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Sanità tra i banchi di scuola


L’educazione sanitaria trova la sua sede naturale e primaria nella scuola, di ogni ordine e grado. Da noi, purtroppo, in tale sede essa è stata completamente trascurata. In nessun paese civile questa carenza è così totale come in Italia. Nelle nostre scuole si imparano tante cose, ma si possono raggiungere i più alti gradi della istruzione senza sapere nulla del nostro corpo, delle sue esigenze, delle cause innumerevoli che attentano in mille modi alla nostra salute fisica e psichica, e quindi del modo di difenderci da esse. È questo il primo impegno dell’educazione sanitaria, quello di preparare degli insegnanti che sappiano educare anche sanitariamente le nuove generazioni”.

Era il 1972 quando Alessandro Seppilli, Maurizio Mori e Maria Antonia Modolo scrissero “Significato di una riforma”. Il Servizio sanitario nazionale non era ancora stato istituito. Eppure già si parlava di educazione sanitaria, con Antonia Modolo che sottolineava la propria impazienza nei confronti di un’espressione alla quale preferiva quella di promozione della salute. E nonostante il termine “promozione della salute” sia stato codificato solo nel 1986 dalla Carta di Ottawa – inteso come “il processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla” – la responsabilizzazione dei cittadini nella gestione dei servizi sanitari fu uno dei principi fondanti della riforma del Ssn.

Oggi si continua a parlare di promozione della salute – soprattutto nei contesti scolastici, come auspicavano gli autori del libro – un concetto più ampio di quello di educazione alla salute e che comprende le politiche per una scuola sana, l’ambiente fisico e sociale degli istituti scolastici, i legami con la comunità. “Oggi fare promozione della salute non significa solo educare rispetto a un tema, ma significa in generale acquisire delle competenze in più di consapevolezza rispetto alla propria vita”, spiega a Senti chi parla Alda Cosola, responsabile della Struttura semplice di staff promozione della salute, della Asl Torino 3.

Promuovere salute, nelle scuole

In molti Paesi del mondo, i ministri della sanità e dell’istruzione lavorano separatamente e perseguono obiettivi diversi. Tuttavia, vi è un numero sempre crescente di evidenze su scala internazionale che mostrano come la salute e l’istruzione siano intrinsecamente connesse l’una all’altra e ad altre problematiche come le disuguaglianze sociali. “Rivolgersi alle scuole significa anche incontrare tutta la popolazione giovane, quindi è anche un discorso legato all’equità”, continua Cosola. “Rivolgendomi alla scuola offro a tutti le stesse opportunità di ricevere informazioni uniformi, quindi prima comincio prima ho vantaggi. Altro aspetto è che ci sono delle pubblicazioni che hanno misurato quanto la scuola sia protettiva, perché l’ambiente scolastico è educativo di per sé”.

I comportamenti non salutari spesso si instaurano già durante l’infanzia e l’adolescenza e per questo è importante il forte coinvolgimento della scuola, che va considerata luogo privilegiato per la promozione della salute nella popolazione giovanile. “È importante portare una corretta educazione alla salute nelle scuole, perché fin dai primi anni di vita il bambino ha ottime capacità di apprendimento. Apprendere sui banchi di scuola è più facile, i docenti hanno un ruolo importante nella crescita del bambino e nell’offrire le giuste informazioni. Ricordiamoci che c’è un binomio molto stretto tra educazione e salute perché un bambino o un adolescente in salute va a scuola più facilmente, così come chi va a scuola più facilmente ha più possibilità di incrementare la propria salute fisica e psichica”, ci spiega Elena Bozzola, pediatra e segretario nazionale della Società italiana di pediatria.

Fare promozione della salute non significa solo educare rispetto a un tema, ma acquisire delle competenze in più di consapevolezza rispetto alla propria vita.

Tratto caratteristico della promozione della salute, però, è che i temi relativi ai fattori di rischio comportamentali siano trattati secondo un approccio trasversale in grado di favorire lo sviluppo di competenze oltre che di conoscenze, integrato nei percorsi formativi esistenti, e quindi basato sui principi del coinvolgimento e dell’empowerment. In quest’ottica fondamentali sono anche gli strumenti che si utilizzano, soprattutto con i ragazzi più grandi. L’educazione tra pari, ad esempio, è molto utile. “Potrebbe e dovrebbe diventare una prassi anche questa: la scuola deve formare dei ragazzi esperti di vaccinazioni, di salute, che veicolino le informazioni ai compagni”, sottolinea Cosola.

