Quando giocare diventa un inferno: la testimonianza di Andrè Gomes


Barcellona, colpaccio André Gomes”.

Così titolava la Gazzetta dello Sport il 21 luglio 2016, in pieno mercato estivo. Il centrocampista portoghese classe ’93, infatti, era conteso dai principali club europei, tra cui anche Juventus e Real Madrid, in seguito a una straordinaria stagione vissuta col Valencia. Un anno e mezzo dopo, però, mentre i compagni volano verso la conquista della Liga, André Gomes rimane l’unico a beccarsi i fischi del Camp Nou.

Per questo, il 12 marzo, Gomes ha rotto il silenzio con un’intervista rilasciata alla rivista Panenka. “Non mi sento bene in campo, non riesco a godermi ciò che mi piace fare di più”, confessa. “I primi mesi sono andati abbastanza bene, ma poi le cose sono cambiate. È diventato un inferno, perché ho iniziato a sentire pressione. La vivo bene, ma non so gestire quella che metto io su me stesso”.

L’inferno di cui parla il giocatore blaugrana lo conosce bene anche Per Mertesacker, difensore della Germania e dell’Arsenal, che pochi giorni prima aveva dichiarato: “Ormai ho la nausea per il calcio. Nei momenti che precedono la partita, il mio stomaco gira come se dovessi vomitare. Allora devo soffocare così violentemente finché non iniziano a lacrimarmi gli occhi. È come se, simbolicamente parlando, vomitassi tutto quello che viene dopo. Nel calcio di oggi devi continuare a offrire grandi prestazioni e io non ce la faccio più. Tra qualche mese finalmente sarò libero”.

Sto male quando mi dicono che posso fare molto bene, allora chiedo a me stesso: ‘perché non lo faccio’?

André Gomes, invece, ha ancora tanti anni da giocare. Ma più passa il tempo, più la situazione si fa pesante e influenza la vita di tutti i giorni. “Pensare troppo mi fa male, perché penso alle cose più brutte e poi a ciò che devo fare e me le porto sempre dietro. Nonostante i miei compagni mi appoggino abbastanza, le cose non vanno come loro vorrebbero che andassero”. Per questo, in alcune occasioni, “mi chiudo. Non permetto alla mia frustrazione di uscire. Non parlo con nessuno, non disturbo nessuno. È come se provassi vergogna. Mi è successo in più di un’occasione di non voler uscire di casa. Detesto il fatto che la gente ti possa guardare; ho paura di uscire per strada per la vergogna”.

Si tiene dentro le cose, Andre, “finché non esplodo”. I suoi amici sono i primi a fargli notare che il suo problema è nella sua testa: “Mi dicono che tengo il freno a mano e che ciò che è più difficile è avere coscienza di tutto. Sto male quando mi dicono che posso fare molto bene, allora chiedo a me stesso: ‘perché non lo faccio’?”. Interrogato sulla fiducia che il club continua a dargli, il portoghese ha risposto che “in allenamento è molto tranquillo. Ovviamente ci sono alcuni giorni in cui ho poca fiducia e anche in allenamento si può notare. Magari ho giocato uno o due giorni prima e ancora ho in testa le immagini della partita, che non mi permettono di andare avanti. Però durante gli allenamenti mi sento a mio agio con i miei compagni”.

Un suo compagno di squadra, Sergio Busquets, insieme al tecnico Ernesto Valverde, alla vigilia della partita con il Chelsea degli ottavi di Champions League, ha speso due parole sulla situazione di André Gomes. “Sapevamo qualcosa – ha spiegato Busquets – ma non fino a questo punto. È chiaro che si tratta di un problema personale che non abbiamo avuto modo di approfondire. Abbiamo cercato di aiutarlo, ma certe situazioni non ci giovano se vogliamo portare a casa dei trofei a fine stagione”. Anche Valverde ha commentato le dichiarazioni: “È stato coraggioso a riconoscere certe cose pubblicamente. Tutti i giocatori, così come tutti gli allenatori, hanno sempre rispetto per non trasmettere insicurezza o debolezza. Tuttavia, non è la prima volta che nella mia carriera ho a che fare con situazioni del genere”.

A confermare che quello di André Gomes non è un caso isolato è una ricerca condotta nel 2015 dal sindacato mondiale dei calciatori (FifPro), che ha preso in esame 826 atleti stabilendo che uno su tre “è ansioso o addirittura depresso”. Da Gigi Buffon, portiere della Juventus e della nazionale, che non ha mai nascosto di aver sofferto di depressione, fino a George Best, leggenda del mondo del calcio, che annegava la sua solitudine nella bottiglia.

Il problema però non riguarda solo i calciatori, ma diversi atleti a prescindere dallo sport praticato. Andre Agassi lo ha raccontato in un libro, Open, diventato un bestseller in poco tempo, mentre Michael Phelps ha parlato apertamente di suicidio al “Bending Towards Justice: A Summit for Mental Health Equity”. Infine, neanche un mese fa, Kevin Love, giocatore dei Cleveland e pilastro della Nba, si è raccontato a The Players Tribune: “È stato qualcosa di improvviso, ma di reale. Come una frattura della mano o una distorsione della caviglia. Era come se il mio cervello volesse uscire dalla testa”. Era un attacco di panico, per il quale Love è scappato dal campo durante un time-out, si è perso alla ricerca dello spogliatoio e si è disteso per terra, dove è stato ritrovato dallo staff medico, che lo ha portato in ospedale: “Da lì in poi è cambiato quasi tutto quello che pensavo a proposito della mia salute mentale”.


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