Perché è importante avere Liliana Segre in Senato?


La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”. Così iniziava il saggio “I sommersi e i salvati”, pubblicato da Primo Levi nel 1986, anno precedente la sua morte. La presenza in Senato di Liliana Segre, una degli ultimi sopravissuti al delirio di Auschwitz, rappresenta questo: un antidoto all’oblio. E, di conseguenza, un antidoto a ciò che da questo oblio potrebbe nascere (o rinascere).

Lo si è capito chiaramente dal suo intervento tenuto in occasione del voto di fiducia al governo Conte, iniziato con un ringraziamento al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle legge razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz”.

Un numero che è il simbolo di un ricordo che sopravvive all’erosione del tempo. Perché, come scriveva il filosofo austriaco Jean Amery, anch’egli deportato ad Auschwitz e morto suicida nel 1978, “chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata al primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”.

Un trauma che per Liliana Segre – e per molti altri come lei – impone un senso di responsabilità. In primis, verso il ricordo di chi è stato torturato e ucciso per la sola colpa di essere nato. Di chi, come ricorda la senatrice, non ha neanche una tomba, è “cenere nel vento”. Ma anche la responsabilità di mettere in guardia chi non ha vissuto il nazifascismo e che potrebbe, a distanza di decine di anni, sottostimare i rischi dell’odio razziale.

Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore.

Aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano, a non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”.

Perché proprio l’indifferenza, ricorda la senatrice, è il terreno dove prospera l’odio. Liliana Segre lo aveva già sottolineato nel suo libro “La memoria rende liberi”, scritto insieme a Enrico Mentana: “Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore”.

Il pensiero della senatrice va quindi alle popolazioni Rom e Sinti, spesso vittime di generalizzazioni e di attacchi di natura xenofoba, anche – purtroppo – da parte di alcuni esponenti del nuovo Governo. “Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra democrazia possa essere sporcata da progetti di legge speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”.

Può sembrare anacronistico, ma non lo è. Lo si capisce da alcuni commenti al discorso della senatrice apparsi sui social: “Ecco la matusalemme – scrive qualcuno –, stai a casa a goderti la pensione e pensa a noi che non la vedremo mai”, o ancora, “i Rom dovrebbe averli per un po’ come vicini di casa. Capirebbe certe cose che i politici ben retribuiti e sempre privilegiati non possono neanche immaginare”.

Liliana Segre, tuttavia, non è una politica, e lo ammette tranquillamente nella conclusione del suo intervento. Il suo ruolo tra i banchi di Palazzo Madama è quello di testimone: “Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio”.

Per questo motivo, quindi, è molto importante che Liliana Segre sieda in Senato: per non dimenticare. Per vigilare e fare sì, ad esempio, che quello che qualcuno ha definito – parafrasando proprio Primo Levi – il governo della “vittoria dei sommersi contro i salvati”, non porti a una deriva razzista e xenofoba: a una guerra dei sommersi contro i sommersi.


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