Nel 2016, con la riforma della “Buona scuola”, si è parlato per la prima volta dell’importanza di fare promozione della salute integrandola in tutto il percorso scolastico, in particolare nelle ore di educazione civica. Anche nel Piano nazionale della prevenzione, approvato ad agosto dello scorso anno, uno dei programmi predefiniti riguarda la scuola e adotta l’approccio globale alla promozione della salute. Approccio promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità e recepito in Italia in un accordo stato-regioni del 2019. “Esiste anche una rete europea delle scuole che promuovono salute, la rete SHE, a cui partecipano più di 40 Paesi del panorama europeo. È una strategia basata sulle evidenze perché si è visto che se i ragazzi stanno bene a scuola sono ragazzi che imparano meglio e se imparano meglio avranno un capitale maggiore per poter avere maggiori chance nel loro futuro”, spiega a Senti chi parla Antonella Bena, del DoRS – Centro regionale di documentazione per la promozione della salute, Servizio di epidemiologia dell’Asl Torino 3.

Nonostante l’impegno degli ultimi anni, però, resta ancora da fare. “Il problema è la traduzione in pratica – afferma Cosola – perché le scuole sono autonome in questo e il piano dell’offerta formativa viene elaborato in base agli insegnanti. Non essendoci una prassi standardizzata, paghiamo il prezzo di una forte disomogeneità. Non è che la lezione di ginnastica di due ore a settimana risolva il problema dell’attività fisica: c’è qualcosa di legato alle abitudini di vita – come andare a scuola a piedi, muoversi durante la giornata – che ancora non è prassi consolidata. E questo dovrebbe insegnarlo la scuola”. “È vero che l’adozione di questo approccio è disomogenea sul territorio nazionale – continua Bena – perché ci sono alcune regioni in cui la rete è stata attutata e altre no. Mi aspetto però che, come prevede il Piano nazionale per la prevenzione, entro il 2025 in tutta Italia si adotti questo approccio. Covid-19 ha aiutato tutti a rendersi conto che la salute è un aspetto fondamentale, e grazie alla pandemia le scuole e il sistema salute hanno dovuto collaborare ed è stato molto importante in un’ottica di conoscenza reciproca”.

Vaccinazioni…

In Italia il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministero della salute hanno firmato un protocollo d’intesa e avviato varie attività e collaborazioni rivolte alle scuole di ogni ordine e grado per tutelare il diritto alla salute, sensibilizzare sui temi della prevenzione e promuovere corretti stili di vita. Alimentazione, nutrizione, dipendenze, salute mentale, disturbi alimentari, disabilità, prevenzione delle malattie infettive, vaccinazioni, sono solo alcuni dei temi su cui hanno chiesto di porre attenzione.

In una fase in cui è sotto gli occhi di tutti l’importanza delle vaccinazioni per frenare la diffusione delle malattie infettive, occorre ribadire questo concetto partendo proprio dalle scuole per formare alla cultura della prevenzione. “La scuola è molto importante perché permette di raggiungere contemporaneamente tanti genitori, di lavorare con insegnanti con cui svolgere degli interventi molto mirati. Devo dire che i risultati ci hanno dato ragione, dove si fa la promozione della vaccinazione nelle scuole, le coperture sono nettamente più alte”, ci racconta Michele Conversano, Direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto. “Abbiamo imparato a uscire e fare i tamponi per strada, stiamo imparando a vaccinare nei palazzetti e sotto i tendoni. Dobbiamo prendere il buono da questa esperienza: una volta usciti dalla pandemia se mantenessimo queste buone pratiche sarebbe ancora più semplice andare a vaccinare nelle scuole. Credo sia questa la scommessa per il futuro perché ci sono malattie che sono state debellate quasi del tutto grazie alle vaccinazioni. Penso al papilloma virus in Australia, dove hanno fatto una campagna di vaccinazione di massa nelle scuole. Oggi potremmo andare nelle scuole a vaccinare gli adolescenti contro la meningite, con il vaccino contro il meningocco B e il vaccino tetravalente”.

Dove si fa la promozione della vaccinazione nelle scuole, le coperture sono nettamente più alte.

