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Photo by Chi sin Gweilo / CC BY-NC-SA

Vecchie bandiere e nuovi poteri: a Hong Kong continuano le proteste


Sono passati più di 150 anni da quando gli inglesi strapparono all’Impero cinese l’isola sulla quale poi costruirono Hong Kong, la base a guardia dell’estremità orientale del loro impero. Un secolo e mezzo non è poco, eppure le conseguenze di questi lontani fatti continuano a farsi sentire ancora oggi e coinvolgono gli stessi protagonisti di allora: il Regno Unito, la Cina e gli abitanti di Hong Kong.

Nelle proteste dell’ultimo mese contro l’accordo di estradizione tra Cina e Hong Kong è infatti scivolato anche il Regno Unito, sebbene con esiti molto diversi da quanto accaduto due secoli fa. Lunedì 1 luglio ricorreva il XXII anniversario della riconsegna di Hong Kong alla Cina da parte degli inglesi e l’occasione è stata sfruttata da tutte le parti in causa per portare qualche punto a proprio favore.

Il governo deve mantenere l’efficienza amministrativa ma deve allo stesso tempo ascoltare pazientemente.

Ci ha provato Carrie Lam, il capo esecutivo di Hong Kong spesso giudicata troppo vicina a Pechino, presentandosi ai festeggiamenti dell’anniversario dopo essere sparita dalle scene per diversi giorni. Lam ha pronunciato un discorso conciliatorio nei confronti dei manifestanti: “Gli incidenti avvenuti negli ultimi mesi hanno portato a dispute e controversie tra il governo e la collettività. Questo mi ha fatto realizzare che, come politico, devo ricordarmi ogni volta di capire accuratamente i sentimenti del popolo. Sono inoltre pienamente consapevole che anche se le nostre intenzioni sono buone dobbiamo lo stesso essere aperti e accomodanti. Il governo deve mantenere l’efficienza amministrativa ma deve allo stesso tempo ascoltare pazientemente”.

Il tentativo di abbassare la tensione non è però stato accolto da tutti. Nelle stesse ore in cui Lam brindava festeggiando l’anniversario, centinaia di manifestanti hanno fatto irruzione nel parlamento di Hong Kong (il Comitato Legislativo) e l’hanno saccheggiato, distruggendo vetrate e suppellettili e imbrattando i muri dell’edificio con graffiti contro il regime di Pechino. Nell’aula delle sedute è stata spiegata la bandiera di Hong Kong del periodo coloniale, un modo crudo ma efficace per i dimostranti di dire che il regime coloniale era preferibile al controllo della Cina.

Le centinaia di manifestanti che hanno occupato il Comitato Legislativo non rappresentano di sicuro la maggioranza degli aderenti alle proteste (che hanno mobilitato, durante alcune giornate, più di un milione di abitanti di Hong Kong, uno ogni sette residenti) ma il loro gesto ha infiammato nuovamente gli animi di tutti.

In primo luogo hanno scatenato la reazione dello stesso governo di Hong Kong, nella persona di Carrie Lam che martedì 8 ha tenuto una conferenza stampa dai toni molto meno sereni rispetto all’incontro del giorno prima. “Nel ventiduesimo anniversario dell’istituzione della regione speciale di Hong Kong abbiamo assistito a due scene pubbliche completamente differenti”, ha dichiarato. “Una è stata la marcia pacifica e ordinata che rappresenta completamente l’inclusività della società di Hong Kong e i valori fondamentali di pace e ordine. La seconda scena che abbiamo visto, che ha rattristato e scioccato molte persone, è l’uso estremo della violenza e del vandalismo da parte di protestanti che hanno assaltato il Comitato Legislativo. Questo è qualcosa che dobbiamo fermamente condannare. Perché nulla è più importante della legalità a Hong Kong”.

Toni ancora più duri ha usato Pechino, che vive l’opposizione di questa piccolissima provincia autonoma perennemente sotto la lente dell’opinione pubblica internazionale con un misto di fastidio e frustrazione: l’assalto al Comitato Legislativo è stato “un’eclatante sfida al sistema uno stato – due sistemi” che governa i rapporti tra la Cina e Hong Kong. In mezzo a questo clima incandescente si è inserito un nuovo attore (o meglio, uno vecchio): il Regno Unito.

Jeremy Hunt, ministro degli esteri britannico, è intervenuto nella questione con una presa di posizione molto netta (che probabilmente ha più a che fare con la sua carriera che con la politica estera britannica ). Secondo Hunt, Pechino deve rispettare il sistema democratico di Hong Kong che, in base all’accordo che restituì l’isola alla Cina, non può essere toccato fino al 2047. In caso contrario il Regno Unito “terrà aperta qualsiasi opzione per tutelare la sua ex colonia.

Vorrei ricordare che Hong Kong è una regione speciale della Cina, non è più quello che era un tempo sotto il controllo coloniale britannico.

Dopo le dichiarazioni di Hunt, l’ambasciatore cinese a Londra Liu Xiaoming ha convocato una conferenza stampa in cui ha attaccato duramente il governo britannico, segno che se gli attori sono gli stessi di 150 anni fa i loro rapporti di forza sono invece decisamente cambiati.

In questa importante questione di principio bisogna evidenziare che il governo del Regno Unito ha scelto di stare dalla parte sbagliata. Ha fatto osservazioni inappropriate che non solo interferiscono con il governo interno di Hong Kong ma che supportano dei criminali violenti. Vorrei ricordare che Hong Kong è una regione speciale della Cina, non è più quello che era un tempo sotto il controllo coloniale britannico. Chiedo a loro di tenere lontane le mani da Hong Kong e mostrare rispetto di quanto è stato raggiunto a Hong Kong con il sistema ‘uno stato – due sistemi’”.

L’ambasciatore Liu è stato richiamato dal Ministero degli Esteri britannico ma la mossa della diplomazia di Londra sembra un’impotente formalità di fronte a una Cina che non teme più lo scontro con paesi che fino a qualche decennio fa la sovrastavano.

Nel frattempo a Hong Kong, per ora, sembra tornata la normalità. Domenica scorsa (7 luglio) si è tenuta un’altra grande manifestazione pacifica, alla quale hanno preso parte circa 230.000 persone; numeri ben distanti da quelli delle proteste di un mese fa. La proposta di legge sull’estradizione verso la Cina resta per ora nei cassetti dell’amministrazione della città che pare avviarsi a riprendere la sua vita quotidiana di metropoli d’affari cosmopolita.