Photo by Emilio I. Panizo / CC BY-NC-SA

La generazione che porrà fine all’Hiv


Possiamo essere la generazione che metterà la parola fine all’epidemia di Hiv? Secondo il principe Harry d’Inghilterra sì, ma a una condizione: che il test per l’Hiv diventi norma, routine, che tutti lo facciano regolarmente. Bastano due minuti a sua maestà, il neo sposo più invidiato del mondo, per dire quello che è fondamentale sapere sulla necessità di fare tutti il test: “facendo il test voi aiutate a fermare l’epidemia e a salvare delle vite”.

Forse la previsione di Harry che questa sia la generazione che mette definitivamente un punto all’epidemia è ottimistica e non tiene in considerazione altri fattori e situazioni in molte altre parti del mondo. Tuttavia è vero che fare il test è fondamentale per cominciare a fermare il diffondersi dell’infezione. Soprattutto in paesi come il nostro, dove poi l’accesso alle cure è garantito.

Fare il test permette di conoscere il proprio stato sierologico – se si è sieropositivi o no – e in caso di risultato positivo cominciare il prima possibile i “trattamenti necessari per vivere un vita sana e felice e per assicuravi che voi non trasmettiate il virus”. Oggi, infatti, una diagnosi di sieropositività non è più una condanna a morte: chi si sottopone regolarmente alla terapia ha la stessa aspettativa di vita di una persona sieronegativa, può condurre la stessa vita e soprattutto non trasmette il virus.

Facendo il test voi aiutate a fermare l’epidemia e a salvare delle vite.

“Conosci il tuo stato” (Know your status) è anche lo slogan della Giornata mondiale contro l’Aids 2018 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che da 30 anni (precisi precisi) a questa parte si celebra il 1 dicembre di ogni anno. Ma non è un concetto scontato.

Come ricorda Prince Harry, infatti, nel Regno Unito una su otto persone che vivono con l’Hiv non sanno di averlo. Nel nostro paese ben il 10 per cento delle persone sieropositive non sa di esserlo, spiega Massimo Cernuschi, infettivologo del IRCSS Ospedale San Raffaele e Presidente di Asa (Associazione Solidarietà Aids) Onlus in un’intervista a Radio24. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, sono state 3443 le nuove diagnosi di Hiv in Italia nel 2017, la maggior parte a persone eterosessuali. Che sono quelle che di solito si considerano meno a rischio e che meno raramente fanno il test.

Le nuove diagnosi nelle persone Msm (maschi che fanno sesso con i maschi, ndr) sono molto precoci. Quindi è evidente che sono persone abituate a fare il test di tanto in tanto, non se ne accorgono solo perché stanno male. Le persone eterosessuali o le donne gravide invece se ne accorgono quando stanno male o sono incinte perché non si ritengono, a torto, a rischio. Quindi l’eterosessuale che ha avuto qualche scappatella negli anni precedenti si ritrova in ospedale con la polmonite, con qualche accidente dovuto all’immunodeficienza e scopre di avere l’Hiv e a questo punto è più difficile curarlo”.

Secondo i dati del Registro Nazionale Aids, il 70 per cento dei casi di Aids (quindi di malattia conclamata, persone in cui il virus dell’Hiv ha avuto tempo di agire) segnalati nel 2017 era costituito da persone che non sapevano di essere HIV positive.

Il messaggio dunque è”, ribadisce Cernuschi “fare il test tutti perché tutti siamo a rischio e siamo stati a rischio nel corso della nostra vita”. Chi infatti deve fare il test? Chiunque abbia o abbia avuto rapporti sessuali a rischio: ovvero spiega il medico milanese un rapporto di penetrazione senza il profilattico o un rapporto in cui sperma o sangue sono entrati in contatto con una mucosa o con una ferita (il virus invece, tanto per sfatare bufale riaffiorate nei giorni scorsi, NON si trasmette attraverso vestiti sporchi, vie aeree o saliva).

Il test in Italia si può fare in tutti gli ambulatori del Servizio Sanitario Nazionale, ma è anche offerto un test – salivare o capillare – rapido, gratuito e anonimo da moltissime associazioni presenti su tutto il territorio nazionale, come Asa appunto o Anlaids, NPS (Network Persone Sieropositive), Arcigay e Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids).

