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Il racconto dei nuovi (e vecchi) fascismi, secondo Zerocalcare


La sera del 27 luglio la luna si tingeva di rosso, oscurata dalla nostra stessa ombra nell’eclissi più lunga del secolo. Sullo spicchio di cielo sopra l’Isola Tiberina a Roma però, ce ne sarebbe stata meglio una nera. Quella sera, infatti, sulle rive del Tevere si parlava di fascismi. Più precisamente “Di nuovi (e vecchi) fascismi”, come recitava la locandina dell’evento “Questa non è una partita a bocce”, organizzato dall’Associazione Doppio Ristretto nell’ambito della kermesse “Venti d’estate” (di cui abbiamo raccontato anche l’incontro con Aboubakar Soumahoro).

Protagonisti della serata il fumettista Zerocalcare – al secolo Michele Rech – e la scrittrice Michela Murgia. A moderare la discussione, il Direttore de L’Espresso Marco Damilano, che ai due ha dato più volte spazio sulle pagine del settimanale.

A metà gennaio, ad esempio, il disegnatore romano vi aveva pubblicato una serie di tavole intitolata proprio “Questa non è una partita a bocce”, in cui elencava le “Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti” (sì, lui li chiama nazisti). Tra queste, una titolava: “Non tutto è uguale a tutto”.

La tavola, ha spiegato Zerocalcare, faceva riferimento ai modi in cui la questione del fascismo è stata ed è raccontata, in passato come oggi, dai media italiani. “A un certo punto i partigiani erano i buoni ma erano anche stupratori, i fascisti presi singolarmente potevano essere delle persone per bene. E tutto questo lo diceva la Rai”. C’era è forse c’è ancora una certa tendenza, insomma, ad appiattire le differenze. A sfumare i contorni.

Anche in questa città non si prendeva mai una posizione netta sulle aggressioni”, ha continuato il fumettista, “ed erano continue. C’erano persone che si presentavano fuori da un centro sociale, bruciavano le macchine, accoltellavano venti persone e sparivano nel nulla. E il giorno dopo il tutto veniva raccontato come una rissa da bar”.

Zerocalcare invece, sulla questione dell’“allarme fascismo” ha subito preso una posizione chiara e netta. Come aveva fatto in passato su altre tematiche (si pensi alla causa dei popoli curdi in lotta contro l’ISIS, raccontata nel suo “Kobane Calling”, per esempio). Una presa di posizione manifestata, appunto, attraverso la sua arma più forte: i disegni.

Non si può pensare che gli intellettuali, i personaggi noti, si sostituiscano alla politica.

Chi firma appelli ha in mano uno strumento di lavoro che potrebbe utilizzare in modo diverso”, aveva detto in una precedente conversazione con Damilano e Murgia, riportata sulle pagine de L’Espresso, riferendosi al ruolo e alle responsabilità di artisti e intellettuali. “Chi fa lo scrittore dovrebbe scrivere, chi fa il disegnatore dovrebbe disegnare, chi fa il cantante dovrebbe cantare”.

Quello che non si dovrebbe fare, invece, è lasciare a queste figure la responsabilità di offrire un’alternativa.Non si può pensare che gli intellettuali, i personaggi noti, si sostituiscano alla politica”, ha sottolineato Zerocalcare. “Non si può pensare che l’opposizione politica, in questo paese, la facciano i personaggi coi cartelli. Ci deve essere qualcuno che organizzi le vertenze, che faccia politica”.

Nella parte conclusiva dell’incontro, poi, il fumettista – che vive ancora a Roma, a Rebibbia (“il quartiere più bello del mondo”, dice sorridendo) – si è schierato contro il racconto che si fa delle periferie, utilizzate da alcuni politici come mezzo per sottolineare la lontananza di artisti e politici radical chic dalla gente reale. “O se ne parla come un posto di mostri, di barbari, come quando si va a fare lo zoo safari del degrado, o con il mito del buon selvaggio, per cui si dice che lì stanno le vere persone buone, perché è nella povertà che ci stanno le vere persone buone. In realtà le periferie sono posti normali, con le loro complessità e le loro contraddizioni”. E come tali, quindi, andrebbero vissute e descritte.

Il messaggio sembra chiaro: bisogna raccontare la verità, quello che sta accadendo, che si tratti di atti di fascismo (da chiamare con il loro nome) o della vita delle periferie romane e di altre grandi città. Lasciar perdere appelli, strumentalizzazioni e prese di posizione autoreferenziali e fini a se stesse. Che ognuno faccia il suo lavoro, piuttosto: artisti, politici, giornalisti, sindacalisti, e via dicendo. Magari insieme, con un processo collettivo. Perché, come dice Murgia, ad aspettare “il salvatore della patria” siamo rimasti fregati.

Qui, un video con un estratto dell’intervento di Zerocalcare.

Ecco invece pezzi degli interventi rispettivamente di Michela Murgia e Marco Damilano.


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