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Photo by mliu92 / CC BY-SA

Umani, animali domestici e covid-19: una relazione complicata


I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi gravi. Quella di covid-19 non è la prima epidemia letale causata da coronavirus, anche se al momento è di gran lunga la più grave: ricordiamo infatti l’epidemia di Severe Acute Respiratory Syndrome (Sars), che tra 2002 e 2004 causò circa 800 morti in 17 Paesi, e quella di Middle East Respiratory Syndrome (Mers), che tra 2012 e 2014 causò 131 morti in sette Paesi. Queste patologie infettive, oltre al tipo di agente patogeno, hanno in comune anche un’altra caratteristica: sono tutte zoonosi, ovvero malattie che possono essere trasmesse da altri animali all’uomo, con un “salto di specie” che tecnicamente si definisce spillover. Studi genetici hanno provato che sia nel caso di SARS che di MERS l’infezione è partita da pipistrelli del genere Rhinolophus, per poi passare rispettivamente a civette e dromedari e successivamente all’uomo. Al momento – sebbene il virus Sars-CoV-2 che causa la covid-19 sia molto vicino geneticamente agli alpha- e beta-CoV dei pipistrelli – non abbiamo la determinazione certa della specie animale da cui è partita la pandemia né sappiamo se una o più specie animali sono state ospiti intermedi.

Ma che tipo di zoonosi è l’infezione da Sars-CoV-2? Sappiamo che il termine “antropozoonosi” indica malattie trasmesse all’uomo dagli altri vertebrati, mentre “zooantroponosi” indica malattie trasmesse agli altri vertebrati dall’uomo e con il termine “anfixenosi” si indicano, infine, malattie presenti sia nell’uomo sia negli altri vertebrati e reciprocamente trasmissibili. In uno speciale a cura dei Centers for Disease Control and Prevention si legge che dati recenti hanno dimostrato che gatti, cani, furetti, pipistrelli, scimmie, criceti e toporagni possono essere infettati dal virus Sars-CoV-2 e che gatti, furetti, pipistrelli, scimmie e criceti possono contagiare i loro simili con facilità, mentre i cani paiono meno contagiosi per motivi che al momento ignoriamo. I sintomi variano da specie a specie e da un ceppo virale all’altro e comprendono febbre, diarrea, vomito, anoressia oppure dispnea, tosse, wheezing. Topi, maiali, polli e anatre sembrano invece immuni all’infezione da virus Sars-CoV-2. Si tratta però di dati osservazionali ancora poco attendibili e la World Organization for Animal Health cerca di monitorare la situazione registrando tutti i casi riportati di covid-19 in animali su questa mappa.

La domanda che milioni persone si fanno in questi mesi è però molto più specifica: i nostri animali domestici possono essere infettati da noi, in caso di covid-19, e viceversa possono infettarci? Le autorità sanitarie sull’argomento sono state finora a dir poco prudenti, minimizzando questo rischio. L’Ohio State University College of Veterinary Medicine ha registrato un webinar su YouTube in cui Roger B. Fingland (Professore Frank Stanton Chair e Direttore Esecutivo del Veterinary Health System), M. Leanne Lilly (Professoressa di Small Animal Behavioral Medicine al Department of Veterinary Clinical Sciences) e Jeanette O’Quin (Professoressa del Department of Veterinary Preventive Medicine) rispondono a decine di domande teoriche e pratiche sull’argomento, fornendo informazioni preziose sulla prevenzione ed eventuale gestione di covid-19 nei nostri animali domestici.

Questo tipo di informazione – sebbene ancora empirica e frammentaria – è estremamente utile sia per l’enorme diffusione degli animali domestici, sia per impedire la diffusione di fake news e di allarmismi. Proprio in questi giorni nel North Carolina per esempio si è diffusa una vera e propria psicosi su un possibile outbreak di covid-19 in cani e gatti, con centinaia di telefonate a veterinari e Pronto Soccorso. In questo video Ellen Behrend, Direttrice degli Auburn University’s Veterinary Teaching Hospitals e Professoressa al Department of Clinical Sciences del College of Veterinary Medicine cerca di rassicurare la popolazione.

Come l’epidemia di covid-19 ancora una volta ci sta insegnando, le infezioni virali non solo colpiscono sia animali domestici che uomo ma – come abbiamo visto – legano specie diverse, viaggiano da un animale all’altro in modo spesso imprevedibile e potenzialmente pericoloso. Ma c’è un altro fenomeno biologico e clinico strettamente legato alle infezioni virali: l’immunità. Quando il contatto con un animale ci trasmette una qualsiasi infezione batterica o virale, anche innocua o quasi, il nostro sistema immunitario comunque reagisce per proteggerci, sintetizzando anticorpi specifici per quell’agente patogeno. Poiché dunque i nostri cani sono infettati molto spesso da coronavirus, è possibile che questo flusso continuo di “infezioni a bassa intensità” crei nelle persone che convivono con cani un kit anticorpale in grado di impedire o attenuare gli effetti deleteri dell’infezione da SARS-CoV-2? Su questa ipotesi clinica sono stati disegnati due importanti studi, uno italiano e uno polacco.

