Photo by Vito Manzari / CC BY

Storie di “resistenza” dal Mediterraneo


Quando pensiamo alla parola resistenza, pensiamo a un atto di opposizione, alla necessità di fermare qualcosa che ci sta travolgendo. La resistenza, però, è tornare ad esistere, difendere la volontà di vivere una vita degna, la dignità della vita di tutti i giorni. Quelli che vogliono travolgere i principi della vita sono i nostri nemici. Non siamo noi, noi vogliamo che il mondo continui, per le prossime generazioni”.

A dirlo è Gianluca Solera, direttore del dipartimento Italia, Europa, Mediterraneo e cittadinanza globale di Cospe (Cooperazione allo sviluppo dei paesi emergenti). Ospite del Festival delle Migrazioni di Torino, ha parlato di Mediterraneo insieme a Yasmeen Mari, attivista siriana, e Marta Bellingreri, ricercatrice e scrittrice esperta di mondo arabo e Mediterraneo.

Si è parlato di resistenze, partendo una nuova concezione del Mediterraneo: la sponda sud,  non è solo un luogo di stragi, ma simbolo di resistenza. C’è chi resta e chi se ne va.

Chi decide di rimanere resiste in modi diversi: uno fra tutti, la musica. Dieci anni fa, Mark LeVine, professore e musicista americano pubblicò Heavy Metal Islam, un libro che racconta la crescita dell’Heavy Metal in Medio Oriente, in paesi come Marocco, Egitto, Palestina, Libano, Iran e Pakistan. La musica è uno strumento di cambiamento anche in Arabia Saudita, uno dei paesi più conservatori. Qui il gruppo Creative Waste porta avanti una critica verso la corruzione e le privazioni di libertà da parte del regime attraverso le sue canzoni. Note, melodie e parole diventano quindi una forma di attivismo politico.

Le persone hanno bisogno di conoscere le storie di chi è sopravvissuto, e non quelle chi non ce l’ha fatta.

Tanti, però, scelgono di andarsene. Yasmeen è una di loro. Ha lasciato la Siria nel 2012 per andare in Libano, in Turchia, negli Stati Uniti e infine in Germania, dove vive ora. Qui lavora con un’associazione di donne rifugiate. Si fa raccontare le loro storie e le scrive, perché tutti sappiano. “Queste donne devono ricostruire la loro vita, la loro storia da zero, ma hanno l’etichetta di rifugiate addosso. La gente le vede come le principali cause dei problemi dello Stato. Le persone hanno bisogno di conoscere le storie di chi è sopravvissuto, e non quelle chi non ce l’ha fatta. Allo stesso tempo bisogna far capire quali sono le ragioni che hanno spinto queste persone ad abbandonare il loro paese. Sono ragioni politiche, sociali”.

Per questo Yasmeen ha riportato la testimonianza di una di loro, una donna del sud della Siria, che nel 2013 ha perso il figlio di 14 anni. “Un giorno suo figlio le ha chiesto di preparare una pizza per pranzo e di decorarla, per formare il volto di una persona. Prima di mangiare è andato giocare per un po’ con gli amici in strada, mentre lei lo guardava dal balcone sorseggiando una tazza di caffè. Non appena si è voltata per entrare in casa a pregare, ha sentito una forte esplosione. Voleva solo urlare, perché anche se non aveva visto, aveva già capito tutto. È scesa in strada, a cercarlo”. Quel giorno, nello scontro tra il regime e l’esercito libero, sono morte 56 persone. Uno di loro era proprio suo figlio. A 60 anni ha deciso di partire e di ricominciare da capo, con la consapevolezza di essere sopravvissuta a suo figlio e le difficoltà di un’integrazione che a volte non è ben voluta.

