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Perchè i nazionalismi pervadono l’Occidente, mentre lo stato nazionale collassa


Dalla Brexit del Regno Unito, alla Spagna, alla Francia, all’Italia, fino alla stessa Germania: i rigurgiti nazionalisti pervadono ovunque l’Occidente. E non solo. Questi spasmi violenti sembrano essere ingredienti alla base della politica contemporanea che in tutto il mondo, sempre più globalizzato, è sempre più irrigidita nei suoi confini. “Dopo decenni di globalizzazione, i nostri sistemi politici sono diventati obsoleti – gli spasmi di nazionalismi che riemergono sono un chiaro segno di questo declino”, incalza lo scrittore Rana Dasgupta sulle pagine del The Guardian.

Questo irrigidimento nei confini nazionali stride con un concetto di mondo sempre più globalizzato al quale poco guardiamo e che poco conosciamo quando parliamo di politica e questo spiega come mai oggi le soluzioni autoritarie diventano così popolari; soprattutto all’interno della classe media occidentale, che vede tradito il suo patto di stabilità con lo Stato.

Ha senso ancora parlare di Stati nazionali? E ancora meglio: cosa significa essere nazionalisti oggi? Quando nasce il concetto di stato-nazione? Cosa significa oggi questo modello? Per Dasgupta, lo Stato nazionale è una struttura politica ed economica in via di estinzione. Teorico della scomparsa dello stato-nazione, l’autore porta molti argomenti a sostegno della sua tesi, dalle crisi dei rifugiati all’emergere di strutture economiche alternative.

In questa fase di cambiamento, distopica e apocalittica, in cui la stabilità è minata e lo stato nazionale collassa, l’Unione Europea diventa un’istituzione fondamentale, l’unica che possa farsi garante di una transizione pacifica. Ma facciamo un passo indietro e proviamo a capire meglio, attraverso l’affascinante punto di vista di Rana Dasgupta, scrittore britannico di origini indiane.

Quella che abbiamo visto nascere ed affermarsi grazie a figure politiche come Margaret Thatcher e Ronald Reagan è una lenta e consistente rivoluzione, guidata da élite politiche, finanziarie e aziendali che è riuscita in ciò che si proponeva di fare, ovvero ristabilire la supremazia del Capitale sugli Stati”, spiega. In altre parole, oggi è il mercato, economia globale, che comanda su tutto.

Portare a compimento la supremazia del Capitale sugli Stati ha fatto sì che questi ultimi si siano visti costretti a ridimensionare significativamente il loro ruolo politico nel mondo. “Non solo hanno perso il potere pratico, ma anche il potere simbolico”, aggiunge Dasgupta, “che è uno dei motivi per cui oggi stiamo assistendo a reazioni isteriche di questo tipo in così tanti paesi”. Le reazioni isteriche di cui parla Dasgupta, sono le stesse su cui si è soffermato Slavoj Zizek e di cui abbiamo parlato qui su Senti chi parla.

Incertezza, crisi economica, grandi movimenti migratori, non sono separati tra loro, né sono fenomeni locali. Eppure spesso sono considerati tali da politici e popolo (o meglio elettori) di ogni singolo paese, i quali si preoccupano molto spesso solo della realtà circoscritta ai confini nazionali. Secondo Dasgupta, infatti, nella vita politica, questo solipsismo nazionale è la regola. “In ogni paese, la tendenza è quella di incolpare la nostra storia, i nostri populisti, i nostri media, le nostre istituzioni, i nostri pessimi politici”.

I leader nazionali controllano le frontiere, la sicurezza e cose del genere ma sono sempre meno in grado di cambiare la situazione materiale della loro popolazione.

Nonostante l’integrazione finanziaria, leggi e dinamiche di mercato che coinvolgono il pianeta intero e la tecnologica globale, sul territorio della politica si torna, invece, a ragionare in modo locale, per compartimenti stagni. La globalizzazione nello spazio fisico e geografico della produzione e la globalizzazione delle finanze crescono in modo direttamente proporzionale alla localizzazione della politica.

Parallelamente il mercato comanda su tutto e questo alimenta circolo vizioso che erode costantemente lo spazio in cui i leader politici riescono ad esercitare la loro autorità. Man mano che cade a picco l’autorevolezza dei nostri leader politici, aumenta esponenzialmente l’approccio autoritario e nazionalista degli stessi. Tutta la comunicazione social del nostro Ministro degli interni ci offre un esempio abbastanza chiaro e lampante di ciò. Così come quella del presidente USA, Donald Trump. Xenofobia, razzismo, un passato mitologico a cui guardare, la guerra stessa sono gli ingredienti perfetti da dare in pasto alle persone, ma nessun leader politico si preoccupa di offrire una chiave di lettura per “risolvere il problema e rimediare alla crisi del sistema”.

I leader nazionali controllano le frontiere, la sicurezza e cose del genere”, ribadisce Rana Dasgupta, intervistato al festival di Internazionale a Ferrara, “ma sono sempre meno in grado di cambiare la situazione materiale della loro popolazione”.

L’isteria collettiva di cui è vittima questa epoca storica fa sì che “la gente creda che lo stato nazione viva un momento di rinascita”. Sin dalla loro nascita gli Stati nazionali si sono basati su una forma di contratto tra il potere e il popolo che si credeva potesse essere eterno, scrive Dasgupta sul Guardian. L’equazione è piuttosto semplice, le persone pagano le tasse e in cambio lo stato garantisce alcuni diritti essenziali – accesso alla salute, cultura, istruzione – e la sicurezza. Uno zoccolo duro di diritti abbondantemente garantiti nel secolo scorso, nel dopoguerra in particolare, che ha permesso alla classe media – sempre più popolosa – di sentirsi tutelata e protetta.

Oggi questo contratto è in crisi. Questa stabilità è in crisi. Le aspettative di continua crescita della classe media sono state deluse ampiamente e la promessa alla base del contratto è stata infranta. A rinascere è solo il sentimento di nazionalismo e con esso l’attenzione a temi come i confini, la migrazione, il lavoro… e “credo che questi siano i sintomi di una crisi alle strutture nazionali in corso da 30-40 anni e dovuta alla riorganizzazione spaziale causata dalla globalizzazione”.

Ed è la classe media occidentale ad essere la più colpita da questi equilibri che cambiano. “In prospettiva la classe media occidentale avrà sempre meno potere di trattativa in termini di economia globale”. Le élite sono fuori da questa relazione e lo saranno sempre di più.

Qui il video con l’intervento di Rana Dasgupta.

Per approfondire:
Un episodio di The Serpentine Podcast in cui Rana Dasgupta – con altri relatori – affronta il tema dello Universal Basic Income.

Qui, invece, un intervento di Dasgupta alla North Carolina Public Radio sul tema della scomparsa dello stato-nazione.