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“DiscoLabirinto”, progetto di una discoteca a prova di covid-19


Sono passati quasi tre mesi dall’ordinanza del 16 agosto 2020 del Ministro della Salute che imponeva la chiusura di discoteche e sale da ballo, riaperte a metà luglio dopo un lungo stop iniziato in primavera. Erano bastati trenta giorni, infatti, per assistere a un primo incremento nel numero di casi di covid-19 nel nostro Paese, con i locali notturni indicati spesso come focolai. “L’ordinanza del Ministro Speranza valeva fino al 7 settembre”, ci racconta Maurizio Pasca, Presidente dell’Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento da Ballo e di Spettacolo (SilbFibe). “Poi, il 7 settembre, il Presidente del Consiglio ha emanato il decreto di chiusura delle attività fino al 7 di ottobre. Il 7 di ottobre, infine, è stato presentato il nuovo decreto che di fatto le tiene chiuse fino a data da destinarsi”.

Il fatto è questo: le discoteche sono location privilegiate per la trasmissione del virus Sars-CoV-2. La classifica delle attività più rischiose in questo senso, stilata dalla Texas Medical Association, vede quelle tipiche di questi locali, come “assistere a un grande concerto musicale” e “andare al bar”, posizionate sul gradino più alto in assoluto. Già nelle prime fasi dell’epidemia, poi, alcuni report mettevano in relazione la riapertura delle discoteche con un incremento dei casi di covid-19: un’analisi condotta in Corea del Sud in seguito alla riapertura per sei giorni dei nightclub nella zona di Itaewon – cosmopolita quartiere di Seoul – aveva individuato centinaia di nuovi casi positivi associabili a queste attività. “La superdiffusione legata alla frequentazione di locali notturni a Seoul ha il potenziale per innescare una risalita dei casi in Corea del Sud”, concludevano gli autori.

Ma perché le discoteche rappresentano ambienti così pericolosi per la diffusione del nuovo coronavirus? Ed è giusto tenere chiusi questi locali – circa 3.000 su tutto il territorio nazionale per un totale di 100.000 lavoratori di cui 50.000 dipendenti diretti e 50.000 dell’indotto (DJ, PR, organizzatori, promoter, guardarobieri, buttafuori, ecc) – nonostante le ovvie ricadute di natura socioeconomica? Per rispondere a queste domande abbiamo provato a immaginare – con un bel po’ di fantasia, sia detto – come potrebbe essere costruita e organizzata una discoteca a prova di covid-19. In onore alla famosa canzone di Subsonica e Bluvertigo, abbiamo deciso di chiamare questo utopistico progetto “DiscoLabirinto”.

Ballare sul cubo, ballare nel cubo

Il primo problema con il quale ci si scontra è, inevitabilmente, quello del distanziamento sociale: andare in discoteca di fatto significa accettare di stare per ore con il proprio corpo schiacciato tra quelli degli altri. Che questi locali siano un luogo molto affollato, poi, lo sancisce anche il DM del 19 agosto 1996 in cui sono descritte le norme per la costruzione e l’esercizio dei locali di intrattenimento e pubblico spettacolo: se per altre tipologia di attività è previsto un affollamento massimo pari a 0,7 persone/mq, per discoteche e sale da ballo questo limite è fissato a 1,2 persone/mq (parametri, questi, che vanno commisurati a capacità di deflusso e alle vie di fuga presenti).

La prima sfida da affrontare per il progetto della nostra DiscoLabirinto è quindi la seguente: aumentare la distanza tra i corpi. Come abbiamo imparato in questi mesi, infatti, una delle principali vie di trasmissione del virus Sars-CoV-2 è il contatto diretto con le secrezioni respiratorie di una persona infetta. Il contagio può però avvenire anche entro una certa distanza – un metro, secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – se le vie respiratorie o gli occhi di una persona sana vengono in contatto con i droplet respiratori di un soggetto positivo alla covid-19. Cosa sono i droplet respiratori? Le goccioline che vengono espulse con uno starnuto, un colpo di tosse o semplicemente parlando o cantando.