Tra le donne delle storie di Yasmeen ci sono molte donne liberali, ma c’è anche chi viene da famiglie più conservatrici. Come un’altra ragazza siriana, vissuta da sempre in un contesto con una forte autorità familiare e regole prestabilite. Anche lei ha abbandonato la Siria e si è trasferita a Berlino con suo cugino che è diventato, per tradizione, suo marito. “Ha trascorso diversi mesi in un centro di accoglienza e ogni volta che parlava con qualcuno le veniva detto che era proibito, che non le era concesso perché è donna. In Germania ha dovuto iniziare un corso di tedesco e lì ha conosciuto un ragazzo. Presto ha capito che si era innamorata per la prima volta nella vita, perché prima non le era mai stato permesso. Si tratta di un problema sociale che ha risvolti legali e politici perché stiamo parlando di un paese in cui vige ancora il delitto d’onore ,ma se uccidi tua moglie o tua figlia, o qualsiasi donna della tua famiglia, il massimo che ti può capitare sono sei mesi di carcere”.

Per noi l’Europa è come la ricerca del paradiso.

Yasmeen è arrivata a Berlino in aereo. Ma molti altri suoi connazionali hanno investito tutto per delle traversate dalla Turchia alla Grecia in cui avevano solo il 50 per cento delle possibilità di sopravvivere. “Per noi l’Europa è come la ricerca del paradiso. Per questo quello che vogliamo fare è mobilitarci per far conoscere a tutti la nostra esperienza”.

Accanto alla musica e alle singole storie di chi ha vissuto queste esperienze sulla propria pelle, ci sono città che nel corso degli anni sono diventate simbolo di resistenza. Una fra tutte Lampedusa.

Un’altra, invece, è una città di porto, nel sud della Tunisia al confine con la Libia: Zarzis. Il 29 agosto scorso, un gruppo di sei pescatori tunisini è partito per una giornata di pesca nel Mediterraneo. A largo si sono imbattuti in una barca che stava trasportando 14 persone, tra cui minori. Si trovavano esattamente a metà strada tra Zarzis e Lampedusa, in pieno mar Mediterraneo. Come sempre, da cinque anni a questa parte, i pescatori hanno aiutato i migranti trainando la loro imbarcazione.

Questo gesto, secondo Frontex, è puro favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per questo i sei pescatori sono stati arrestati e la loro imbarcazione sequestrata. Accese manifestazioni si sono susseguite in Sicilia e in Tunisia dove tutti chiedevano la scarcerazione dei pescatori, ormai abituati ad aiutare migranti e, spesso, a pescare cadaveri. Una situazione talmente frequente da spingerli, negli anni, a richiedere dei corsi di formazione a Medici Senza Frontiere o Mezzaluna Rossa, per essere preparati ai salvataggi. Grazie a loro, nel 2013 un centinaio di persone sono state messe in salvo. Per chi non ce la fa, invece, c’è un ex pescatore di Zarzis che ha costruito un cimitero per rendere omaggio a chi è morto cercando una vita migliore. I sei pescatori sono stati scarcerati dopo tre settimane e su di loro esiste un documentario.

Questa storia però non verrà mai raccontata dai media, ma rimarrà la testimonianza solo nelle chat dei nostri telefoni. Come la storia di un mio amico siriano che nel 2012, dopo essere uscito dal carcere, è fuggito in Giordania. Il suo obiettivo era di ritrovarsi dopo tre anni con le sorelle al confine tra Turchia e Grecia per andare in Europa. Ma oltre a loro, ha trovato tutti i suoi compagni di rivoluzione, che come lui avevano deciso di abbandonare il paese”. Al confine sono rimasti a lungo.

In quei giorni infatti, la foto di Dylan Kurdi, il bambino trovato morto sulla riva della spiaggia di Bodrum, in Turchia, aveva fatto il giro del mondo arrivando anche lì, dov’erano loro. Hanno scelto di organizzare un sit-in di tre settimane nella città di Edirne, e l’hanno chiamato Crossing no more: chiedevano alla Turchia di aprire la frontiera via terra. “Sarebbero passati comunque, via mare, ma almeno non avrebbero pagato i trafficanti e non avrebbero rischiato la vita. Migliaia di persone si sono unite a loro al punto che non è bastato l’esercito turco, ma sono state indette delle riunioni diplomatiche ad Ankara per prendere una decisione sulla questione”. Hanno perso la loro battaglia e ognuno ha preso la strada per l’Europa mettendo la propria vita nelle mani dei trafficanti per un futuro migliore.

Nel video qui sotto potete ascoltare Yasmeen Mari raccontare una delle sue storie.


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