Quando i social media danno alla testa


Qualche tempo fa un’amica mi ha rimproverato perché mentre mi stava raccontando un fatto personale io continuavo a prendere in mano il telefono. È un meccanismo automatico, quasi del tutto inconsapevole: prendo lo smartphone, lo sblocco, controllo le notifiche dai social media e lo poso. Più o meno ogni cinque minuti.

Colpito, ho scaricato una di quelle applicazioni che misurano il tempo passato a guardare lo schermo del cellulare, per scoprire che in media passo due o tre ore della mia giornata così. Neanche a dirlo, le applicazioni che apro di più sono Facebook, Twitter e Instagram. La scoperta mi ha portato a farmi delle domande: questo tipo di coinvolgimento è normale o mi dovrei preoccupare? Capita solo a me (che con i social oltretutto ci lavoro) o è una cosa diffusa? E quali sono, se ci sono, le conseguenze a lungo termine?

Purtroppo, portata agli estremi, la situazione può anche diventare drammatica. Lo dimostra un servizio realizzato di recente dalla Bbc in cui la reporter Stephanie Hegarty intervista diversi influencer di Youtube e Instragram, tutti giovanissimi e seguiti da milioni di persone, per indagare gli effetti che una “vita sui social” può avere in termini di salute mentale.

Tutti hanno una storia abbastanza simile: dopo l’ascesa, con il proprio canale che comincia a essere seguito da un pubblico enorme e i ricavi che diventano sempre più elevati, arrivano i problemi. L’angoscia di dover soddisfare sempre i follower e gli sponsor, i ritmi di una vita simile a quella di una popstar, il timore di non riuscire più a incassare lo stesso numero di “mi piace” di un tempo. E in alcuni casi ansia, depressione e persino pensieri suicidi.

Ma la sovraesposizione mediatica e la paura di fallire non sono gli unici meccanismi attraverso cui i social media possono impattare sulla salute mentale di un individuo. E poi (per fortuna?) non siamo tutti influencer. Gli aspetti più quotidiani di questo problema sono invece al centro di una Ted Talk della ricercatrice ed esperta di social media marketing Bailey Parnell dal titolo (piuttosto eloquente): “I social media stanno danneggiando la tua salute mentale?”.

Parnell parte da due considerazioni: la prima è che i giovani tra i 18 e i 24 anni sono gli utenti più attivi e presenti sui social media, la seconda è che spesso gli studenti universitari soffrono di ansia, depressione o stress patologico.

Un caso? Forse no. Negli ultimi anni il mondo della ricerca si è interrogato su questa relazione e, anche se i risultati sono stati in alcuni casi contrastanti, c’è accordo nel ritenere che i cambiamenti comportamentali associati all’uso dei social, soprattutto in termini di interazioni e relazioni umane, sono tali da poter avere conseguenze negative sul benessere mentale.

Tendiamo a confrontare la nostra vita ‘dietro le quinte’ con quella pubblica messa in rete dagli altri.

Secondo la ricercatrice, i meccanismi principali attraverso cui questo può verificarsi sono quattro. Il primo è quello che lei definisce l’effetto “momenti salienti”: così come nei servizi sportivi vengono riportati solo gli highlights di una partita, sui social le persone tendono a pubblicare solo gli avvenimenti e i ricordi più belli. “Questo genera insicurezza, perché tendiamo a confrontare la nostra vita ‘dietro le quinte’ con quella pubblica messa in rete dagli altri”, spiega.

Il secondo meccanismo è quello della cosiddetta “valuta sociale”. Come avviene per i prodotti sugli scaffali di un supermercato, infatti, i contenuti postati sui social network competono per ottenere la nostra attenzione. Così, quando mettiamo un ‘mi piace’, condividiamo o commentiamo un post, avviene una vera e propria transazione a cui è attribuibile un valore. “Solo che sui social media il prodotto siamo noi e questo sta cambiando il nostro senso di identità”, sottolinea Parnell.