C’è un problema, però: una serata in discoteca in cui gli spettatori si trovano a più di un metro di distanza l’uno dall’altro si chiama, in termini tecnici, un flop. O un’illusione. Come risolvere, quindi, il problema del distanziamento sociale in un luogo finalizzato all’assembramento? La nostra soluzione prevede – ricordatevi che stiamo lavorando di fantasia – una discoteca multi piano, dove ogni piano è composto da una serie di cubi trasparenti mobili destinati a una singola persona. In uno di questi la consolle del DJ, negli altri il pubblico. Cubi che cambierebbero continuamente posizione muovendosi in orizzontale e in verticale, scivolando su dei binari secondo un algoritmo matematico che li porti periodicamente sui lati esterni della struttura.

Un meccanismo del genere permetterebbe di risolvere contemporaneamente due problemi: quello dell’accesso e l’uscita dai singoli cubi e, almeno in parte, quello della ventilazione (su cui torneremo più avanti). Inoltre, questo sistema di cubi mobili favorirebbe l’interazione – intesa come temporanea vicinanza di due cubi – con un maggior numero di persone, incluso il DJ. Dal momento che in una discoteca a prova di covid-19 non è auspicabile che degli estranei entrino in contatto tra loro, tuttavia, possiamo immaginare un sistema di interazione in stile Tinder: a ogni movimento dei cubi la singola persona potrebbe valutare (pollice su, pollice giù) i suoi nuovi vicini di cubo e, in caso di match, scambiarsi un contatto. Tutto molto triste, certo, ma avete mai cercato di rimorchiare in discoteca?

Un altro possibile utilizzo delle pareti dei cubi potrebbe contribuire a ridurre ulteriormente l’affollamento nel locale. Come? Spingendo una parte dei frequentatori a restare a casa. Una volta raggiunto il numero massimo di prenotazioni per la serata, infatti, DiscoLabirinto potrebbe aprire le sue porte virtuali a collegamenti via Zoom, le cui proiezioni sarebbero trasmesse, appunto, sulle pareti dei cubi (per frasi un’idea basta vedere come hanno risolto il problema degli stadi chiusi nell’NBA, la federazione della pallacanestro statunitense). D’altronde, da quanto buona parte del mondo è rimasta bloccata in casa per il lockdown, DJ set, rave e happy hour virtuali sono diventati un fenomeno molto diffuso, tanto che alcuni ricercatori hanno lanciato un allarme circa un possibile abuso di droghe legato a questi eventi casalinghi.

Genesi di uno strobo germicida

Torniamo alla ventilazione. Uno degli aspetti più discussi circa la trasmissione del virus SARS-CoV-2 riguarda la possibilità che il contagio possa avvenire anche attraverso particelle di dimensioni più piccole dei droplet – gli areosol (≤ 5 µm) – in grado di rimanere sospese nell’aria per un tempo prolungato e coprire una certa distanza. La questione è questa: una persona infetta può contagiare gli altri anche se si trova a più di un metro o dopo aver lasciato la stanza? Attualmente, non è possibile dare una risposta definitiva: la trasmissione del virus attraverso questi mini-droplet è stata dimostrata in contesti ospedalieri nel corso delle cosiddette “procedure generanti areosol” (es. ventilazione meccanica, intubazione tracheale, tracheostomia) ma non al di fuori di queste. Molti ricercatori suggeriscono però che questo tipo di trasmissione non solo potrebbe verificarsi, ma potrebbe anche essere uno dei più frequenti.

Edward Anthony Nardell, docente di Global Health and Social Medicine dell’Harvard Medical School, è uno di questi. “Nelle prime fasi dell’epidemia c’è stata una controversia in merito – ci spiega – perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità sosteneva che la trasmissione avvenisse soprattutto attraverso droplet di grandi dimensioni e superfici contaminate. Poi si è fatto un passo indietro: se il virus è presente nei grandi droplet deve essere presente anche in quelli piccoli. Attualmente c’è accordo sul ritenere che la trasmissione aerea mediante aerosol potrebbe essere responsabile della maggior parte dei contagi”.

Proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha quindi fornito delle indicazioni per limitare questa evenienza. Le principali: sfruttare il più possibile la ventilazione naturale ed evitare il ricircolo dell’aria. Da qui l’idea di far muovere i cubi della nostra DiscoLabirinto in modo da esporli periodicamente al lato esterno della struttura. Questo meccanismo potrebbe però non essere sufficiente e, inoltre, potrebbe essere un po’ limitante nel corso della stagione invernale. Meglio prevedere, quindi, un certo grado di ventilazione meccanica. Qui il ruolo centrale è quello dei filtri. In merito, l’American Society of Heating, Refrigerating and Air-Conditioning Engineers (Ashrae) ha diffuso delle linee guida specifiche per la pandemia di covid-19, in cui si raccomanda di utilizzare dei filtri con un Merv di 13 o superiore – per intenderci, quelli utilizzati nei reparti ospedalieri, in grado di filtrare particelle molto piccole – e di cambiarli meno frequentemente del solito.

Un’altra strategia utile a ridurre l’eventuale presenza del virus nell’aria tira invece in ballo un altro elemento fondamentale per una discoteca: l’illuminazione. Illuminazione artificiale, si intende. Purtroppo infatti, delle tre classi di radiazioni ultraviolette che compongono la luce solare l’unica con un effetto germicida significativo è la radiazione ultravioletta C (UVC; 200–280 nm), la quale viene completamente assorbita dallo strato di ozono nell’atmosfera e non raggiunge la superficie terrestre. Esistono però delle lampade, largamente utilizzate per la disinfezione di strumenti e superfici, in grado di generare raggi UV-C. Per quanto, come riportato dall’Ashrae, non esistono evidenze certe circa l’efficacia di queste lampade nei confronti del Sars-CoV-2, è stato però dimostrato che sono in grado di purificare l’aria da altri coronavirus.

Il problema – o uno dei problemi, ammettiamolo – è che l’esposizione prolungata a ai raggi UV-C può causare danni alla pelle e agli occhi, motivo per cui le lampade germicida sono spesso applicate all’interno delle condutture dell’aria. Questo sistema però garantisce un’efficacia piuttosto limitata in un contesto epidemico perché non ferma eventuali contagi diretti che possono verificarsi all’interno di una stanza. La soluzione più adeguata per illuminare i cubi della nostra DiscoLabirinto, quindi, potrebbe essere la cosiddetta configurazione “upper room”.

“Questa prevede l’installazione di lampade UV-C nella parte superiore della stanza, sopra la testa delle persone”, spiega Nardell. “A causa del calore prodotto dai corpi l’aria tende a mescolarsi nella parte alta della stanza ed è quindi possibile purificare tutta l’aria presente senza che le persone siano irradiate direttamente. Si tratta di un sistema in circolazione dagli anni quaranta. È stato utilizzato nelle scuole per combattere il morbillo, ad esempio. Poi è arrivato il vaccino e l’interesse nei confronti di queste tecnologie è andato scemando. Ma è ancora utilizzato per la tubercolosi nelle aree del mondo più colpite, come l’Africa”.

Negli ultimi anni è stato poi sviluppato un nuovo tipo di tecnologia UVC – ci racconta Nardell – che permette anche l’esposizione diretta alle radiazioni. “Si chiama Far-UVC ed è efficace e sicuro a breve e lungo termine, anche se molto costoso. Un aspetto positivo dell’esposizione diretta è che non è necessario che l’aria arrivi nella parte alta della stanza per essere disinfettata: viene purificata costantemente. Inoltre, questo sistema agisce anche sulle superfici, nei confronti delle quali il sistema upper room non può fare molto”. Di recente, poi, è stato dimostrato che la tecnologia Far-UVC è efficace nel disinfettare l’aria dalla presenza di virus appartenenti alla famiglia dei coronavirus umani, la stessa di cui fa parte SARS-CoV-2. Non resta che una domanda, quindi: esistono lampade UV-C che si attivano a tempo di musica?

