Photo by Chris Candid / CC BY

Né povero, né escluso, né emarginato: un malato è un malato


Personalmente penso che sia importante essere psicoanalista in ogni setting, in ogni situazione, ed essere capace di riportare sul territorio, nei servizi, lo sforzo di essere psicoanalista e di riportare l’esperienza territoriale nella mia stanza di analisi”.

Sono queste le premesse, i presupposti, dell’intervista con Giuseppe Riefolo, realizzata in occasione delle riprese per la realizzazione del documentario “Parlare mille lingue”. Riefolo è uno psichiatra territoriale, presso il Centro di Salute Mentale della Asl Roma 1, e psicoanalista, membro della Società Psicoanalitica Italiana, come lui stesso ci tiene a sottolineare.

Incontrare Riefolo, mentre con Rebecca De Fiore, ci stavamo da tempo interrogando su cosa fossero la Psichiatria e la salute mentale oggi e cosa significasse la presa in carico delle persone che soffrono di un disagio psichico – a partire da Basaglia, dando voce a chi a vario titolo oggi eroga servizi di cura sul territorio e chi si interroga sul futuro della disciplina -, è stata una piccola rivoluzione copernicana, “kuhnianamente” parlando.

L’aspetto più interessante della lunga e intensa chiacchierata con Riefolo è stata la sua capacità di guardare, e farci guardare a, Basaglia con la giusta consapevole distanza, ovvero facendo tesoro della portata rivoluzionaria del suo operato, ma mettendoci in guardia dai rischi nell’interpretare alla lettera il pensiero basagliano, ad esempio, innalzando muri o creando stereotipi.

Per scampare il rischio di “manicomio”, come concetto e non come luogo fisico, Riefolo mette a fuoco alcuni stereotipi da evitare oggi nella presa in carico del paziente con sofferenza psicologica. Si parte dal sottolineare l’importanza di definire le fondamenta su cui poggia questa sofferenza.

Con Basaglia abbiamo capito che la sofferenza psicologica esiste (…), da Basaglia in poi ci si concentra sui bisogni intimi del paziente (…), le fragilità intime delle persone”, sottolinea lo psichiatra.
Le persone, che sono portatrici in quel momento della loro vita di un disagio di natura psichica, vanno accolte e aiutate a organizzare meglio le loro specifiche fragilità. Eppure esistono delle fragilità così intime che non possono essere curate pensando solo ad un approccio di tipo psicoanalitico. Né è possibile pensare solo ad una risposta funzionale, che soddisfi i bisogni materiali; anche perché a volte si rischia di chiedere ai pazienti di rientrare in una normalità che i pazienti non sono in grado di sostenere in quel momento della loro vita. Le fragilità vanno prese in carico cercando di modificare il punto di arrivo di un percorso che in quel momento è critico.Lo spirito è vedere i quadri clinici della psichiatria non come malattie organizzate, ma come percorsi che gradualmente si organizzano nella vita delle persone”, aggiunge.

Uno psichiatra, un terapeuta, secondo Riefolo, “è uno specialista quando riesce a capire il livello a cui si deve sintonizzare con i diversi pazienti”. Lo psichiatra è soprattutto uno che impara le lingue dei diversi pazienti. Ed è con questo sguardo che lo psichiatra può essere capace di intervenire in questo percorso e modificarne il vertice.

Questo sintonizzarsi, questo parlare mille lingue significa anche addentrarsi in territori di mezzo. Emblematica in tal senso è la presa in carico dei senza fissa dimora, che racchiude tutta una serie di contraddizioni.

Attualmente di un senza fissa dimora che abbia dei problemi psichiatrici non se ne occupa nessuno (…) perché se ne dovrebbe occupare il municipio, se ne dovrebbe occupare la polizia… se ne dovrebbero occupare i vigili urbani. Sono persone che non possono accedere ai ‘diagnosi e cura’, che non possono accedere ai servizi psichiatrici”. Sono persone che abitano una terra di mezzo. Ma è necessario, secondo Riefolo, avere il coraggio e la competenza per modificare un’organizzazione rigida che taglia fuori, rimette alla strada queste persone.

Di un senza fissa dimora che abbia dei problemi psichiatrici non se ne occupa nessuno.

Noi qui (nel Csm della Asl RM 1) abbiamo fatto una cosa ovvia, semplicemente, invece che rimpallarci il problema, abbiamo fatto in modo che tutte le organizzazioni che di solito si rimpallano il problema, adesso collaborano”, spiega. “Sono situazioni che si possono coordinare. Sono gli stessi pazienti senza fissa dimora che ci suggeriscono come organizzarci, altrimenti il rischio è che le regole diventino dei muri (…). Le regole servono ma devono essere continuamente in dialogo con l’utenza”.

In molti casi, le coperte non bastano, serve di più; dietro quello stare ai margini si nasconde altro.
Spesso lo stesso decidere di vivere in un parco, sotto un porticato, su una panchina di una piazza, comunque in prossimità delle persone comuni, agli occhi di un terapeuta, di uno psichiatra, è un disagio che può essere letto come una richiesta di aiuto. È quando queste persone non accettano supporti, rifiutano i pasti, le coperte, il dormitorio, che il problema può essere altro, sconfinare nel territorio della psichiatria. Eppure il problema finisce per essere quello burocratico della presa in carico.

Lo spirito basagliano è l’interesse per l’intimità della persona, per il paziente, scoprire di che cosa ha bisogno il paziente”, continua. Il rischio del manicomio è sempre presente nei servizi, così come il rischio di voler normalizzare il paziente.Il dialogo fra la fragilità e l’offerta è alla base della cura territoriale o di comunità. Se non c’è questo c’è il manicomio”.

Lo spirito basagliano è l’interesse per l’intimità della persona, per il paziente, scoprire di che cosa ha bisogno il paziente.

Come si legge in un articolo di Matteo Bessone, pubblicato sulle pagine di Salute Internazionale : “Il senso della chiusura dei manicomi risiede nella liberazione, nell’emancipazione dei ‘folli poveri’ dalla miseria dell’organizzazione sociale in ferma opposizione con la riproduzione di politiche sociali, sanitarie ed economiche che escludono chi occupa posizioni svantaggiate”. Oggi spesso la competenza della cura di chi sta ai margini viene palleggiata tra le istituzioni chiamate ad occuparsene, come se si fosse in una partita di Palla avvelenata. Per fortuna qualcuno che pensa fuori dagli schemi c’è ed è ben radicato sul territorio.

Il documentario “Parlare mille lingue”, di Rebecca De Fiore, Norina Di Blasio, Argenis Ibanez verrà proiettato a Più libri più liberi, venerdì 7 dicembre 2018 alle ore 17:30, presso lo stand della Regione Lazio nell’incontro “Liberi tutti: memorie e pratiche della salute mentale” con Luca De Fiore, Pompeo Martelli e Leonardo Musci.


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