Photo by Daniele Febei / CC BY-SA

“Nessuno in fuorigioco”: non il solito calcio


Il calcio deve essere uno strumento di comprensione e amicizia di tutti i giovani del mondo. Il calcio senza i valori che si porta dietro non è niente. Lo diceva Jules Rimet, l’inventore, se così si può dire, dei Campionati del Mondo di calcio. E se in questi giorni possiamo ammirare le giocate e i gol delle squadre nazionali che si stanno affrontando in Russia, non dobbiamo dimenticare che ci sono formazioni che non giocano la la Coppa del Mondo ma che nel loro piccolo in qualche modo il mondo lo raccontano.

A raccogliere alcune di queste storie ci ha pensato la redazione di MondoFutbol con il web reportage “Nessuno in fuorigioco”. Un viaggio per l’Italia alla scoperta di quelle associazioni sportive dilettantistiche che attorno a un pallone raccolgono migranti e richiedenti asilo con lo scopo di promuovere l’integrazione e il dialogo.

Queste storie il punto di inizio dell’incontro tenutosi in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che ha visto come protagonisti Guido Montana, cofondatore e direttore editoriale di Mondo Futbol, il direttore responsabile Carlo Pizzigoni, Alberto Urbinati fondatore e presidente dell’associazione Liberi Nantes, Susanna Marietti coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone e Raffaella Chiodo vicepresidente di FARE  – Football Against Racism in Europe.

L’idea era quella di usare il calcio per mandare un messaggio di inclusione e pace.

Una di queste storie è proprio quella di Alberto Urbinati e dell’associazione Liberi Nantes, che da ormai dieci anni disputa il campionato di terza categoria con una formazione composta interamente da rifugiati politici. “Il progetto nasce quasi undici anni fa”, racconta Urbinati, “da un’iniziativa di nove amici che frequentavano gli stadi, percependo un clima di crescente pesantezza riguardo al razzismo. L’idea era quella di usare il calcio per mandare un messaggio di inclusione e pace, utilizzando lo sport come un aggregatore di valori positivi”.

Una delle soddisfazioni più grandi per il fondatore dell’associazione è sicuramente quella di aver portato la squadra all’interno del “calcio ufficiale”, sebbene giochino fuori classifica a causa dei diversi problemi legati al certificato di residenza per gli abitanti dei centri di accoglienza straordinari: “A Roma questo rappresenta un grande ostacolo poiché spesso non vengono concessi”.

Fra vittorie e sconfitte, fuori e dentro il campo, l’associazione si è allargata sempre di più e dal 2010 gestisce uno spazio di gioco assegnatole dal Comune nel quartiere di Pietralata. Urbinati spiega come grazie all’aiuto dei migranti coinvolti nel progetto tutta la zona del campo sportivo sia stata riqualificata e restituita alla cittadinanza divenendo uno dei punti di aggregazione del quartiere. Un semplice campo sportivo e un pallone “hanno reso possibile il superamento di barriere linguistiche, sociali e d’istruzione rilevanti, favorendo la stessa socializzazione e l’empowerment di questi ragazzi. […] Indossare la stessa maglia significa acquisire una nuova identità, che supera l’identità dei singoli e quindi si acquisisce un’identità collettiva, si diventa famiglia. Questo è il primo passo per costruire poi politiche d’inclusione più importanti

Indossare la stessa maglia significa acquisire una nuova identità, che supera l’identità dei singoli.

Sempre a Roma esiste anche un’altra realtà che fa dello sport uno strumento di coesione: la Polisportiva Atletico Diritti, nata dalle associazioni Progetto Diritti e Antigone. “Quello che abbiamo sempre cercato di fare”, spiega Susanna Marietti, “è trovare linguaggi alternativi a quelli più classici, per esempio l’articolo sociologico che si legge chi è già sensibilizzato sul tema, ma linguaggi capaci di arrivare a un’opinione pubblica più generalista con un messaggio di integrazione e rottura degli stereotipi”.

Antigone si occupa prevalentemente dei diritti dei carcerati e della comunicazione dei temi legati alle carceri, ma grazie all’incontro con Progetto Diritti e con l’ausilio dell’Università Roma Tre si è potuto dar vita a un inedito esperimento di integrazione e inclusione: “La squadra di calcio, che è soltanto una parte della polisportiva, racchiude in sé tre anime: ci sono gli immigrati, i ragazzi in esecuzione penale assieme anche a due detenuti di Rebibbia che con un permesso del magistrato possono giocare la partita, e gli studenti universitari”. Le attività, racconta Marietti, non si esauriscono sul campo ma vanno ben oltre, a partire dalle campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle autorità sportive. Una su tutte, quella per velocizzare i tempi relativi al tesseramento dei rifugiati: “una discriminazione in partenza data da regole e burocrazie assurde”.

Tema ricorrente di tutto l’incontro è sicuramente il razzismo. Un fenomeno che è necessario affrontare e debellare anche all’interno del mondo del calcio. A tal proposito è Raffaella Chiodo, vice presidente di FARE – Football againist Racism in Europe, un coordinamento che include più di cento associazioni, società e tifoserie in 40 paesi d’Europa, a sostenere fermamente come sia necessaria un’azione di pressione rivolta alle federazioni nazionali, leghe, Fifa e Uefa. “Lo sport non è solo dialogo ma anche lo specchio della società”, spiega Chiodo,“con tutti i suoi lati più negativi. È inutile raccontarci favole, purtroppo la realtà degli atteggiamenti discriminatori e razzisti è molto evidente e dobbiamo farci i conti”.

Chiodo è tuttavia ottimista per il futuro e invita tutti a riflettere su un semplice fatto: la composizione di molte squadre nazionali è sempre più multietnica con giocatori che hanno le origini più diverse. Basti pensare alle formazioni di Francia e Germania. È un processo in corso, che ovviamente richiederà tempo, ma non si può fermare, e nonostante qualcuno cerchi “di fermare l’acqua con le mani” l’accettazione del diverso passerà anche dal fatto che si indossa la medesima maglia.


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