Photo by Matteo Paciotti / CC BY

Psichiatria: una scienza di confine


Il 16 novembre 1961, quando Franco Basaglia entra per la prima volta in un ospedale psichiatrico, si accorge che i malati rinchiusi in manicomio sono stati privati completamente dei loro diritti. Non hanno un nome, sono solo numeri. Non hanno un’identità, non possono sposarsi, non possono votare. Non sono cittadini. Allora, si chiede, una volta chiusi i manicomi, come si possono reinserire i pazienti nella società?

In Inghilterra, già dal 1946, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, si parlava di comunità terapeutiche, termine utilizzato per la prima volta da Thomas Main in riferimento alla particolare esperienza di cura dei disturbi psichici, che affliggevano i reduci di guerra. L’idea era quella di trasformare una rigida organizzazione gerarchica in una con un rapporto paritario fra gli utenti e gli operatori sanitari. Proprio da queste comunità inglesi Basaglia potrebbe aver preso spunto, attivando nell’ospedale psichiatrico di Gorizia una delle prime sperimentazioni di comunità terapeutica in Italia. “L’idea era quella di essere vicini al paziente. Questo è un concetto chiave anche oggi perché la vicinanza, la prossimità dei servizi era un punto chiave della 833, la legge di riforma sanitaria, all’interno della quale si inserisce la 180”, racconta Tommaso Poliseno, psichiatra responsabile di una comunità terapeutico – riabilitativa dell’ASL Roma E.

La riforma psichiatrica di Franco Basaglia,culminata con la legge 180 del 13 maggio 1978, ha determinato il passaggio da una psichiatria asilare, fondata sull’esclusione e l’internamento, a una psichiatria di comunità, fondata sull’inclusione e la costruzione di diritti per le persone affette da disturbo mentale. Ha determinato l’entrata del malato di mente nella cittadinanza sociale, con la costruzione di una rete di servizi nella comunità, la promozione di percorsi individuali e collettivi, una grande vicinanza tra medico e paziente che condividevano la vita quotidiana. Ha, insomma, messo in atto una rivoluzione culturale che sottolineava la parità tra le persone. Negli ultimi anni, però, ha preso il sopravvento l’idea della specializzazione delle cure impoverendo la qualità della relazione umana.

Abbiamo iniziato a medicalizzare troppo tutti gli interventi anche in psichiatria.

C’è stato un fattore di crisi anche culturale per cui l’idea che il servizio di prossimità fosse efficace piano piano è stata contestata. Negli anni recenti ci sono state numerose campagne mediatiche sul fatto che bisognasse avere centri specialistici, iper specializzati, e che il cittadino dovesse accedere alle cure di eccellenza anche se più lontane”, afferma Poliseno. “Abbiamo iniziato a medicalizzare troppo tutti gli interventi anche in psichiatria. La povertà tecnica inziale coincideva con un’intensità di rapporto umano molto forte che comunque ha costruito la qualità dei servizi psichiatrici. Oggi, invece, in psichiatria si cerca di avere un’alta specializzazione, di fornire protocolli di trattamento”.

La relazione tra medico e paziente è tornata a essere caratterizzata dalla rigidità dei ruoli e da difese molto alte da parte degli operatori che non amano la vicinanza con il malato. Ma vi si può davvero rinunciare? “Difficile pensare che in psichiatria si possa rinunciare alla relazione col paziente in favore della tecnica pura e semplice. Credo che sia impossibile perché la natura della malattia mentale appartiene all’area della complessità, della mente e del funzionamento sociale. Il cervello è un organo che non esiste senza la relazione col mondo e per questo è così difficile riparare un eventuale danno. Ma è anche il fascino di questa scienza di confine”, continua lo psichiatra.

Un esempio concreto è ben rappresentato dalle comunità terapeutiche attuali, in continuità con l’ospedale psichiatrico, che  sottolineano la contraddizione tra custodia e cura. “La dizione ufficiale nelle normative regionali di comunità terapeutica è praticamente scomparsa. Adesso si parla di strutture residenziali terapeutico riabilitative o socio-riabilitative, ma l’idea di struttura residenziale è anonima, è fredda, non dice più nulla della convivenza e della comunità. Un’esperienza che viene chiamata comunità sarà sicuramente diversa da una chiamata struttura residenziale, che pone l’accento sugli aspetti alberghieri. Così torniamo in maniera molto inquietante a un’idea di custodia”, dice Poliseno.

Il meccanismo riduzionistico ci priva di una parte dei nostri diritti fondamentali alla salute.

Una delle prime comunità terapeutiche italiane è stata quella di Massimo Marà a Roma, che ha portato sul territorio, nel quartiere di Primavalle, i pazienti del Padiglione 25 del Santa Maria della Pietà, esplorando un nuovo modo di vivere insieme con le persone che soffrono di un disturbo mentale. E, come dice Massimo Marà nel suo libro “Terapia di comunità per psicotici: contro la cronicizzazione”, “il potere terapeutico dell’operatore trova la sua origine nell’essere presente in comunità terapeutica 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno: punto di riferimento costante. Non chiuso in una stanza dove è vietato entrare bensì con le porte costantemente aperte, perché “sei atteso”. Io operatore sono lieto se tu vieni a stare con me, anche in silenzio (ma ci guardiamo), anche solo per ascoltarci, magari confidarci”.

Gli investimenti tecnici in psichiatria non impoveriscono necessariamente la matrice relazionale, la possono arricchire laddove viene accolta la natura complessa di questa malattia”, conclude Poliseno. “Le tensioni positive verso il futuro credo che vadano riconosciute in questo accogliere la complessità della mente. Vanno tenute ben chiare, sottolineate, perché sennò disinvestiamo dalla psichiatria, la riduciamo agli aspetti alberghieri che presto saranno custodialistici e manicomiali, riduciamo l’intervento di un centro di salute mentale alla distribuzione dei farmaci. Il meccanismo riduzionistico ci priva di una parte dei nostri diritti fondamentali alla salute”.


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