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Ho scelto di camminare


Francesca Del Rosso nel decalogo delle cose da fare tra una chemioterapia e l’altra aveva scritto “ridere”. Alessandro Milan, suo marito, questa cosa qui del ridere l’ha presa molto sul serio.

Francesca muore di tumore al seno l’11 dicembre 2016. Alessandro, in quell’occasione, scrive un post su Facebook e promette a se stesso e a chi gli chiede di scrivere un libro: “Mai una riga su di me e Francesca”. Dice ridendo anche questo, perché si rende conto lui stesso di quanto è buffa questa affermazione dal momento che tra le mani stringe il suo libro, di cui ci parla, tra le altre cose, in occasione della giornata Call4brain, assieme alle due moderatrici Ester Viola (scrittrice) e Bianca Borriello (storyteller).

Ma non ha solo deciso di scrivere Alessandro. Ha anche scelto di camminare: “Ad aprile del 2017 ho capito che la parola chiave quando si parla di dolore non è né rimuoverlo né dimenticarlo, visto che non si può, ma attraversarlo. E attraversare il dolore vuol dire fare un percorso, camminare, fisicamente ed emotivamente”.

In questo cammino, grazie a lui e alla rete di amicizie che Francesca aveva costruito nel corso della sua vita, è nata l’associazione “Wondy sono io” con l’obiettivo di “organizzare iniziative per sensibilizzare sulla capacità di trasformare le difficoltà della vita in opportunità.

Questa della trasformazione della malattia in qualcosa di “positivo” è una posizione che, quando espressa in modo non adeguato o quando travisata dai media o nella foga dell’indignazione da social (un fenomeno oramai quotidiano), come nel caso dell’affermazione di Nadia Toffa (ampiamente travisata, ci tiene a specificare Milan), può davvero risultare irritante. Soprattutto nei confronti di quei malati che per quanta positività possono metterci la mattina si devono alzare dal letto e letteralmente non ci riescono.

E poi dopo scopri che Superman non esiste.

L’equilibrio tra la promozione del concetto di “resilienza” e il rispetto della condizione del malato e di chi del malato si prende cura è un’arte difficile: “Francesca era conosciuta anche come Wondy (da Wonder woman, ndr) e allora, ho detto, qua bisogna fare Superman (…) quindi parti, dici ok, ce la faccio, faccio tutto io. E poi dopo scopri che Superman non esiste, poi arriva la Kriptonite, la difficoltà, la fatica, la rabbia, la frustrazione”. Insomma attribuire il mantello e i superpoteri può far passare come messaggio che qualcuno ce la possa fare da solo. Invece servono gli amici, la famiglia, i medici, serve chiedere aiuto.

L’importanza della rete nel percorso di vita del malato e del caregiver è la spina dorsale dell’evento Call4brain e dell’associazione che cinque anni fa l’ha ideato: Fightthestroke. Anche questa una storia di resilienza, da parte di Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo (per saperne di più, leggi l’articolo su eColloquia).


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