza artificiale (IA).

Questo non vuol dire che le macchine cominceranno presto a sostituire gli artisti negli atelier. Non cominciamo a immaginarci androidi alla Blade Runner con pennello e scalpello in mano. Questo non accadrà. Non perché i software e gli algoritmi che vengono creati oggi non siano in grado di produrre opere di qualità tale da soddisfare il pubblico o di trovare un mercato pronto ad accogliere queste opere. Ma perché comunque l’intento dietro alla creazione di un’opera artistica è (ancora) fondamentalmente umano.

Una macchina non può ancora desiderare di indagare un particolare aspetto del suo animo, dell’animo dei suoi simili o sentire il bisogno di esprimere dei sentimenti (che non è in grado di provare). È l’artista a desiderare e a sentire e per esprimersi adopera tecnologie di intelligenza artificiale. Certo ci sono anche programmi in grado di generare immagini a partire da database di immagini simili, ma comunque alla macchina manca l’intento artistico di esprimere se stessa.

Inoltre, “qualsiasi androide o macchina dotata di intelligenza artificiale è intelligente solo fintanto che collaboriamo con essa”, spiega in una TED Talk Refik Anadol, artista turco trapiantato a Los Angeles che trasforma i dati – non solo numeri, ma anche archivi di immagini, di parole, di eventi, Twitter feeds – in installazioni sbalorditive. “Pensate alle vostre attività sui social network”, prosegue, “questi diventano più intelligenti quanto più interagite con loro”.

Come ben spiegato sul sito di AIArtist.org, “la più grande comunità al mondo di artisti che esplorano l’impatto dell’AI su arte e società”, con il termine “Artificial intelligence artwork” ci si riferisce a un’opera d’arte generata con l’assistenza di un’intelligenza artificiale. Non esclusivamente da un’intelligenza artificiale.

Assistenza vuol dire tante cose, in primo luogo, come accennavamo, vuol dire assimilazione ed elaborazione di grandi archivi di dati. Grazie all’IA e al machine learning. Si possono interrogare questi archivi per esplorare, analizzare e visualizzare cambiamenti nella storia e nella società. Come un data journalist interroga i dati per tirare fuori incongruenze, storie, relazioni, lo stesso fa l’artista: interroga i dati per indagare l’essere umano.

Qualsiasi androide o macchina dotata di intelligenza artificiale è intelligente solo fintanto che collaboriamo con essa.

Si può poi chiedere alla macchina di evidenziare alcuni dati, trasformarli in pigmenti di colore, in suoni, in altre forme visive o sonore, che poi la macchina genera più o meno autonomamente, in grado di provocareuna reazione emotiva. Immaginate un gigantesco archivio fotografico con centinaia di migliaia di immagini che sono acquisite e processate e poi utilizzate per immaginare future immagini o per distorcere quelle esistenti portando il pubblico in una sorta di stato di allucinazione. Oppure di adoperare dati sulla superficie del mare raccolti da radar ad alta frequenza per poi costruire un ambiente in cui questi dati proiettano su schermi giganti i movimenti della superficie marina per immergendo chi li guarda in una sensazione di profonda ma dinamica calma.

Questo di raccogliere analizzare i dati, adoperarli per trovare ispirazione o direttamente per creare nuove immagini e suoni è solo un modo di integrare l’intelligenza artificiale nel processo artistico. “Attraverso la tecnologia, si cercano nuovi modi di espressione creativa”, spiega invece Cedric Kiefer, in un panel nel 2019 in occasione dell’annuale conferenza Google dedicata agli sviluppatori cui ha partecipato insieme ad altri colleghi artisti di IA, Sogwen Chung e Kenric McDowell. “Noi usiamo la tecnologia”, prosegue l’artista, “per trovare ispirazione e per fare le cose in maniera diversa (…). Quando cerchi nuove forme di espressione visiva devi fare le cose diversamente”.

Possono dunque le tecnologie di IA aiutarci a esprimerci in maniera diversa? Come le macchine hanno permesso nel tempo all’essere umano di migliorare le sue performance fisiche, di ottenere forza, velocità, resistenza, abilità che il suo corpo animale non era in grado di dargli, allo stesso modo può l’intelligenza artificiale migliorare le nostre performance mentali? Espandere la nostra creatività? Aumentare la nostra conoscenza di noi in quanto specie, società e individui?

Sougwen Chung, che programma macchine in grado imparare a disegnare dai suoi movimenti e creare fisicamente con lei opere d’arte collaborative, è convinta per esempio che collaborare con macchine che imparano dai suoi movimenti non solo influenzi il suo gesto creativo, come praticamente lei disegna, ma anche di modificare la sua stessa percezione di sé. Inoltre, secondo l’artista cinese, collaborare con una macchina “intelligente” può portare a esplorare soluzioni creative a cui da soli non saremmo arrivati.

I lavori di questi artisti sembrano dunque ampliare il concetto di collaborazione tra uomo e macchina. Portarlo quasi a un livello di partnership. L’arte in questo senso può diventare terreno di sperimentazione per affinare le nostre capacità di collaborazione con le IA e per creare ambienti in cui questa cooperazione sia sempre sia sempre più costruttiva e fruttuosa. “Siamo parte di un più ecosistema più grande”, conclude Chung.

Attraverso la tecnologia, si cercano nuovi modi di espressione creativa.

Come dicevo poi, non è che queste opere non siano belle o che non suscitino emozioni o che incontrino il gusto del pubblico: sono sempre più numerose le mostre e le installazioni degli AIArtist. E comincia anche ad esserci un certo mercato. Nel 2018 la famosa casa d’aste Christie è diventata la prima a mettere in vendita un’opera creata da un algoritmo. L’opera “Ritratto di Edmon Bellamy” (vedi l’immagine in alto) è frutto di un algoritmo messo a punto dal collettivo artistico francese Ovbious ed è stata creata che ha dato in pasto alla sua IAoltre 15mila ritratti di periodi storici diversi. Risultato di questo studio il quadro, battuto alla straordinaria cifra di 432.500 dollari.

E se voleste provare anche voi l’emozione di sperimentare con qualche strumento di intelligenza artificiale messo a punto per creare opere d’arte eccovi qui alcune risorse interessanti.