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Ousseynou Sy, perché lo ha fatto?


Non voglio vedere nessuno nell’arco di due chilometri. Ci sono solo bambini qua. Non sparate al pullman. È tutto gasolio”.

L’uomo che in questo video pronuncia queste parole è nato in Francia nel 1972, da genitori senegalesi, cittadino italiano dal 2004, separato da più di dieci anni da una donna italiana da cui ha avuto due figli che adesso hanno dodici e diciotto anni. È Ousseynou Sy, l’autista del pullman che avrebbe dovuto riportare cinquantuno studenti e due professori dalla palestra fuori sede alla loro scuola di Crema. Mercoledì scorso però ha deciso che avrebbe fatto una strage.

Dell’autore di questo atto criminale, che si è concluso fortunatamente in modo del tutto diverso dalle sue intenzioni, abbiamo a disposizione inizialmente soltanto queste informazioni.

Dalla voce del capo del pool antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, sappiamo anche che non si tratta di un terrorista: “Non ha fatto nessuna riflessione verso l’Isis o le campagne di propaganda a favore dell’Islam ma semplicemente ha detto: è stata una mia scelta personale non potevo più vedere bambini sbranati da squali nel Mediterraneo (…)”.

Dunque perché lo ha fatto? Chi è quest’uomo? Poteva essere evitato quello che è accaduto? Quesiti legittimi che meritano risposte serie, risposte in grado di spiegare veramente. Ci chiediamo se a queste domande vengano mai date risposte adeguate. Capire se una persona con precedenti penali (guida in stato di ebbrezza e abuso su una minore di diciassette anni, ricorda lo stesso Nobili) possa commettere in futuro atti violenti o comunque rappresentare un pericolo per la comunità è un processo di conoscenza e di previsione non banale.

La storia dei precedenti penali è sicuramente un elemento rilevante e, sembra, sconosciuto ai più fino ad oggi. Ma è anche vero che i reati precedenti sono molto diversi da quello che aveva in progetto di compiere. D’altra parte, non tutte le persone con precedenti penali commettono atti violenti. Allora, perché Ousseynou Sy lo ha fatto? Voleva, come lui e il suo avvocato affermano, compiere un’azione dimostrativa per attirare l’attenzione sulle morti nel Mediterraneo.

Ammettendo che questa motivazione sia sincera – e dei soggetti violenti è sempre bene dubitare come la letteratura scientifica ci suggerisce – perché ha scelto proprio la strage di un gruppo di ragazzini?

Ousseynou Sy era un uomo solo che non si era mai ripreso dalla separazione dalla moglie; l’episodio identificato da alcuni quotidiani all’origine del crollo psicologico che ha condotto all’atto violento. Ammettiamo che ci sia una connessione tra separazione, dolore e crollo psicologico. Anzi, perché dovremmo ammetterlo? Si dà per assodata una connessione causale tra separazione e crollo psicologico. È ragionevole, è possibile: la rottura di relazioni affettive può essere destabilizzante per molti, certo, ma forse non per tutti.

Nella popolazione dei soggetti violenti non è raro imbattersi in persone con caratteristiche di personalità che le rendono refrattarie alle relazioni, insensibili, distaccate, incapaci di legarsi profondamente a chicchessia. Quindi non si può escludere che Ousseynou Sy possa rientrare in quest’ultimo profilo e non aver subìto alcun crollo psicologico per la separazione dalla moglie; magari potrebbe avergli creato dei problemi, un fastidio, ma niente di paragonabile a un crollo.

Con tutte le riserve del caso però, ammettiamo anche che il crollo dopo la separazione ci sia stato. Si è espresso chiaramente con i Carabinieri al telefono, conosceva il rischio che stava facendo correre a chi era a bordo, e a sé stesso: “Ci sono solo bambini qua. Non sparate al pullman. È tutto gasolio”. L’interrogativo si sposta sul modo in cui questo stato di malessere profondo abbia potuto causare uno stato alterato che prevede progettazione e strategia nel realizzare la decisione di dare alle fiamme un pullman pieno di ragazzini. Inoltre, non tutte le persone in grave situazione psicologica uccidono. Perché lui sì? Non siamo in grado di spiegarlo in base alle informazioni a disposizione.

È una persona che ha seri problemi psichici, direte voi, soltanto una persona disturbata può compiere un atto così efferato. Lo stesso avvocato di Ousseynou Sy, Davide Lacchini, ha dichiarato: “Oggi non abbiamo avuto l’impressione di essere in presenza di una persona presente a sé stessa. Ha evocato circostanze che, a mio giudizio, meritano un approfondimento di natura psichica piuttosto urgente”.

Uccidere sarebbe quindi l’effetto o la manifestazione del disturbo? Forse, però bisognerebbe capire e intenderci su cosa è un disturbo mentale, su quanti tipi di disturbi mentali esistono, su quali possono influire sulla realizzazione di un comportamento violento e quali no. Assumendo quindi che Ousseynou Sy abbia un disturbo mentale, dovremmo stabilire di che tipo è e in che modo abbia potuto portarlo alla decisione di dare alle fiamme un pullman con cinquantuno ragazzini a bordo e non invece, tra le mille possibili, a quella di uccidersi.

Anche in questo caso bisogna concludere che non abbiamo abbastanza informazioni per sostenere che il disturbo mentale sia stato, per Ousseynou Sy, la causa della scelta di preparare una strage: non sappiamo se lui abbia un disturbo mentale e, anche se lo sapessimo, dovremmo spiegare in che modo quello specifico disturbo mentale possa avere influenzato la scelta omicida.

Di nuovo emergono le stesse domande: perché lo ha fatto? Chi è quest’uomo? Poteva essere evitato tutto questo?

Il processo che permette di dare queste risposte esiste e si chiama “valutazione e gestione del rischio di recidiva violenta”. Si basa su anni di ricerca sulle caratteristiche degli autori di violenza e presuppone la conoscenza di una teoria della mente grado di spiegare come tutti i vari fattori di rischio (storia, contesti, relazioni, caratteri individuali) passati e presenti si organizzino in un certo individuo con determinate caratteristiche di personalità in modo tale che il comportamento violento diventi possibile. È un processo che consente di prefigurare degli scenari che illustrano se e in che maniera quegli stessi fattori di rischio possano portare a un nuovo atto violento.

Le informazioni di cui disponiamo adesso sull’autore della mancata di strage di Milano semplicemente non bastano per rispondere alle domande. Bisogna acquisirne altre, bisogna parlare con il soggetto, bisogna fare delle ipotesi e verificarle, bisogna organizzare tutte le informazioni sulla base di una teoria della mente… solo allora si potrà rispondere.

Le autrici di questa riflessione che siamo lieti di ospitare sono le piscologhe Simona Galasso e Maria Elisabetta Ricci, dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

Qui il video con l’intervento di Alberto Nobili.
Qui le dichiarazioni dell’avvocato Davide Lacchini


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