A Roma, per esempio, l’Anlaids insieme ai medici dell’Inmi “Lazzaro Spallanzani” Irccs offre il test rapido il secondo e il quarto giovedì di ogni mese. A Milano l’Asa lo offre ogni secondo martedì del mese. Diverse sedi della Lila in tutta Italia fanno lo stesso (a questo link sedi e orari regione per regione), per esempio oggi a Cagliari dalle 17 alle 20.

Sono test che vengono effettuati al di fuori degli ospedali, ma dove ci sono sempre degli operatori preparati (sia medici sia psicologi, ndr) (…) La risposta è praticamente immediata, 20 minuti, e da lì se la persona risulta positiva è avviata con dei percorsi preferenziali a delle strutture pubbliche per ricevere immediatamente il trattamento, così da tutelarsi dal punto di vista della salute e tutelare gli altri perché diventa non infettiva”, prosegue il presidente di Asa.

Da diversi anni infatti è stato dimostrato che “Undetectable = Uninfective”. Ovvero che chi, grazie alla terapia, ha una carica virale non individuabile nel sangue (undetectable) non trasmette il virus al proprio partner ,neanche in caso di rapporti non protetti (uninfectable).  Se tutti quelli che sono sieropositivi sapessero di esserlo e cominciassero il trattamento dunque, diminuirebbero immediatamente le nuove diagnosi di infezione da Hiv – che in Italia sono dieci al giorno – e il diffondersi del virus verrebbe almeno in parte arrestato.

Il messaggio è fare il test tutti perché tutti siamo a rischio e siamo stati a rischio nel corso della nostra vita.

Il test può dunque essere considerato uno strumento di prevenzione. Ve ne sono altri. La prima, fondamentale anche per contrastare il diffondersi di tutte le malattie sessualmente trasmissibili è il preservativo usato correttamente, ovvero dall’inizio alla fine della penetrazione e senza che si verifichi una rottura. Ci sono poi la PrEP (profilassi pre esposizione) e la Pep (profilassi post esposizione).

La PrEP è  l’assunzione di un farmaco antiretrovirale con frequenza quotidiana o “al bisogno” prima del rapporto sessuale non protetto. Non è diretta a chiunque ne faccia richiesta ma a chi si trova in situazioni ben precise e somministrata dietro controllo medico. Serve una prescrizione e non è gratuita in Italia mentre lo è, per esempio, in Francia.

La PrEP è stata ed è ancora oggetto di discordie e di divergenze di opinioni ma la sua efficacia non è in discussione: “Dove ci sono state politiche di diffusione della PrEp massicce come a Parigi, a Londra, in Australia, Amsterdam, San Francisco il tasso di nuove infezioni si è ridotto drasticamente”, sottolinea Cernuschi che ne evidenzia un altro vantaggio: “Se le persone si fanno seguire per la PrEp è possibile fare immediatamente le diagnosi di (altre) infezioni sessualmente trasmesse trattarle e bloccarne la diffusione”.

La Pep è ancora meno conosciuta ed è un trattamento da cominciare entro 48 da un rapporto realmente a rischio e proseguire per quattro settimane. Un rapporto realmente a rischio è quello in cui c’è stata la rottura del profilattico in situazioni di sesso di gruppo, in locali di scambisti, tra persone che si prostituiscono.

Ci sono dunque molte armi contro il virus e la sua diffusione. Non ve ne sono ancora, dopo più di 30 anni, contro lo stigma. Che è ancora tale e quale a quello degli anni ’80 e ’90 e non riesce a cambiare, nonostante oggi una persona sieropositva in terapia non sia in nessuna maniera infettiva. Alle persone che ricevono una diagnosi, infatti, passa presto la paura di morire, non passa quella di comunicare la propria sieropositività agli altri, in famiglia, agli amici, sul luogo di lavoro (è bene ricordare che la legge vieta al datore di lavoro indagini per accertare la sieropositività dei suoi dipendenti o candidati a posizioni).

Proprio per questo è ancora necessaria dopo tanti anni una Giornata mondiale contro l’Hiv/Aids (qui e qui alcune delle campagne e iniziative in Italia). Per continuare a parlare di questo virus, magari anche nelle scuole e in famiglia, per diffondere informazioni corrette e sfatare false convinzioni e pregiudizi. Forse non saremo, come spera il principe Harry la generazione che metterà la parola fine all’Aids, ma potremmo essere, in tanti modi, quella che comincia a scriverla.

Qui sotto il messaggio del Principe Harry e qui l’intervista a Massimo Cernunschi


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