×

Il trapianto di midollo regge l’urto della pandemia


Un’opzione terapeutica che costituisce ancora il “gold standard” per il trattamento di numerose malattie ematologiche, neoplastiche e non, e che spesso si lega indissolubilmente a un atto di generosità di altri, a volte sconosciuti, anche lontanissimi da noi. È il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (CSE), meglio conosciuto come “trapianto di midollo”, un trattamento di cruciale importanza, talvolta l’unica strada percorribile, che consiste nel trapianto delle cellule da cui originano tutti gli elementi corpuscolati del sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.

“Nonostante le numerose terapie innovative e sperimentali ad oggi disponibili, per il trattamento di patologie particolarmente aggressive come la leucemia refrattaria o recidivata, il trapianto di CSE resta di fondamentale importanza”, commenta Adriana Balduzzi, Clinica Pediatrica Università degli Studi di Milano Bicocca. “È importante, quindi, anche in questo momento indubbiamente molto difficile a causa dell’emergenza COVID-19 poter contare sulla disponibilità dei donatori”.

Nel nostro corpo, il midollo osseo è disperso all’interno del canale delle ossa lunghe e nelle cavità del tessuto osseo. È formato da una maglia di fibre e di cellule che hanno la funzione di sostenere meccanicamente e funzionalmente la cosiddetta “componente rossa” rappresentata dalle cellule staminali emopoietiche e dai precursori delle cellule del sangue. La cellula staminale emopoietica, che si trova all’interno del midollo osseo e nel sangue del cordone ombelicale, è una cellula non ancora matura, capostipite di tutti gli elementi fondamentali del sangue. È in grado di moltiplicarsi e, contemporaneamente, di produrre cellule figlie che, attraverso successivi processi, daranno origine agli elementi che si trovano nel sangue.

Il trapianto di cellule staminali emopoietiche offre quindi una possibilità di guarigione in caso di malfunzionamento del midollo osseo causato da tumori del sangue (leucemie, linfomi, mieloma) o da altre malattie ematologiche e può essere autologo (utilizzando le cellule del paziente stesso) o allogenico (utilizzando cellule di un donatore).

Il trapianto allogenico, quando serve un donatore

Il trapianto allogenico di CSE consiste nella reinfusione di cellule staminali ematopoietiche di un donatore (il soggetto sano) nel ricevente (il soggetto malato) dopo che il ricevente è stato “condizionato”, ossia preparato con la somministrazione di chemioterapia o radioterapia.  I primi tentativi di trapianto di CSE sono stati effettuati tra gli anni ’50 e ’60 subito dopo la scoperta del sistema maggiore di istocompatibilità (MHC-HLA) e il primo trapianto, effettuato con successo è stato reso noto nel 1968. Solo nel 1975, sono stati presentati da un gruppo americano di Seattle i risultati ottenuti nei primi 110 pazienti trapiantati con CSE da sangue midollare, fornendo le basi per l’applicazione clinica di questa procedura su larga scala.

Contrariamente a quanto accade per il trapianto autologo, il razionale del trapianto allogenico non si basa solo sulla capacità della chemioterapia o radioterapia di condizionamento di eradicare la malattia, ma anche sull’effetto immunologico del trapianto stesso, cioè sulla capacità dei linfociti T del donatore di eliminare le cellule neoplastiche del ricevente eventualmente ancora presenti nonostante la terapia di condizionamento.

Ma chi è il “donatore”? Si identificano tipi differenti di trapianto allogenico in base al tipo di donatore, spiega Fabio Ciceri, Presidente del Gruppo Italiano Trapianto di Midollo Osseo (GITMO): singenico, ossia da fratello gemello mono-ovulare geneticamente identico, da donatore intra-familiare HLA identico, in genere fratello o sorella, infine da donatore volontario non familiare, HLA identico o parzialmente compatibile, identificato mediante una ricerca nel Registro Nazionale (IBMDR) o nel Registro Internazionale dei Donatori di Midollo.

Iscriversi al Registro Nazionale dei Donatori di Midollo

Molti, anche se non tutti, possono donare. Le specifiche fondamentali sono elencate dall’Associazione Donatori Midollo Osseo (ADMO): avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni (la disponibilità del donatore rimane comunque valida fino al raggiungimento dei 55 anni), un peso corporeo di almeno 50 kg, un buono stato di salute (alcune condizioni sono infatti considerate ”escludenti”).