Un distributore automatico di Gin Tonic

Un’altra strategia potenzialmente utilizzabile per ridurre il rischio di trasmissione aerea riguarda l’umidità dell’ambiente. È stato ipotizzato che la trasmissibilità del virus Sars-CoV-2 potrebbe essere inferiore negli spazi con un’umidità relativa elevata, perché questo fattore riduce l’evaporazione dell’acqua contenuta nei droplet. In questo modo le fantomatiche goccioline non perdono peso e, invece di restare sospese nell’aria, tendono a cadere verso il basso. Ci sono anche delle evidenze epidemiologiche a supporto di questa ipotesi: uno studio che ha preso in considerazione la diffusione del nuovo coronavirus nelle città cinesi tra gennaio e marzo ha messo in evidenza come questa si riducesse progressivamente all’aumentare dell’umidità relativa.

Quindi vogliamo che la nostra DiscoLabirinto sia umida? Per ottenere queste condizioni ambientali si potrebbe sfruttare il più classico dei rimedi della nonna: costruire l’intera struttura sospesa su una piscina di acqua riscaldata, ad esempio. Purtroppo, però, questa soluzione potrebbe rivelarsi meno efficace del previsto. “In generale la trasmissione virale avviene più facilmente nell’aria secca – conferma Nardell – ma andare nella direzione opposta, ad esempio mettendo degli umidificatori nei bar per fermare la trasmissione della covid-19, potrebbe non funzionare. Le particelle potrebbero sì asciugarsi più lentamente, ma così facendo si rischierebbe di agevolare la trasmissione via droplet”.

L’ultimo nodo da sciogliere è quello, fondamentale, del bar. L’alcol è un bel problema, per due ragioni. La prima, per la quale possiamo fare ben poco, è che gli alcolici ci rendono disinibiti e irresponsabili, poco inclini a rispettare le regole utili a ridurre la diffusione del virus. La seconda è che i bar delle discoteche sono setting particolarmente favorevoli per la trasmissione di un virus come Sars-CoV-2: code interminabili di persone che si spingono per raggiungere il bancone, bicchieri e bottiglie che devono essere toccati per essere usati, baristi e avventori costretti a urlarsi in faccia per riuscire a comunicare con la musica a tutto volume (per la cronaca: maggiore è il volume della voce, maggiore è la quantità di areosol che vengono espulsi).

Una possibile soluzione? Circondare le nostre discoteche anti-covid di distributori automatici di cocktail e bevande (oltre a distributori di mascherine e dispenser di disinfettante). Tanti, ben distanziati e attivabili esclusivamente attraverso lo smartphone. Come già accennato in precedenza, infatti, una terza via di trasmissione del Sars-CoV-2 è rappresentata dalla contaminazione di superfici: secondo diversi studi, il virus può sopravvivere su materiali di vario genere anche per ore e giorni a seconda delle caratteristiche ambientali. Di conseguenza, se ci si tocca il naso, la bocca o gli occhi dopo aver toccato una superficie contaminata c’è il rischio di contrarre il virus. Ecco perché il progetto di DiscoLabirinto non prevedere baristi ma distributori automatici wireless. Pagamento con carta, ovviamente, o meglio ancora direttamente con lo smartphone.

Riaprire le discoteche è fantascienza?

Il succo è questo: ridurre il rischio di trasmissione della covid-19 in un contesto come quello di una discoteca è una missione quasi impossibile (a meno che non si parli delle berlinesi Teledisko, ovviamente). Le soluzioni immaginate per la nostra DiscoLabirinto sono il frutto di un lavoro di fantasia (in alcuni casi decisamente non applicabili nella realtà) ma i problemi da cui scaturiscono sono tristemente reali. Così come è reale il dramma degli oltre 100.000 lavoratori del settore discoteche che da fine febbraio vivono senza un’entrata e con sussidi spesso insufficienti.

“È un settore al collasso”, conclude Pasca. “Sappiamo già ora che circa il 30 per cento  delle attività non riaprirà. Se, come si ipotizza, lo stato di chiusura dovesse perdurare fino a marzo 2021, l’intero settore potrebbe scomparire definitivamente. La maggior parte delle aziende deve pagare un affitto e, non avendo entrate, alcune hanno già ricevuto un avviso di sfratto per morosità. Proprio stamattina mi ha chiamato il proprietario di una discoteca di Taormina, in lacrime. Mi chiedeva ‘Cosa devo fare? Devo andare in piazza a suicidarmi?’”.