In particolare, non si può non pensare che quella dell’adolescenza – e ancor di più quella della preadolescenza – è una fascia socialmente difficile da raggiungere e convincere, e per questo è fondamentale portare avanti una prevenzione efficace nelle scuole e promuovere un maggior dialogo tra i ragazzi, i loro genitori e gli insegnanti. “L’adolescenza è un’età molto importante sia per i richiami di vaccinazione che i bambini hanno avuto nella prima infanzia sia per programmi vaccinali nuovi, messi a punto negli ultimi anni, specifici per la loro età. Pensiamo ai vaccini contro l’hpv e la meningite”, continua Elena Bozzola. “Fermo restando che la vaccinazione contro il meningococco B è prioritaria nei primi anni di vita, è importante ricordare che il rischio zero non esiste. C’è un secondo rischio di sviluppare la malattia durante la preadolescenza e l’adolescenza. È importante quindi aumentare la consapevolezza ed educare all’importanza delle vaccinazioni. E in questo la scuola può essere un ottimo alleato per dare quelle basi, quelle informazioni, sulla sicurezza, sulla prevenzione e sulla promozione della salute”.

… ma non solo

Come dicevamo, però, la prevenzione non è l’unico aspetto da tenere in considerazione quando si parla di promozione della salute. “Nel caso della sessualità, ad esempio, è certamente importante l’aspetto della prevenzione insegnando comportamenti corretti per prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Ma la promozione della salute è molto di più: significa accompagnare insegnanti e ragazzi in un percorso di riflessione sulla loro crescita, sulla loro sessualità e su come viverla nel modo migliore”, spiega Cosola.

“La Regione deve fare un’analisi dei bisogni – per ogni zona e scuola – in termini di obesità, malattie sessualmente trasmissibili, vaccinazioni, a seguito dell’individuazione delle priorità di salute per poi condividerle con la scuola e promuovere una serie di interventi che vanno ad agire prioritariamente su questi problemi con interventi evidence-based. In Piemonte, ad esempio, ci sono interventi per la promozione dell’educazione fisica nella scuola primaria, interventi per il contrasto delle dipendenze e per la promozione di una sessualità sicura nella scuola secondaria”, spiega Bena. Per farlo è necessario un lavoro intersettoriale condiviso, in cui la scuola collabora con il sistema salute e la comunità che sta intorno. Per far capire cosa significa, Antonella Bena ci racconta di un progetto del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie finanziato dal Ministero della Salute che coinvolge il Piemonte, il Lazio, il Friuli Venezia Giulia e la Puglia. “È dedicato alle scuole primaria e dell’infanzia e l’obiettivo è promuovere attività fisica. È un adattamento italiano di una pratica scozzese che ora è diffusa in molti Paesi del mondo dalle tre alle cinque volte a settimana i bambini escono dalla scuola e fanno almeno un chilometro e mezzo camminando. Questo adattamento italiano ha cercato di inglobare anche l’attività ordinaria degli insegnanti per cui si fa anche didattica all’aperto e ha previsto il coinvolgimento del Comune e delle comunità locali per la messa in sicurezza dei percorsi. Infine, i bambini devono avere accompagnatori e per questo sono state coinvolte le comunità di camminatori della zona e i genitori”.

Questo significa renderli capaci di scegliere e le capacità di scelta sono quelle che la scuola dovrebbe insegnare perché accompagneranno per tutta vita.

A scuola, infatti, si possono trasmettere con maggiore facilità delle buone abitudini. In quest’ottica è imprescindibile il lavoro degli operatori della mensa. “Tutta la sanità locale è coinvolta nel momento del pasto – spiega Cosola – perché le Asl del territorio devono approvare il menù, ma il pranzo deve diventare anche un’occasione per fare promozione della salute parlando delle dimensioni del gusto, coinvolgendo delle famiglie, facendo riflessioni sulle scelte alimentari. Noi abbiamo seguito dei progetti in cui i ragazzi venivano prima informati e poi costruivano da soli il proprio menù. Questo significa renderli capaci di scegliere e le capacità di scelta sono quelle che la scuola dovrebbe insegnare perché accompagneranno per tutta vita”.

A poco più di quarant’anni dall’approvazione della legge di riforma sanitaria, la centralità del cittadino all’interno del sistema sanitario è uno degli obiettivi forse più disattesi. La scuola – per la sua potenzialità formativa e di orientamento, non solo del bambino ma anche della famiglia – è uno spazio fondamentale per la ricostruzione di un sistema sanitario post-pandemico che sia capace di fare tesoro dell’esperienza e delle buone pratiche messe in atto durante l’emergenza sanitaria. Uno sguardo diverso sulla scuola e sul suo ruolo potrebbe contribuire a far crescere una nuova generazione di cittadini agenti di salute, come auspicavano ormai cinquant’anni fa Alessandro Seppilli, Maurizio Mori e Maria Antonia Modolo.

Questo articolo è stato realizzato con il contributo incondizionato di   . Lo sponsor non è stato coinvolto nella preparazione dei contenuti, della scelta delle fonti e dei clinici che sono stati ascoltati.