Photo by Paolo Lottini / CC BY-NC-SA

Correre il rischio della rivelazione


Il manicomio è un luogo di non comunicazione, di arresto della comunicazione sia tra il dentro e il fuori, sia all’interno. È un luogo dove si conservano gli scheletri. Ma aprire non significa necessariamente vedere gli scheletri, devi aprire e farli vedere. Bisogna attivare una comunicazione”. Lo conosce bene il manicomio Peppe Dell’Acqua, psichiatra che nel 1971 iniziò a lavorare con Franco Basaglia. Con lui, a Trieste, partecipò attivamente alla rivoluzione che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici, diventando poi direttore del Dipartimento di salute mentale per 17 anni, fino all’aprile del 2012.

Per attivare una comunicazione, per mostrare all’esterno gli orrori del manicomio, la fotografia ha avuto un ruolo fondamentale. Come dice Dell’Acqua, infatti, “non riesco a immaginare cosa poteva accadere se non ci fosse stata la possibilità di portare fuori le immagini. Solo le parole non avrebbero potuto”. Perché la fotografia avesse questo ruolo si dovettero aspettare diversi anni, ma da sempre fu un’arte molto utilizzata in manicomio.

Nate a distanza di pochi decenni l’una dall’altra, tra fine Ottocento e i primi del Novecento, infatti, psichiatria e fotografia si incontrarono per osservare e catalogare la malattia mentale. I fotografi, spesso i medici stessi, entrarono in manicomio con lo scopo di riprodurre fedelmente i segni della malattia, per studiarla soltanto guardandone i sintomi, riuscire a riconoscerla sul campo e poterla reprimere.

Non riesco a immaginare cosa poteva accadere se non ci fosse stata la possibilità di portare fuori le immagini. Solo le parole non avrebbero potuto.

Secondo i principi positivisti di derivazione lombrosiana, infatti, si poteva riconoscere la malattia mentale nei tratti fisici. Bastava lo sguardo, o un volto leggermente asimmetrico. “Da quando ha iniziato a esserci, la fotografia ha avuto essenzialmente due usi”, racconta Peppe Dell’Acqua. “Il primo era quello di immaginare che la fotografia potesse essere quella documentazione oggettiva che sempre mancava allo psichiatra e alla psichiatria. Poi, come in altri campi del controllo sociale, la fotografia è diventata foto segnaletica. Per cui i manicomi hanno tutti fotografie, fin da quando è stato possibile averle”.

Se un internato fosse fuggito, si poteva rintracciarlo attraverso la foto segnaletica. “Stanno sulla cartella, con il numero scritto sulla lavagnetta. E ti immagini davvero questo momento, con la fotografia col numero, come un momento in cui si sta passando un confine, un luogo di non ritorno”.
Sul finire del secolo la fotografia perse progressivamente il suo interesse classificatorio e si iniziò a utilizzare per ritrarre i luoghi, i metodi di cura, gli strumenti di contenimento. Erano fotografie neutre e asettiche, che servivano a celebrare l’ordine degli ospedali psichiatrici in opposizione al disordine della follia dei loro internati. La fotografia, dunque, come mezzo per confermare la magnificenza del manicomio e delle utopie manicomiali. “Sono fotografie dove si vedono le camerate ordinate, i letti bianchi ben rifatti, le persone sedute ai tavoli. L’immagine fotografica rimanda a un luogo che non c’è”, ricorda Dell’Acqua.

La svolta venne nella metà degli anni sessanta, quando alcuni fotografi decisero di usare la macchina fotografica per denunciare ciò che accadeva nelle istituzioni psichiatriche. Decisero, utilizzando un’espressione di uno di loro, Raymond Depardon, di correre il rischio della rivelazione, di svelare gli orrori nascosti del manicomio. Il loro obiettivo era ridare dignità alle persone che li popolano, raccontando le loro storie e le violenze che subiscono all’interno.

I manicomi hanno tutti fotografie, fin da quando è stato possibile averle.

Cambiando lo scopo, cambia necessariamente il modo di produrre le immagini: primi piani, sguardi, dettagli, la persona è spesso al centro della fotografia. In pochi casi si capisce come anche i vissuti personali possano diventare la miccia che innesca il cambiamento. Questo è uno di questi. È vero, infatti, che c’erano intere categorie di persone maltrattate ed emarginate, ma se non ci fosse stata la denuncia dei drammi personali della gente probabilmente non si sarebbe innescato il cambiamento. “Quando i fotografi cominciano a capire che quello è un luogo dove è possibile cogliere delle contraddizioni formidabili, ed entrano, e fotografano, c’è una reazione straordinaria”, racconta Peppe Dell’Acqua.

