Photo by Chatham House / CC BY

“La disinformazione prolifera in questo Paese”


Per me è molto importante essere qui. Perchè questo è un target e un focolaio di interferenze straniere e disinformazione. Del resto avete visto accadere ogni sorta di cosa nelle vostre elezioni, con l’attuale governo. La disinformazione prolifera in questo paese. Quindi per me è importante essere in Italia, in quanto luogo chiave di questa specie di regime in cui ci ritroviamo”.

A dire queste parole è Christopher Wylie in occasione del Wired Next Fest di Firenze. Il whistleblower che ha fatto scoppiare il caso Cambridge Analytica racconta come è nato e come funzionava il sistema che ha influenzato attravero Facebook le elezioni Usa (anche le nostre, secondo quanto dichiarato al tempo proprio da Wylie) e cosa ha in mente Steve Bannon che, tra alleanze con il Vice Premier Matteo Salvini e comparsate alle feste di Fratelli d’Italia, sembra molto interessato al nostro paese.

Per me è importante essere in Italia, in quanto luogo chiave di questa specie di regime in cui ci ritroviamo.

È la prima volta che Wylie viene in Italia da quando lo scorso marzo il Guardian e il New York Times hanno pubblicato le sue rivelazioni. Quelle, per capirci, che hanno svelato come la società di analisi di dati Cambdrige Analytica (noi ve l’abbiamo raccontata qui e qui) aveva raccolto i dati di milioni di utenti di Facebook e li aveva adoperati per influenzare il risultato elettorale delle presidenziali statunitensi e del referendum sulla Brexit.

Per spiegare il meccanismo di funzionamento del software messo a punto, Wylie fa un parallelo con un’operazione mirata a creare confusione all’interno di una rete di narcotrafficanti o di potenziali terroristi. “Quello che si fa è infiltrare nella rete di queste organizzazioni delle persone che lavorano per te, ma che sembra lavorino per l’organizzazione che vuoi colpire. L’obiettivo è individuare le persone in questa rete in cui instillare dubbi, sfiducia e anche pensieri paranoici (…). Se vuoi minare un’organizzazione stabile hai bisogno di avere persone alla base di questa organizzazione che comincino a mettere in dubbio l’intera organizzazione”.

Se tu confondi e crei un sentimento di frustrazione, riesci a farli combattere uno contro l’altro. Così sono troppo impegnati a litigare tra di loro per reclutare altre persone per la loro rete”. In questa applicazione militare, di difesa, secondo il whistleblower, è giustificato spiare e profilare le persone. Ben diverso è applicare questo sistema per quella che Steve Bannon chiama una “guerra culturale”. “In una democrazia funzionante, il tuo mandato, la tua autonomia, la tua capacità di capire e distinguere il vero dal falso sono fondamentali perché tu possa prendere una decisione libera e consapevole quando sei alle urne. E interferire con questa capacità significa distruggere il fondamento dell’istituzione democratica”, prosegue.

L’azienda (Cambdrige Analytica, ndr) ha trattato ordinari cittadini come si tratterebbero terroristi dell’ISIS”, prosegue Wylie. Lo stesso meccanismo infatti può essere utilizzato per infiltrarsi in particolari gruppi Facebook e individuare le persone più influenzabili e manovrarle per diffondere determinate idee o informazioni false e fuorvianti.

Un elettore e un terrorista erano uguali per l’azienda. Quello che rende queste azioni fondamentalmente diverse da un marketing ben pianificato è che si alterano le percezioni delle persone rispetto a ciò che è vero e ciò che non lo è, e le si fanno arrabbiare, al punto da essere pronte per incontrare altre persone altrettanto arrabbiate (….) e usare questa rabbia collettiva per far nascere un movimento. E da questo poi organizzarsi con altri gruppi e crescere e crescere… E questo è quello che Steve Bannon voleva fare ed è quello che sta cercando di fare in Italia” .

Interferire con questa capacità significa distruggere il fondamento dell’istituzione democratica.

Secondo Christopher Wylie quanto accaduto con Cambridge Analytica era inevitabile per il modo stesso in cui Facebook presenta i dati e il modo in cui li rende accessibili alle applicazioni. “Ci sono buchi nell’intero sistema e tu puoi cambiare la password quanto vuoi, non farà alcuna differenza”.

Il whistleblower è infatti molto critico con Facebook, non solo per come gestisce i dati degli utenti, ma per come ha reagito all’intera vicenda, e considera quasi una pagliacciata le interrogazioni di Mark Zuckerberg al Congresso degli Stati Uniti. “Quello a cui bisogna prestare attenzione è quello che sta succedendo in Gran Bretagna, con la loro inchiesta parlamentare. Damien Collins, il direttore di questa inchiesta, è l’unico che si è veramente disturbato a cercare di capire come funziona il sistema. La sua commissione è l’unica davanti alla quale Facebook si è rifiutata di mandare Zuckerberg, perché è l’unica che gli avrebbe posto domande scomode a cui non avrebbe saputo rispondere”.

Il problema secondo Wylie è la regolamentazione, o meglio l’assenza di una regolamentazione efficiente: la stessa, spiega che viene adoperata per altre tecnologie, dagli aeroplani, ai farmaci alle centrali nucleari. “Noi regoliamo tutto questo in nome della sicurezza e lo facciamo rivolgendoci a esperti che sanno dirci se una determinata innovazione è sicura o no (…). Noi invece facciamo ricadere questa responsabilità a quelli che ironicamente vengono chiamati utenti e sono in realtà le persone che sono usate da questa rete di aziende. È assurdo e non lo tollereremmo per nessuna altra industria e allora perché lo tolleriamo per una che influenza il fondamento della nostra democrazia?”.

I giornalisti sono così importanti. E noi ce ne dimentichiamo.

C’è un altro trend al momento in corso, anche e soprattutto nel nostro paese, che mina il fondamento della democrazia: l’attacco ai giornali. Attuale in Italia ora più che mai dopo le inquietanti affermazioni del vicepremier, ministro del lavoro e ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio nei confronti de La Repubblica e della stampa in generale (qui la risposta del direttore del quotidiano, Mario Calabresi). Wylie sa, invece, che proprio la decisione di rivolgersi direttamente a dei giornalisti, come del resto fece Edward Snowden al tempo ha contribuito a rendere tanto grande la portata delle sue rivelazioni.

I giornalisti sono così importanti. E noi ce ne dimentichiamo. Sono le persone che passano la vita a scavare e tirare fuori quelle cose che alcune persone non vogliono che tu sappia e le rivelano al pubblico. Sono una parte importante della nostra democrazia”.


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