C’è poi quello della più conosciuta “F.O.M.O.” (dall’inglese Fear Of Missing Out), ovvero quella forma di ansia sociale legata alla paura di perdersi una possibile connessione, evento, opportunità. In altre parole: l’angoscia che si prova quando si ha la febbre la notte di San Silvestro o quando a causa di un impegno di lavoro non si è potuti andare alla festa di laurea di un amico. “Da un sondaggio realizzato da tre università canadesi è emerso che sette studenti su dieci si sbarazzerebbero dei social se non avessero paura di restare fuori dal giro”.

In ultimo, il quarto meccanismo attraverso cui i social network possono agire sulla salute mentale di un individuo è quello tristemente noto delle molestie online. Secondo i risultati di una ricerca del Pew Research Center, riportati nel talk, circa il 40 per cento dei cittadini americani adulti è stata vittima di una molestia sui social, mentre il 73 per cento ha dichiarato di aver assistito almeno una volta a un episodio del genere. “Ovviamente”, sottolinea la ricercatrice, “queste percentuali sono maggiori se si è una donna, una persona di colore, un membro della comunità LGBTQ, un musulmano…”.

Il problema è che nella maggior parte dei casi non siamo consapevoli di questi fattori di stress. Il processo è simile a quello delle dipendenze da sostanze stupefacenti, dove l’effetto deteriorante sull’esistenza dell’individuo viene obnubilato dal piacere fisico e psicologico prodotto dall’assunzione. “Con ogni ‘mi piace’ ti arriva una dose di dopamina, la sostanza chimica del sentirsi bene”, spiega Parnell. Quindi per averne di più, si finisce per controllare sempre più spesso le notifiche o postare sempre nuovi contenuti. Nel frattempo, le proprie relazioni sociali – quelle reali – diventano sempre di meno, così come le occasioni per crearne di nuove.

Può sembrare una follia, eppure si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso: secondo i risultati di un sondaggio online realizzato nel 2017 dall’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, ad esempio, in Italia il 51 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 20 anni ha difficoltà a prendersi una pausa da questo loop, tanto da arrivare a controllare lo smartphone più di 75 volte al giorno (nel 7 per cento dei casi più di 110 volte al giorno).

E se si cerca di smettere arriva una vera e propria crisi d’astinenza. Ansia, nervosismo, preoccupazione. Oltre ad alcune manifestazioni piuttosto inquietanti, come la sindrome della vibrazione fantasma: la sensazione di aver sentito il proprio smartphone vibrare per una notifica o un messaggio quando in realtà non è successo.

I social media non sono buoni o cattivi, sono solo l’ultimo strumento che abbiamo a disposizione per fare ciò che abbiamo sempre fatto.

Messa in questi termini, tuttavia, sembra che i social network siano una cosa da cui scappare il prima possibile. Non è così. Semplicemente, spiega Bailey Parnell, bisogna imparare a utilizzarli con criterio: “I social media non sono buoni o cattivi, sono solo l’ultimo strumento che abbiamo a disposizione per fare ciò che abbiamo sempre fatto”.

La risposta corretta alla domanda “i social media stanno danneggiando la nostra salute mentale?” è dunque: non per forza. “Possono abbatterti, certo, ma possono anche aiutarti a rialzarti”, conclude la ricercatrice canadese. Bisogna soprattutto utilizzarli in modo consapevole ed evitare di farsi travolgere dall’abitudine e dagli automatismi. Chiedersi ‘perché lo sto facendo?’, ‘questo scroll di dieci minuti della Home di Facebook mi ha fatto stare meglio?’.

Per quanto riguarda me, nel tempo in cui ho scritto quest’articolo ho controllato il telefono, o sentito l’impulso di farlo, la bellezza di 27 volte (le ho contate). Per tutto il tempo, avevo Facebook e Twitter aperti sul PC.


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