Registrandosi al sito dell’ADMO, si verrà ricontattati. Basterà compilare un questionario sullo stato di salute generale e sottoscrivere il consenso informato. Il medico ematologo o trasfusionista valuterà, in base alle risposte date, l’idoneità all’iscrizione. Se viene riconosciuta l’idoneità si procede con un semplicissimo prelievo di materiale biologico (sangue o saliva, secondo le circostanze, effettuabile anche a domicilio). Il campione di sangue o di saliva viene analizzato per ottenere la tipizzazione HLA del potenziale donatore che, da quel momento, sarà ufficialmente iscritto al Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo.

È importante, quindi, anche in questo momento indubbiamente molto difficile a causa dell’emergenza COVID-19 poter contare sulla disponibilità dei donatori.

Nel Registro vengono conservati i dati relativi alla tipizzazione, indispensabili per individuare la compatibilità tra donatore e ricevente. In caso di riscontro di un primo livello di compatibilità con un paziente che ha indicazione ad eseguire un trapianto di midollo, il donatore è richiamato per effettuare indagini più approfondite con l’obiettivo di confermare la compatibilità con il paziente, e valutare in modo adeguato la sua idoneità alla donazione stessa.

Il potenziale donatore di cellule staminali emopoietiche, quindi, si iscrive e resta in attesa di chiamata che avverrà soltanto nel caso di compatibilità con un paziente. Non si sa se verrà chiamato, non si sa quando e non si sa per chi.

Come avviene la donazione

Il metodo impiegato in 8 donazioni su 10 e quello del prelievo da sangue periferico. La donazione prevede la somministrazione di un agente mobilizzante‚ (G-CSF) nei 3-4 giorni precedenti il prelievo. Questo farmaco è di fatto un “fattore di crescita”, analogo ad una molecola naturalmente prodotta dal nostro corpo durante tutta la vita, che ha la proprietà di aumentare il numero delle cellule staminali e di facilitarne il passaggio dalle ossa al sangue.

Il prelievo di cellule staminali emopoietiche avviene mediante la procedura di aferesi, di fatto un “separatore cellulare”: il sangue, prelevato da una vena del braccio, attraverso un circuito sterile (e monouso!) passa attraverso una centrifuga dove le CSE vengono isolate e raccolte in una sacca, mentre il resto del sangue viene reinfuso dal braccio opposto, senza che le cellule abbiamo subito alcun tipo di danneggiamento.

Una seconda modalità di donazione, la più “antica”, consiste nel prelievo del midollo osseo dalle ossa del bacino, ed è oggi poco usata. Il donatore viene sottoposto ad un’anestesia generale o epidurale, così che non senta alcun dolore durante l’intervento. Questa modalità di donazione ha una durata media di circa 45 minuti. Il midollo osseo prelevato si ricostituisce spontaneamente in poco più di una settimana. Il donatore generalmente avverte solo un lieve dolore nella zona del prelievo, destinato a sparire in pochi giorni.

Trapianto di CSE e pandemia da COVID-19

L’attività di trapianto di cellule staminali emopoietiche ha retto l’urto della pandemia: lo confermano anche i dati del primo quadrimestre del 2020, resi noti dal Centro Nazionale Trapianti. Dal 1 gennaio al 30 aprile 2020 sono stati complessivamente 1679 i trapianti effettuati in Italia rispetto ai 1775 dello stesso periodo del 2019: una sostanziale tenuta a fronte delle molte difficoltà logistiche imposte dalle misure Covid.

“Malgrado le enormi difficoltà nel trasporto delle cellule staminali emopoietiche donate da non familiare, grazie ad una cooperazione nazionale e internazionale eccezionale fra registri donatori, Istituzioni, rete donativa e corrieri, siamo riusciti a far fronte alla chiusura dei confini e alla soppressione della quasi totalità dei collegamenti aerei e a garantire comunque la possibilità di trapianto ai pazienti”, dichiara Nicoletta Sacchi, direttrice dell’IBMDR. “Abbiamo anche allestito e garantito, in tutta Italia, un percorso sicuro e protetto per tutti i nostri donatori, ma dobbiamo comunque ringraziare gli iscritti al Registro che anche nei mesi di lockdown e di paura nell’avvicinarsi ad un ospedale hanno comunque deciso di donare e salvare una vita”.

“Ed è proprio di questi mesi la percezione della forte motivazione e generosità di chi si mette a disposizione del prossimo, di un prossimo che sente ancora più lontano fisicamente in un momento di distanziamento ma particolarmente vicino per la possibilità di aiutare”, conferma Adriana Balduzzi.