Quello italiano, effettuato dall’Università Cattolica di Roma in collaborazione con l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Università di Milano e pubblicato sulla rivista Microbes and Infection,  ha confrontato gli identikit molecolari di coronavirus infettanti specie animali diverse, mediante un apposito software, effettuando un’analisi dell’omologia della sequenza aminoacidica della proteina Spike del SARS CoV-2 e confrontandola con quella di altri coronavirus vicini da un punto di vista tassonomico e dotati di un tropismo per altre specie animali. I risultati hanno rivelato una bassa omologia di sequenza della proteina Spike del Sars-CoV2 con quella del coronavirus respiratorio del cane (36,93 per cento), del coronavirus bovino (38,42 per cento) e del coronavirus enterico umano (37,68 per cento). “Andando a restringere l’analisi alle sequenze che si sa essere riconosciute dal sistema immunitario (i cosiddetti epitopi del SARS CoV-2)”, spiega Maurizio Sanguinetti, Direttore del Dipartimento Scienze di laboratorio e infettivologiche del Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs e Ordinario di microbiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, “abbiamo riscontrato un’elevata percentuale di omologia rispetto ai coronavirus tassonomicamente correlati. Di particolare interesse risulta la grande somiglianza delle sequenze dell’epitopo 4 del coronavirus respiratorio canino con quelle del Sars CoV-2”. Quindi una precedente esposizione al coronavirus del cane potrebbe garantire un’immunizzazione almeno parziale, in grado di attenuare i sintomi di un’eventuale infezione da covid-19. “Si tratta di un’ipotesi suggestiva, con un’importante solidità scientifica”, sottolinea Sanguinetti.

Quello polacco, pubblicato sulla rivista specializzata Medical Hypotheses dal team di Jan Jurgiel della Wroclaw Medical University, parte da un’osservazione empirica che si è rapidamente diffusa tra i veterinari durante la prima ondata pandemica: i proprietari di cani sembravano avere un’incidenza minore di COVID-19 e – in caso di infezione – decorsi prevalentemente benigni e veloci. La prima a parlare di questo fenomeno è stata la veterinaria spagnola Sabina Olex-Condor .

Incuriosito da questa aneddotica, molto diffusa sui social network e nei forum di veterinari e amanti degli animali, Jurgiel ha cercato di capire se alla base di questa ipotesi clinica potesse esserci una base molecolare e immunologica coerente. Le conclusioni del gruppo polacco sono state le seguenti, con la doverosa premessa che sono necessari ulteriori approfondimenti sul tema: i coronavirus respiratori sono diffusissimi tra i cani; la convivenza a stretto contatto tra uomo e cane porta necessariamente a frequenti esposizioni a tali coronavirus; questa esposizione genera nell’uomo una risposta immunitaria che – date le somiglianze molecolari tra Sars CoV-2 e altri coronavirus – potrebbe generare una nuova risposta in caso di infezione da Sars CoV-2, con l’effetto di mitigarne (o addirittura annullarne) i sintomi.

Ma c’è chi sostiene che avere un cane o un gatto possa avere comunque – proteine Spike a parte – un effetto positivo sulla prognosi dei pazienti con covid-19. Clarissa M. Uttley della Plymouth State University ricorda infatti che le persone a più elevato di rischio di complicanze gravi da covid-19 sono quelle con patologie cardiovascolari, patologie respiratorie croniche e diabete. E la letteratura scientifica è ormai consolidata sull’effetto preventivo della convivenza con animali domestici (passeggiate, gioco, pet therapy) sull’insorgenza di queste patologie. Inoltre gli effetti psicologici drammatici del lockdown sono molto meno diffusi e gravi tra i proprietari di animali domestici: l’interazione con gli animali e le relazioni emozionali con loro hanno aiutato a ridurre i livelli di stress, ansia e depressione nei momenti più bui della pandemia.

In conclusione, avere un animale domestico aiuta a prevenire l’insorgenza di patologie che in caso di covid-19 potrebbero drammaticamente peggiorare la prognosi. E avere un animale domestico rende sicuramente più leggero un lockdown, soprattutto se si vive soli e si è anziani. Se poi questo animale domestico è un cane con il raffreddore, meglio ancora.