Volevo che la guerra finisse, volevo solo giocare a calcio


La sua avventura mondiale si è chiusa ieri sera. Con un 2 a 0 contro il Brasile firmato Coutinho-Paulinho e Thiago Silva. Ma quella di ieri non è certamente stata la peggiore notte della vita di Aleksandar Kolarov, capitano della nazionale serba. Quelle che ha raccontato in un’intervista rilasciata a The Players Tribune prima dell’inizio della Coppa del Mondo, quelle della sua adolescenza, sono probabilmente più in alto sulla lista delle notti da incubo. Notti di guerra.

Cercavamo di dormire nonostante l’eco delle esplosioni lontane appena poche miglia, nonostante lo sfrecciare degli aeroplani sopra le nostre teste, nonostante gli incubi”, ricorda. L’intervista fa parte di una serie in cui il magazine raccoglie le storie di 32 protagonisti di questi Mondiali, e con video e racconti ricostruisce episodi che permettono di sbirciare nelle vite di queste personaggi tanto pubblici quanto, talvolta, sconosciuti.

Ricordo la notte in cui è caduta la prima bomba”, prosegue Kolarov. “Avevo 14 anni. Mio fratello Nicola e io eravamo seduti insieme a mia madre in salotto. Lei stava guardando una soap opera spagnola di cui non perdeva neanche una puntata. In casa c’era un solo televisore, quindi noi sedevamo con lei in silenzio, confusi da quello che stavamo guardando. Improvvisamente il cancello fuori dalla nostra porta cominciò a tremare. Ancora, ancora e ancora. Non avevo idea di cosa stesse accadendo. Più tardi quella notte abbiamo sentito in TV cosa stava succedendo: Belgrado veniva bombardata”.

In realtà all’inizio del conflitto non era spaventato come forse avrebbe dovuto. Non capiva esattamente quello che stava accadendo, si godeva i giorni senza scuola e senza gli allenamenti quotidiani, con più tempo per giocare e avere il pallone tra i piedi. Presto però tutto questo tempo libero è diventato troppo: “Mi mancava la mia routine. Volevo che la guerra finisse per concentrarmi sulle mie attività preferite. Ero probabilmente immaturo, ma volevo solo giocare a calcio e dimostrare le mie capacità”, racconta il difensore della AS Roma.

Oggi, da padre, non so come reagirei”, riflette nello scritto che accompagna l’intervista. Si mette a confronto con i suoi genitori i quali, complice la vita in un piccolo villaggio, hanno lasciato Aleksandar e suo fratello giocare all’aperto. “Ci lasciavano giocare fuori, perchè non pensassimo sempre alla guerra”, spiega.

Il calcio è stato la salvezza di questo giocatore che ha in Sinisa Mihajlovic il suo idolo, che ha trascorso i pomeriggi liberi dai bombardamenti a tirare senza sosta calci di rigore contro una porta di legno e a sfidare il fratello Nicola. “Man mano che mio fratello ed io diventavamo grandi e la guerra occupava uno spazio sempre maggiore nelle nostre vite, abbiamo capito che il calcio era un’opportunità che non potevamo sprecare“.

La stessa competitività – sopratutto quella con se stesso – che aveva nel giocare con il fratello, Aleksandar Kolarov l’ha conservata per tutta la carriera: dalle giovanili nel Red Star FC al FK Čukarički Stankom e alla Lazio, fino poi al Manchester City – che ancora considera come il“suo” club – e alla Roma. Senza dimenticareil Mondiale del 2010 e quello che, per lui, si è appena concluso, nel quale ha indossato con orgoglio la fascia di capitano. Emerge dal suo discorso un filo rosso che unisce una a una tutte queste esperienze: “Nel calcio ho sempre voluto migliorare, migliorare e migliorare ancora (…) Quel desiderio non mi ha mai lasciato”.

Le persone non capiscono che il calcio non è solo ciò che ti arriva guardando una partita in televisione. Il calcio è molto più di una partita”, rivendica Kolarov. “Io ho trascorso in campo metà della mia vita e ho paura del giorno in cui la mia carriera finirà e io non sarò più un atleta professionista. Per questo vorrei che le persone capissero cosa significa il calcio per un giocatore come me. Il calcio è tutta la mia vita”.

Qui il video dell’intervista e qui tutta la storia.


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