I direttori dei manicomi scoprono che quelli che stanno lì, che sono gli oggetti che loro violentano, a cui fanno l’elettroshock, che legano, che tengono digiuni, hanno una dignità da difendere. E quindi negano l’ingresso dei fotografi perché sarebbe un’offesa alla dignità delle persone”. Il primo fotografo a entrare in un manicomio fu Luciano D’Alessandro, tra il 1965 e il 1967, chiamato da Sergio Piro che dirigeva il Manicomio Materdomini di Nocera Superiore. Poco dopo aver concluso il suo reportage (Qui le sue foto, nella raccolta “Gli Esclusi”), su Popular Photography Italiana D’Alessandro scrisse che colse “quello che a mio avviso era l’argomento centrale di questo racconto fotografico: la solitudine del malato mentale, rispetto al suo mondo di provenienza, rispetto agli altri, una solitudine che nasce dalla malattia”.

L’anno successivo, il 1968, uscì l’Istituzione negata di Franco Basaglia, un libro che formerà intere generazioni di studenti e che sembrò essere la prova che finalmente fosse possibile cambiare le istituzioni sanitarie. Dopo averlo letto, Carla Cerati si mise in contatto con Basaglia per realizzare un libro fotografico sulle istituzioni repressive. Fu proprio lo psichiatra veneziano, dunque, ad aiutare Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin ad entrare nel manicomio di Gorizia e in quelli di Parma e Firenze con le loro macchine fotografiche. E nel 1969 uscì Morire di Classe, il reportage fotografico che contribuì ad arrivare, nel maggio 1978, all’approvazione della legge 180. Fu il primo libro a denunciare le spaventose ingiustizie della realtà manicomiale, ad aprire le porte su uomini e donne reclusi e dimenticati da tutti.

Franco Basaglia e Franca Ongaro scrivono. E qualcuno può dire che sono spregiudicati a mostrare questa sofferenza, ma lì c’è il coraggio del dire io restituisco dignità. Quella sofferenza che è stata inflitta, quella distruzione, io la devo vedere, la devo riconoscere”, afferma Peppe Dell’Acqua. E anche Gianni Berengo Gardin sentì di dover spiegare il senso del suo lavoro: “Il nostro obiettivo ha colto alcune immagini di internati nelle situazioni psichiatriche per mostrare il grado di oggettivazione in cui sono ridotti. Siamo ben consci di poter facilmente venire accusati di aver usato, nei loro confronti, una nuova forma di violenza nell’esporre – senza veli – i volti di questi esclusi, abitualmente tenuti nascosti per la paura del marchio infamante e dalle mura del manicomio oltre le quali il segreto professionale li custodisce gelosamente. Ma quello che noi mostriamo non è il volto dell’internato o della sua follia, ma ciò che resta di un uomo dopo che l’istituzione, deputata alla sua cura, lo ha sistematicamente distrutto e annientato”.

Quella sofferenza che è stata inflitta, quella distruzione, io la devo vedere, la devo riconoscere.

Franco Basaglia, dunque, non fu il primo a chiamare un fotografo in manicomio. La sua intuizione, piuttosto, fu quella di non portare in manicomio fotografi di cronaca come D’Alessandro, ma grandi fotografi borghesi come Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati che non avevano idea di cosa avrebbero trovato all’interno. Sono loro, infatti, i primi a rimanerne sconvolti. Carla Cerati, fotografa di moda, racconta in un’intervista che “entrare in manicomio è una cosa di un’emozione indescrivibile. Ogni volta che penso alle mie reazioni iniziali mi ritrovo là, con quegli odori, con quei rumori, l’odore dello spezzatino al pomodoro che stavano servendo, l’odore di tabacco cattivo, delle feci. È come tornarci dentro ogni volta che ci ripenso”.

Carla Cerati ricorda anche un episodio chiave, particolarmente significativo: quando entrarono in manicomio e annunciarono alle persone il lavoro che volevano fare, i matti dissero che per essere fotografi volevano essere pagati. I diritti dei malati vennero sanciti dall’assemblea fatta a sottolineare la loro dignità per l’occasione.


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